La casa della Nuova Alleanza

Pierfranco Pellizzetti

«L’antica alleanza è infranta; l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è iscritto in nessun luogo. A lui la scelta tra il Regno e le tenebre» [1]. Così scriveva quarantadue anni fa il premio Nobel Jacques Monod.

L’antica alleanza “animista” di un mondo statico, armonioso e finalizzato venne distrutta quando Copernico lanciò la Terra negli spazi infiniti; soprattutto quel fatidico 28 aprile del 1686, giorno in cui Isacco Newton presentò i suoi Principia alla Royal Society di Londra. Da allora ricerchiamo nuove armonie all’insegna non più della magia simpatetica, quanto – piuttosto – della ragionevolezza; del “più luce” come effetto del sapere aude illuministico.

Mai come in questi anni il progetto politico dell’Illuminismo ha segnato il passo; a partire dallo spazio costruito in cui trascorriamo la nostra umana esistenza: le case, le città. Mai come in questo momento è opportuno interrogarci sul senso profondo di quelle pratiche chiamate architettura e urbanistica. Operazione mentale a cui dà un utile contributo il recente saggio di Goldmann e Cigalò sullo stato dell’arte in materia di “sostenibilità” (Isabella Goldmann Antonella Cigalò, Architettura sostenibile, FAG Milano 2012). Lo si dichiara pur mantenendo un certo grado di personale sospetto nei confronti del termine “sostenibile”, introdotto nel dibattito dal celebre documento della Comunità europea del 1987 noto come “Rapporto Brundtland”.

Infatti – scrive a tale proposito Serge Latouche – «il concetto di sviluppo sostenibile o durevole è una mistificazione… si tratta di proposte di compromesso ormai vecchie che cercano di conciliare la preservazione dell’ambiente con le ‘acquisizioni’ della dominazione economica» [2].

Mettendo da parte (temporaneamente) la discussione sul buonismo ingenuo insito nella velleità di ridurre le contraddizioni a semplici malintesi o disinformazioni, resta l’utilità dell’operazione di Goldmann e Cigalò, che contrappone modi di costruire e abitare del passato, attenti a problematiche bioclimatiche e di razionalità energetica, a criteri del tutto indifferenti; quali quelli del recente passato e attuali. In particolare a partire dal secondo dopoguerra. Quando – osservava lo storico Tony Judt – «dalla Polonia comunista alla Svezia socialdemocratica, dall’Inghilterra laburista alla Francia gollista e al South Bronx, urbanisti presuntuosi e insensibili tappezzarono le città di invivibili e inguardabili palazzoni di case popolari» [3].

Colpa solo – come riteneva Judt – di progettisti incapaci e “mandarini della burocrazia pubblica” o – invece – del dilagare della rendita immobiliare speculativa?
Resta comunque fermo il fatto che, mai come in questa epoca, si è andata perdendo una tradizione preziosa che integrava al meglio l’abitare nel contesto esterno, favorendo preziose sinergie e relativo utilizzo di risorse naturali. Valgono i casi, elencati dal saggio, della sapiente creazione di “microclimi” mediante l’utilizzo delle correnti atmosferiche, come nelle “torri del vento iraniane”, o l’escursione climatica quotidiana attraverso lo sfruttamento dell’inerzia termica delle rocce, da parte degli sconosciuti costruttori dei pueblos di Mesa Verde. In particolare, quel modello mediterraneo di antica edilizia, colpevolmente dimenticato, che potrebbe tuttora fornirci utili insegnamenti per quanto sta a cuore ai cultori dello sviluppo sostenibile. Come rilevava nel 2006 la ricerca dell’Unione europea Technolangue – I linguaggi delle Culture del Territorio, secondo i principi europei di “città sostenibile” desumibili dalla Carta di Aalborg (1994); coordinata da Giovanni Spalla, riscontrando singolari coincidenze tra gli insediamenti di Borgio Verezzi e il tunisino Ksar Ouled Soltane, tra la tomba d’Atreo a Micene e le terme di Leptis Magna [4].

«Questo processo millenario di stratificazione storica ha, ancora oggi, notevoli riscontri di natura fisica e culturale sullo spazio del Mediterraneo orientale e occidentale, come dimostra lo scambio e la migrazione di linguaggi spaziali, di tecniche costruttive e di impieghi del territorio tra le diverse città che hanno popolato le coste del Mediterraneo». Le diverse civiltà urbane.

A margine di questa importante esplorazione conoscitiva, si può osservare come i problemi evidenziati siano eminentemente politici: visto che le energie rinnovabili non risolveranno se non in minima parte i fabbisogni dell’umanità, si impone la riflessione sul modello di consumo (e dunque abitativo) attualmente praticato. Il tema del passaggio da logiche dissipatorie di tipo individualistico a pratiche regolative di salvaguardia e risparmio. Anche nel modo di costruire. Ambito che consente ampie sperimentazioni locali. Vedi il “caso Aquisgrana” anni 90 in materia di efficienza energetica per le nuove costruzioni, che ha fatto da battistrada al varo nel 2000 della legge LER (adozione dell’energia solare nell’uso abitativo) da parte del governo federale tedesco (e ripresa nel 2004 dalla Provincia Autonoma di Bolzano).

Dunque, un problema politico. Potremmo dire, finalizzato alla realizzazione della “Nuova Alleanza” propugnata da un altro Nobel, Ilya Prigogine.
«È ormai tempo per nuove alleanze, alleanze da sempre annodate, per tanto tempo misconosciutamente, tra la storia degli uomini, delle loro società, dei loro saperi e l’avventura esploratrice della natura» [5].

Isabella Goldmann Antonella Cigalò, Architettura sostenibile, FAG Milano 2012

NOTE

[1] J. Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano 1986 pag. 172
[2] S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007 pag. 17
[3] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2011 pag. 61
[4] Università di Genova, I linguaggi delle culture di territorio, Allemandi, Torino 2007
[5] I. Progogine e I. Stengers, La nuova Alleanza, Einaudi, Torino 1981 pag. 288

(22 marzo 2012)



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