La Germania bifronte in scena a Karlsruhe

Adriana Cerretelli

, Il Sole 24 Ore, 13 giugno 2013

Non avessero in ostaggio il futuro dell’euro, le baruffe di Karlsruhe potrebbero scatenare facili ironie sulle incertezze granitiche di una Germania bifronte che con una mano vuole la moneta unica perché ne è di gran lunga il massimo beneficiario ma con l’altra vuole accuratamente mettersi al riparo da tutti i «rischi d’impresa».
Che da un lato si erge ad apparente difensore dell’ortodossia dei Trattati Ue e relativa clausola di «no-bailout» ma dall’altro sfida senza scrupoli l’indipendenza della Bce, cioè il dogma dei dogmi tedeschi blindato nelle tavole di Maastricht, sottoponendone l’operato a un eventuale giudizio.

Un giudizio non già delle toghe europee di Lussemburgo ma della propria Corte costituzionale, un tribunale nazionale sia pure il supremo. Che, mentre tende a spianare divergenze e difformità degli altri nel grande disegno delle 4 nuove unioni europee (di bilancio, bancaria, fiscale e sociale), si guarda bene dal mettere nel piatto negoziale l’anomalia di Karlsruhe, cioè una riforma costituzionale come quelle imposte ai partner con il fiscal compact, per accelerare il passo di decisioni collettive europee, oggi costrette a conformarsi ai tempi e modi della democrazia tedesca stabiliti dai suoi «numi tutelari».

«Non mi interessa se l’azione della Bce sia stata un successo, mi interessa solo se è legale o no», ha sentenziato Andreas Vosskuhle, il presidente della Corte, «altrimenti il fine giustificherebbe i mezzi». Appunto. Se il fine è e resta la stabilità dell’euro insieme alla pace e prosperità in Europa, i mezzi per raggiungerlo non possono restare immutabili in un’economia globale in rapido cambiamento, in un’eurozona costretta a tenerle dietro se non vuole rotolarne ai margini. Le riforme strutturali che oggi la nuova governance dell’euro impone ai suoi paesi meno competitivi e più vulnerabili mirano giustamente ad abbatterne rigidità di sistema, mercato, cultura, privilegi acquisiti. Anche le rigidità costituzional-giuridico-dottrinarie della Germania, il peso del passato nel suo sistema, rappresentano però un handicap da rimuovere, come tanti altri, per rendere più efficiente e flessibile la macchina dell’euro a vantaggio di tutti i membri.

Quando Angela Merkel, con il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, difende a spada tratta l’operato di Mario Draghi e ricorda che «se l’Europa non va bene, non va bene nemmeno la Germania», quando il presidente dell’europarlamento, il tedesco Martin Schultz, dice che il presidente della Bce «ha agito in modo logico per salvare la moneta unica» e Christine Lagarde, direttore del Fmi, rincara affermando che «senza il piano Omt, crescita e disoccupazione Ue sarebbero andate molto peggio» e che «in circostanze eccezionali ci vogliono misure eccezionali», tutti mostrano che la politica, anche se in ritardo, ha capito che sono varie le sclerosi di cui si può morire e far morire un progetto comune e vitale come la moneta unica. Da qui a immaginare che la grande ombra di Karlsruhe possa presto cominciare a dissolversi dalla scena europea, sarebbe decisamente prematuro. Prima bisognerà costruire una solida e credibile convergenza Nord-Sud superando la devastante crisi di fiducia che ha allontanato tra loro le due Europe. Prima la Merkel dovrà vincere le elezioni di settembre e i supremi giudici esprimersi, si spera in un modo non troppo irragionevole né farragginoso per la dinamica europea.

Se è vero che dopo, quasi certamente dopo le europee della primavera prossima, verrà la stagione delle grandi riforme, è necessario che tutti facciano la propria parte per prepararsi al salto verso nuove frontiere di integrazione. I paesi dell’arco della crisi dovranno fare seriamente tutti i compiti a casa. Angela Merkel dovrebbe cominciare a spiegare ai giudici come ai suoi concittadini che non è vero che l’euro in crisi è un pozzo senza fondo per il contribuente. Al contrario è una pentola d’oro che dal 2009 a oggi ha regalato alla Germania, grazie ai mini-tassi di finanziamento del debito, ben 80 miliardi che a fine anno diventeranno 100. Sarebbe una buona ripartenza per scrivere un nuovo, più costruttivo contratto europeo.

(13 giugno 2013)



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