La disfida sul Corriere
Giorgio Meletti
Non c’è niente che assomigli alle forze del mercato, nobilmente evocate da Napolitano, nella storia passata del Corriere. Ma anche nelle ripicche degli ultimi giorni. Marchionne ha esplicitato come questa storia nulla abbia a che fare con il profitto, e molto con il vizio dello sfizio, nell’eterna guerra fra le oligarchie italiane.
, da il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2013
La disfida sul Corriere della Sera fa venire in mente l’indimenticabile tormentone di Giorgio Bracardi: “Ma che te frega, che te frega!”. E invece gliene frega, gliene frega da decenni, e nessuno sa dire perché. Mentre l’importanza dei giornali cala inesorabilmente, la contesa è sempre più esacerbata. Ed ecco l’inedito assoluto del presidente della Repubblica costretto a intervenire con una nota ufficiale sugli equilibri azionari del gruppo Rcs. Diego Della Valle, ritenendo “in pericolo la libertà di opinione di un pezzo importante della stampa italiana”, ha chiesto al Quirinale di fermare la scalata della Fiat. Ha chiesto “un segnale forte” per non lasciare il Paese “a chi ha contribuito fortemente a portarlo nelle precarie condizioni in cui si trova”.
Giorgio Napolitano ha risposto con la più classica delle veroniche: “Ho letto l’appello del dottor Diego Della Valle pubblicato stamattina sulla stampa, e ne ho colto l’intento dichiarato di operare nell’interesse generale di una libera e corretta evoluzione del mondo della stampa e dell’informazione. È mio impegno quotidiano richiamare tutte le forze rappresentative del Paese al massimo sforzo di lungimiranza e di coesione in questa delicata fase della vita nazionale. Naturalmente non spetta a me alcun commento su questioni e proposte rimesse alla libera determinazione di soggetti economici e imprenditoriali e al giudizio del mercato”. Tradotto in italiano corrente: fatti vostri. Della Valle ha ringraziato.
Una volta ci si telefonava o ci si incontrava riservatamente. Adesso si fa tutto in piazza, e non per trasparenza, ma perché l’opinione pubblica si è seduta al tavolo del potere, e pesa, mentre i giornali contano sempre di meno. Una recente ricerca del Censis ci insegna che negli ultimi 12 anni i quotidiani hanno perso un terzo delle copie vendute (da 6 a 4 milioni al giorno), che nella fiducia dei lettori sono stati sorpassati da Tv, radio e anche dalla vituperata rete, e che solo un elettore su 5 ormai vota sulla base di ciò che legge.
Proprio ieri a Roma il presidente di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, presentando il libro “Una storia italiana” scritto dallo storico Carlo Bellavite Pellegrini con il dichiarato intento di celebrarlo, rievocava i fatidici momenti di 30 anni fa, quando da presidente del Nuovo Banco Ambrosiano doveva trovare a chi affidare il Corriere reduce dal disastro della gestione Rizzoli-Tassan Din-P2. Ed ebbe lui, Bazoli, l’idea di consegnare il primo giornale italiano alla Fiat e alla Mediobanca di Enrico Cuccia per sottrarlo ai partiti. Dovette poi andarlo a spiegare al premier Bettino Craxi che gli giurò odio eterno.
Con Bazoli c’era anche il premier di oggi, Enrico Letta, che lo chiama Nanni perché hanno in comune il maestro e mentore, Nino Andreatta. Letta, che allora faceva il ginnasio (mentre Elkann le elementari), dice che risultarono vincenti i valori di un trio di giusti, Bazoli, Andreatta e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi, attenti agli interessi generali. Mentre, nota il premier, coloro che hanno pensato solo agli interessi degli azionisti sono causa del “disastro collettivo” della nostra economia.
Non tutto torna in questo discorso. È vero che la fallimentare oligarchia che ha gestito l’Italia come cosa sua si è interessata in molti casi (quelli oggi indicati come nobili) più al potere che al denaro, e anche più a se stessa che al Paese.
Nel 1983 Bazoli piazzò nel consiglio Rizzoli il bocconiano Angelo Provasoli che trent’anni dopo è ancora lì, presidente di Rcs. E Gianni Agnelli, che ricevette in consegna il Corriere nel 1984, lo riaffidò a Bazoli in punto di morte, come in un romanzo ottocentesco. E lui difese il fortino dall’assalto dei furbetti del quartierino capitanati da Stefano Ricucci, e poi dallo stesso Della Valle che voleva alla direzione del Corriere un dirigente Mediaset, il suo amico Carlo Rossella. Ed è vero che Bazoli, pur con la consueta delicatezza, dipinge Della Valle come un mezzo matto che chiede la ritirata degli azionisti attuali senza indicarne di nuovi (e la Consob convoca Della Valle per chiedere spiegazioni sulle sue vaghezze).
No, non c’è nulla che assomigli alle forze del mercato, nobilmente evocate da Napolitano, nella storia passata del Corriere. E però anche nelle ripicche degli ultimi giorni è difficile vedere capitalisti aridi e avidi di profitti. Il fastidio di Sergio Marchionne – di fronte al suo azionista di riferimento che si perde dietro a un’azienda quasi fallita – è trattenuto a fatica: “La Rcs è strategica, altrimenti non avremmo investito tanto”. Colpisce l’eleganza dello slittamento dalla logica induttiva a quella deduttiva: se Elkann ci butta tanti soldi de-v’essere strategica, sembra voler dire l’accigliato manager italo-canadese. Non sembri una notazione pedante: anche la Consob ha chiesto alla Fiat di spiegare che cosa significhi “strategica”. Comunque Marchionne ha esplicitato come questa storia nulla abbia a che fare con il vituperato profitto, e molto con il vizio dello sfizio: “Noi abbiamo sempre avuto interessi in Rcs, per noi è importante. Si tratta di proteggere qualcosa che è stato nel gruppo da anni, rappresenta qualcosa di valore. Quindi è da proteggere come la Fiat nel 2004”.
Puntigli territoriali, come piacevano all’avvocato Agnelli. La differenza è che l’originale tracciava i confini e poi negoziava gli scambi tra contenuti del Corriere e finanziamenti pubblici; gli epigoni invece si azzannano sul Corriere come i gatti che per imperativo genetico si accaniscono su topolini di pezza.
(10 luglio 2013)
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