Krugman: “Obama deve avere più coraggio”

Eugenio Occorsio

Alla vigilia delle elezioni di midterm parla l’economista più liberal ma anche più critico verso i democratici. E invita Obama ad avere più coraggio.

, da Affari & Finanza di Repubblica, 1 novembre 2010

«I democratici perderanno le elezioni, ormai è sicuro, a meno di improbabilissimi cambiamenti di opinione pubblica dell’ultima ora. Lo dicono i sondaggi con una unanimità mai sperimentata prima. L’unica speranza è che almeno perdano solo la Camera e non anche il Senato». Paul Krugman, premio Nobel 2009, il più leale ma anche il più critico verso i democratici fra gli economisti americani, abbassa le braccia.

«Mantenere la maggioranza almeno in uno dei due rami del Congresso spiega è l’unica possibilità che resta per non assistere a una totale e distruttiva paralisi politica per i prossimi due anni». Conoscere personalmente Paul Krugman in una saletta del World Business Forum di Milano, scambiarci un’ora oneonone di domande serrate e risposte decise e inequivocabili, significa chiarirsi una volta per tutte un dubbio che percorre le redazioni dei giornali e le aule universitarie fin dal Day One dell’amministrazione Obama: ma perché Krugman ce l’ha tanto con il presidente democratico, lui democratico dichiarato fin nel midollo (il suo blog e il suo ultimo libro si chiamano The conscience of a liberal), lui keynesiano quintessenziale, lui che aveva condotto la campagna lancia in resta? E che invece nei suoi editoriali settimana dopo settimana non perdona il benché minimo errore? La chiave d’interpretazione arriva ad una domanda sulla riforma finanziaria, a cui lui risponde con un’altra domanda: «Il punto debole è la troppa discrezionalità lasciata alle varie authority di controllo che vengono costituite dalla riforma stessa, dal Consumer Financial Protection Bureau al Financial Stability Oversight Council. È pericoloso perché si danno troppi poteri a queste nuove istituzioni, insomma ci si affida troppo al carisma e alla leadership di chi governa nel paese: oggi che ci sono Obama e Geithner, e persone di loro fiducia, va benissimo, ma si è chiesto cosa potrà succedere se un domani arrivasse Sarah Palin alla Casa Bianca?» Ecco, qui c’è tutto Krugman: l’ammirazione per Obama e (qualcuno) dei suoi collaboratori è intatta, così come la fede democratica, per non parlare del disprezzo per i repubblicani. Quello che non può sopportare sono gli errori e le leggerezze, e il presidente secondo lui ne ha fatti tanti.

Insomma, è finita la luna di miele dell’America con Obama?
«Tutti gli incantesimi svaniscono se non sono suffragati da fatti concreti. Ora i democratici stanno per perdere le elezioni, e forse ciò avverrà in modo disastroso, perché la gente si ritrova più povera, non ha lavoro, spesso perde la casa: come possono pretendere che li si voti ancora? Il nodo centrale sta nell’inadeguatezza del programma di stimolo, nel non aver avuto più coraggio iniettando più aiuti nell’economia».

Ma come? Il mondo intero prende gli "stimoli" di Obama come simbolo del nuovo keynesianesimo applicato…
«Invece i fondi sono stati troppo pochi. Servivano almeno 1.400 miliardi di dollari, un investimento più proporzionato all’economia americana, un paese che ha 15mila miliardi di Pil ogni anno. Sono stati stanziati 600 miliardi, dei quali poi la maggior parte se ne sono andati per finanziare stati e municipalità in bancarotta, oltre che per i sussidi di disoccupazione. Ora dobbiamo chiederci: perché Obama si è fermato a metà della cifra che serviva, senza neanche proporre uno stanziamento superiore? Lo ha fatto perché se chiedeva troppo rischiava di non portare a casa niente o perché i suoi consiglieri avevano calcolato che sarebbero bastati? Ecco, questo è un dubbio che più me lo pongo e meno trovo una risposta. Di certo il salvataggio è riuscito a metà, e oggi la ripresa è in stallo».

Qual è l’elemento di debolezza congiunturale più complesso?
«Sicuramente la disoccupazione. Alcuni consiglieri di Obama (in particolare Lawrence Summers, una béte noir di Krugman, ndr) avevano previsto che avrebbe toccato il picco con il 9% all’inizio di quest’anno e poi sarebbe scesa: invece siamo inchiodati al 10% e lì resteremo per almeno quattrocinque anni ancora. E’ una situazione ingarbugliata anche oggettivamente: nella teoria economica è provato che le recessioni che partono dalla finanza si portano dietro conseguenze in termini reali più durature delle altre. E’ stato così negli anni ’30 quando ci volle addirittura una guerra per risolverla: ora speriamo che non occorra una guerra ma qualcosa per rilanciare davvero la domanda serve. Altre volte è stato più semplice uscirne: dalla "grande paura" del 1893 fino alla recessione del 1990 che invece era stata provocata dall’alto costo del denaro, o nel 2000 quando esplose la bolla delle dot.com. Per questo dico che serve più coraggio per risollevare l’economia, e ne servirebbe ancora per continuare a sostenerla. Non basta salvare qualche banca. Per inciso, i soldi usati a questo scopo stanno già tornando indietro con tanto di interessi, sarebbe il caso di utilizzarli diversamente».

Però gli aiuti pubblici sono serviti ad evitare il peggio. O no?
«Probabilmente sì, non sapremo mai come staremmo altrimenti. Tutta l’operazione, così come la riforma finanziaria che dovrebbe mettere ordine nella giungla deregolata delle banche d’investimento, era partita bene. Sulla prosecuzione, ho i miei dubbi. C’erano da finanziare grandi infrastrutture, dighe, strade, ferrovie: avete visto niente di tutto questo? Quello sì che avrebbe creato occupazione. Siamo sempre lì. Obama deve avere più coraggio».

Anche per affrontare la Cina?
«Oh certo, in quel caso più che mai. Ma come? Siamo di fronte ad un paese che pratica il dumping come regola, che sussidia le sue imprese in spregio a qualsiasi regola di commercio internazionale, che non rispetta le regole di mercato e tiene artificiosamente basso il valore della moneta, insomma che si permette di avere atteggiamenti che se li prendesse l’America sarebbe additata d’arroganza dal mondo intero, e noi non facciamo niente? Obama dovrebbe prendere coraggio e fare quantomeno qualche seria minaccia, invece di stare a guardare, e poi non preoccuparsi di intraprendere sanzioni commerciali. E in questo caso non può neanche invocare la sua debolezza politica perché avrebbe un perfetto appoggio bipartisan».

Lei in un articolo ha definito la Cina "superpotenza canaglia" (rogue superpower): a quali episodi si riferiva?
«Un’infinità. C’è stato il caso delle "terre rare", quei minerali strategici usati anche nelle produzioni militari dove i cinesi hanno un sostanziale monopolio. Tra l’altro, li producevamo anche in America ma nel 2003 l’amministrazione Bush, che proprio in quegli anni mi risulta che avesse qualche considerazione per l’industria bellica, ne decretò la fine della produzione perché inquinavano, un problema che certo i cinesi non si pongono. Insomma, hanno il monopolio, e un bel giorno quest’estate, per un sgarbo diplomatico (una questione che riguardava lo sconfinamento di un a nave giapponese, ndr) hanno imposto l’
embargo al mondo intero. Poi il caso è stato risolto, ma si rende conto? Neanche fossimo tornati ai tempi dell’Opec. E non ha idea di cosa s’inventano per non incorrere nelle sanzioni previste dall’art.15 del Wto, che riprende le regole del vecchio Gatt e vieta i sussidi alle imprese. Ci girano intorno, fanno vedere che non sono aiuti diretti ma incentivi di altro tipo, insomma prendono in giro il pianeta».

Tornando in America, oltre che sulle elezioni di domani gli occhi sono puntati sulla Fed che sta per cominciare il "Quantitative easing part II" Cosa ne pensa?
«Avrei qualche riserva perché potrebbe essere solo un ridurre l’indebitamento a lungo termine in favore di uno a breve. Ma in linea di principio l’allargamento della base monetaria è una buona cosa perché porta più soldi in circolo e tiene bassi i tassi. Ma anche qui ho paura che si provi senza crederci troppo. Già sembra che si vada sotto i previsti 500 milioni, che erano già pochi viste le dimensioni dell’economia americana. La Fed ha lo spauracchio del Giappone: ma invece deve avere coraggio. Come Obama».

(2 novembre 2010)

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