La crisi e il Palazzo, da Mill a Mussolini

Emilio Carnevali

Il governo di destra è riuscito a far passare una visione “fatalistica” della crisi: non dipende da noi, armiamoci di pazienza e aspettiamo che passi la nottata. È ora di rovesciare questa falsa vulgata.

Nel 1816 l’Inghilterra fu colpita da una terribile siccità che avrebbe avuto conseguenze devastanti sulla produzione agricola. James Mill (il padre di John Stuart Mill) scrisse al grande economista David Ricardo proponendo la sua particolarissima soluzione su come gestire l’“impatto sociale” di questi eventi. Un terzo della popolazione è destinato a morire di fame, era il ragionamento di Mill; a questo punto “sarebbe un gran bene portare questa gente nelle strade e sgozzarla come si fa con i maiali”. Ricardo si dichiarò assolutamente d’accordo con questa conclusione diciamo così…fatalistica e rispose a Mill che in un contesto del genere dispiaceva “vedere questa tendenza a infiammare gli animi delle classi inferiori convincendole che il legislatore potrebbe in qualche modo soccorrerle”.

Nell’Italia di oggi non siamo ancora arrivati alle proposte splatter di Mill, ma il tasso di fatalismo nei commenti sulla crisi economica e sulle sue gravissime conseguenze sociali è senza dubbio molto elevato, tanto fra i commentatori professionali quanto fra i comuni cittadini.

Ieri l’Istat ha diffuso i dati relativi alla disoccupazione di ottobre: 8,6%, il livello più alto dal 2004, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a settembre e di 0,4 punti rispetto a ottobre del 2009.
La mini-ripresa degli ultimi mesi è molto debole e discontinua e non riesce evidentemente a riassorbire l’enorme quantitativo di senza lavoro creatosi nel periodo precedente (tanto più considerando lo sfasamento fisiologico fra ciclo economico e mercato del lavoro). Ha ragione il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, quando parla di “dati impietosi, che tendono ad assumere caratteristiche di strutturalità” e che purtroppo sgombrano il campo “da tutte le false polemiche interpretative sui dati [le parole di Tremonti sui “dati ansiogeni” di Banca d’Italia, ndr] usate dal governo come cartina fumogena per nascondere la realtà”.

La realtà è che questo governo è di fatto privo di uno straccio di politica economica degna di questo nome. La sua grande abilità è stata quella di riuscire a far passare nell’opinione pubblica tre concetti semplici semplici: 1) La crisi non dipende da noi. È nata nella finanza Usa e poi si è propagata nell’economia reale arrivando fino a qui. 2) Noi abbiamo “tenuto” meglio degli altri Paesi europei 3) Con questo debito pubblico comunque non si poteva fare nulla. E tenere chiusi i cordoni della borsa ci ha permesso di non rischiare di saltar per aria come hanno fatto la Grecia e l’Irlanda.

Sono tre falsità: 1) Il declino industriale del nostro Pese non è cominciato con questa crisi, che semmai ha contribuito ad accelerarne l’andamento (non è difficile fare un confronto con i nostri vicini tedeschi il cui sistema industriale sta ricominciando a “pompare” con una capacità di reazione impressionante dopo lo shock del -4,7% del Pil nel 2009). 2) Abbiamo “tenuto” peggio degli altri paesi europei (basta, anche qui, qualche secondo per andare sul sito dell’Eurostat e scorrere i dati). 3) I soldi si trovano se li si va a prendere dove ci sono. Lo ha detto con estrema chiarezza Susanna Camusso sabato scorso in piazza san Giovanni a Roma: “Noi vogliamo che si combatta l’evasione fiscale e che dalla tassazione sui patrimoni e le rendite finanziarie si trovino i soldi per abbassare le tasse sul lavoro”, misura che per altro contribuirebbe a risollevare un po’ la domanda interna e a far ripartire l’economia (e quindi, indirettamente, anche a incrementare le entrate e a tenere sotto controllo il debito).

Eppure l’approccio “meteorologico” di Tremonti – la crisi figlia di un lontano e inevitabile fenomeno simile al celebre “anticiclone delle Azzorre” del colonnello Bernacca – sembra aver “tenuto”, quello sì, nonostante la crisi e l’emergenza sociale presente nel Paese.

Se Berlusconi cadrà, sarà sotto il peso degli scandali e delle spaccature interne alla sua maggioranza e al suo blocco sociale. Ma in fondo anche Mussolini non è caduto né per le proteste popolari, né per le iniziative dei partiti antifascisti. È caduto su iniziativa delle componenti moderate del regime dopo l’approvazione a grande maggioranza nel Gran consiglio del fascismo del famoso ordine del giorno Grandi (24/25 luglio 1943). Da lì però partì la rinascita del paese. Speriamo che riparta anche oggi, dopo il 14 dicembre.

(2 dicembre 2010)

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