La lezione di Brittany Maynard: “Cambiamo i nostri pensieri, cambiamo il mondo”
Carlo Troilo
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La vicenda di Brittany Maynard ricorda due casi precedenti che hanno suscitato accesi dibattiti nei rispettivi paesi.
Il più recente è quello di Vincent Lambert, un infermiere francese di 38 anni rimasto tetraplegico ed in stato “di minima coscienza” nel 2008 a seguito di un incidente. Da allora è in corso una battaglia giudiziaria fra la moglie di Vincent, favorevole a “staccare la spina”, e i genitori che si oppongono. Nel giugno scorso il Consiglio di Stato francese ha accolto la richiesta della moglie ma subito dopo la Corte europea del diritti dell’uomo ha bocciato la sentenza ed ha vietato di spostare Vincent dall’ospedale in cui si trova, per timore di “una fuga” in Svizzera. Analoga, e ancor più clamorosa, era stata la vicenda di Terry Schiavo, una giovane rimasta in stato vegetativo permanente dal 1990 fino al momento della morte, sopraggiunta nel 2005: quindici anni di contrasti fra il marito, favorevole al “distacco della spina”, e i genitori, contrari; innumerevoli cause e sentenze di segno opposto, con l’America divisa in due partiti, i favorevoli e i contrari alla eutanasia.
Naturalmente, le due vicende hanno portato, sia negli Stati Uniti sia in Francia, ad un dibattito acceso sulla eutanasia, in cui Vincent e Terry – come nel caso di Eluana Englaro in Italia – erano in realtà l’oggetto e non il soggetto dell’azione.
Per questo la vicenda di Brittany ricorda invece quella di Piergiorgio Welby – che fece della propria libertà di morire una battaglia politica – ed è molto significativa ed importante.
Brittany non solo ha deciso di ricorrere al suicidio assistito, trasferendosi nell’Oregon dove questo è legale, ma ha scelto di rendere nota la sua decisione e di condurre, nelle ultime settimane di vita, una battaglia in favore delle eutanasia. In questo modo Brittany ha consentito agli americani e all’opinione pubblica mondiale (il suo video su you tube è stato visto fino ad oggi da oltre dieci milioni di persone) di conoscere le ragioni per le quali una persona – che non è nelle condizioni del malato terminale ma sa di essere destinata ad una lunga e inutile agonia prima di morire – può scegliere il suicidio assistito. E la ragione principale, che Brittany ha spiegato con chiarezza e serenità, è la volontà di non perdere la propria dignità umana.
Il dibattito di queste settimane, inoltre, ha consentito di conoscere la realtà del suicidio assistito nell’Oregon: in 17 anni i malati autorizzati a farvi ricorso sono stati 1.174, quelli che hanno effettivamente deciso di ingerire la bevanda letale sono stati 753, 45 l’anno, su una popolazione di quattro milioni. Dunque non vi è stata, come sostenuto dagli avversari del suicidio assistito, quella ”deriva eutanasica” di cui parlano in termini terroristici, negli USA e altrove, i nemici di ogni forma di “morte degna”, eutanasia o suicidio assistito che sia.
La vicenda di Brittany ci porta a riflettere su quanto avviene in Italia. Non solo anche da noi è forte la campagna sulle “derive eutanasiche” (che giungerebbero fino alla soppressione dei malati indigenti), ma è forte anche la capacità di censurare la realtà, che si somma all’interesse solo episodico della stampa per i temi delle scelte di fine vita. Per essere concreti, i dati della realtà – e in particolare quelli spaventosi sui suicidi di malati e sulla eutanasia clandestina – vengono distorti o addirittura nascosti. Da quando, molti anni fa, ho cominciato a rendere noti questi dati (ogni anno 1.000 suicidi di malati ed oltre 1.000 tentativi di suicidio; ogni anno ventimila casi di eutanasia clandestina, sia pure “derubricata” dai medici a “desistenza terapeutica”), l’Istat, pur continuando a fornite i dati sui suicidi, ha eliminato dalle varie voci delle sue tabelle quella relativa ai “moventi” dei suicidi, impedendo così di capire se e quanti malati ricorrono al suicidio proprio per il fatto di non poter ottenere l’eutanasia. Lo stesso è avvenuto per l’eutanasia clandestina. Fino al 2007 le ricerche su come si muore negli ospedali erano frequenti e approfondite. La più importante, quella dell’Istituto Mario Negri, mi consentì di affermare che ogni anno nei reparti di rianimazione degli ospedali italiani, 20mila malati muoiono con l’aiuto attivo del medico (dunque, eutanasia clandestina). Da allora – e visto il risalto avuto da questi dati sui giornali – le ricerche su questo tema sono del tutto cessate.
Per non parlare del comportamento dei politici, apparso più che mai scandaloso nella vicenda della proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia, presentata nel settembre del 2013 dalla Associazione Luca Coscioni con 67mila firme di cittadini/elettori. Dopo la lettera inviatami dal Presidente della Repubblica il 18 marzo scorso (decimo anniversario del suicidio di mio fratello Michele, malato terminale di leucemia) in cui Napolitano sollecitava “un sereno a approfondito confronto di idee” sull’eutanasia (lo aveva già fatto nel dicembre del 2006 rispondendo alla lettera aperta di Piergiorgio Welby), il Presidente della Camera e molti autorevoli esponenti di diverse parti politiche si sono affrettati a dichiararsi favorevoli ad un dibattito in Parlamento sulla nostra proposta di legge. Da allora – malgrado le nostre sollecitazioni e le ribadite promesse – sono passati oltre sette mesi e tutto è fermo nella palude del Parlamento. Del resto, niente di nuovo sotto il sole, visto che dal 1979 a oggi, su 260 proposte venute dai cittadini, solamente 3 sono diventate legge, l’ultima nel 2000, a riprova del distacco crescente fra eletti (o nominati) ed elettori, il 70”% dei quali (anche questo va ricordato) sono favorevoli alla eutanasia.
Un’ultima – e amara – riflessione ci riporta direttamente al caso Brittany e alla doppia verità della Chiesa: da una parte quella delle dichiarazioni del Papa (“Chi siamo noi per giudicare?” e così via) e delle parziali aperture del Sinodo, dall’altra le dure condanne che fioccano ogni volta che la Chiesa si deve confrontare con vicende e con scelte che rischiano di suscitare dubbi sui “valori non negoziabili”. Questa volta la parte del cattivo è toccata al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che ha anche “le nom du role” per fare l’inquisitore: Ignacio Carrasco de Paula. Per Carrasco de Paula “il suicidio assistito è un assurdo” e “la dignità non è mettere fine alla propria vita, è un’altra cosa”. L’altra cosa (quella dignitosa) sarebbero le cure palliative, che potrebbero portarci a morire serenamente. A questo proposito, mi ha molto colpito una frase della Chiesa cattolica tedesca contro il ddl bipartisan sul suicidio assistito presentato al Bundestag: con questa soluzione “si preferisce risolvere il problema del fine vita in fretta, invece che con lunghe, e forse noiose, cure”. Definire le cure palliative per i malati terminali “forse noiose” è il segno di una perduta capacità di ragionare.
Il pericolo della mentalità eutanasica – conclude il Monsignore – “è abbandonare i malati, arrivare ad un società che li scarta come ‘costi inutili’: ‘la cultura dello scarto’ di cui parla Francesco”. Ha ben detto Marco Cap
pato: “Non vi è certamente ‘dignità’ – ed è anzi indegno dei Paesi civili – nel sequestrare alle persone la libertà e responsabilità di scelta”.
In conclusione. Quello che ci lascia Brittany é un messaggio di amore: per la vita, per la natura, per le persone care. Ma è anche una rivendicazione aperta del diritto alla autodeterminazione di fronte alla morte ed una presa di coscienza del valore politico di un gesto pubblico. “Il mio gesto serve a dare a tutti gli americani gli stesi diritti”; “cambiamo i nostri pensieri, cambiamo il mondo”: sono due frasi di Brittany che ricorderemo per sempre con gratitudine.
* Associazione Luca Coscioni
(5 novembre 2014)
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