La banalità del male
Roberta De Monticelli
Parlo a chi si è svegliato ieri mattina con la morte civile nel cuore. La disperazione civile, per essere più esatti. Sotto i nostri occhi il trionfo di uomini e donne il cui massimo ideale morale suona, urlato sulle piazze: “via le mani dalle nostre tasche”. Il cui primo concetto si esprime, in grevi lingue locali: “padroni a casa nostra”. Uomini e donne che plaudono alla libertà del malaffare, che trovano normale distribuire a figli e amanti cariche e risorse pubbliche, normale umiliare il mestiere dell’informazione fino a farne fabbrica di menzogne o di indifferenza alla distinzione fra il vero e il falso, normale sputare sui principi costitutivi di uno stato di diritto, laico e democratico.
Non di questo però voglio parlare, ma di un fatto – se è un fatto – che di tutto questo riassume e concentra in sé la pura essenza, anzi l’impura, mediocre essenza, mista di incoscienza e ignavia: le forze del nulla. Voglio parlare della ragazzina abusata in classe, in una scuola media di Salò, nell’assoluta omertà dei suoi compagni e delle sue amiche, e sotto lo sguardo indifferente del professore. Di questo professore voglio parlare, in primo luogo. Che continua a fare lezione, come se nulla fosse, fingendo di non accorgersi del trambusto, delle risate, del dolore, dell’orrore lì a pochi metri, in fondo alla classe. Come definire questo comportamento? Lasciamo stare il risvolto penale, l’omissione di soccorso e di esercizio della propria autorità di pubblico ufficiale e di insegnante.
Restiamo ai termini morali. Come definirlo? Irresponsabile? Vile? Infame? Gli aggettivi non bastano e non dicono. C’è di più e di meno, c’è quel nulla indicibile che rende inadeguato ogni aggettivo: non so, non vedo, non ci sono, non me ne frega niente. In secondo luogo, dei ragazzi e delle ragazze voglio parlare: che ridevano, o tacevano, e coprivano i violenti. Come definirli? Hanno a tal punto la mafia nel sangue, i ragazzi di questo Paese, a dodici anni? A tal punto l’omertà è nei loro geni, che perfino le amiche della ragazza stanno zitte invece di urlare contro lo schifo, la vergogna, l’orrore?
Anche qui gli aggettivi non dicono giusto. Perché non sono fatti per dire il nulla, il non: dell’indifferenza, dell’ignoranza, dell’inconsapevolezza senza fine e senza rimedio. E infine della ragazzina abusata, voglio parlare, che subisce tutto senza rivoltarsi, e poi scrive alla madre: “scusa, ho fatto una cosa schifosa, non voglio più vivere”. Come definire questo comportamento? Silenzio dell’innocente, oscena complicità con il male che si subisce, o tremenda indistinzione fra dolore e colpa, fra impotenza e violenza, fra l’ignobile e il giusto?
No, gli aggettivi non dicono il non che il fascismo rimasto attaccato alla nostra lingua dice invece così bene: me ne frego, ti frego e ne godo, sono fregato. E non ce ne frega niente.
Ma la situazione dice tutto, liscia come uno specchio. Quel professore, siamo noi. Molti di noi che avrebbero sapere e autorità per intervenire e denunciare, e continuano a fare la loro lezione, invece. Quei ragazzi, quelle ragazze, perdutamente inconsapevoli del destino di servitù che ha già divorato l’anima loro, siamo noi, noi che abusiamo della povera vita del nostro prossimo ghignando di soddisfazione, noi che alziamo le spalle per marcare la nostra indifferenza, e di fronte ad abusatori ed abusati diciamo: “sono tutti uguali”.
Quella ragazzina violata e sospesa dalla scuola insieme con i colpevoli siamo noi. E’ questa patria straniera, umiliata, sfigurata dalla vergogna. Che ha fatto una cosa schifosa, e non vuole più vivere.
(31 marzo 2010)
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