La lezione inglese
Emilio Carnevali
Dopo giorni di trattative convulse David Cameron e Nick Clegg trovano un accordo. Nasce in Inghilterra il primo governo di coalizione dopo sessantacinque anni e vacilla il mito del bipartitismo inglese. Che però nel nostro paese continua a vantare numerosi estimatori.
In Inghilterra il primo governo di coalizione dopo sessantacinque anni – bisogna risalire alla seconda guerra mondiale per ritrovare qualcosa di simile – ha visto la luce ieri con un divertente siparietto di fronte alla stampa dei due giovani leader Cameron e Clegg (“davvero hai detto questo di me, David?”, ha domandato, fingendosi offeso, Nick Clegg al leader conservatore quando i giornalisti gli hanno ricordato un po’ di epiteti usati nei suoi confronti durante la campagna elettorale. “Lo devo ammettere, Nick”, ha risposto questi fra le risate generali).
Difficile però che il clima di allegria e leggerezza possa durare anche nei prossimi mesi. Una bozza di 7 pagine articolata in 11 punti ha sancito l’accordo politico più innaturale dal punto di vista dei contenuti: i liberaldemocratici sono una formazione di centrosinistra molto più simile ai laburisti che ai conservatori; anzi, negli ultimi anni hanno spesso “scavalcato a sinistra” gli stessi laburisti – non era difficile farlo nell’era di Tony Blair – su materie come la guerra o il welfare (di qui l’endorsement per Clegg di due storiche testate vicine al Labour come il Guardian e l’Observer).
Innaturale dal punto di vista dei contenuti, l’accordo Cameron-Clegg, ma obbligato visti i numeri usciti dalle urne lo scorso 6 maggio: nessuno ha raggiunto i 326 seggi necessari per conquistare la maggioranza del Parlamento. Solo l’unione fra i tories e i liberaldemocratici poteva garantire il superamento dell’asticella dal momento che un’eventuale coalizione lil-lab (315 seggi in due) avrebbe dovuto affrontare la difficile “caccia grossa” fra i vari partitini autonomisti, anche senza voler considerare il problema dell’ormai usurata leadership di Gordon Brown.
Clegg non ha ottenuto il successo che in molti si aspettavano durante la sua brillante campagna elettorale, ma ora ha la possibilità di rifarsi con quella agognata riforma del sistema elettorale che può porre fine alla macroscopica ingiustizia legata all’uninominale maggioritario inglese, in virtù del quale il suo partito, che ha raccolto il 23% dei consensi, ha dovuto accontentarsi di 57 deputati (contro i 258 dei laburisti con il 29% dei voti e i 306 dei Tory con il 36%).
Per questo il leader liberaldemocratico, che sarà vice-premier, ha chiesto e ottenuto anche la delega sulle riforme istituzionali, comprendenti appunto la riforma elettorale attraverso un referendum popolare sul cosiddetto “voto alternativo”. Quest’ultimo, denominato sinteticamente Av+, è il sistema in vigore in Australia e prevede l’indicazione di più candidati in ordine di preferenza – con una correzione proporzionale per una quota di parlamentari intorno al 15%-20%. Non è il proporzionale puro che è tanto caro alla base lib-dem (e che dovrebbe essere caro ad ogni sincero democratico, come ci ha insegnato Hans Kelsen), ma sarebbe già un risultato storico capace di correggere le più evidenti deformazioni della rappresentanza presenti nell’assetto attuale.
All’obiettivo della riforma elettorale i lib-dem hanno dovuto sacrificare molto nel programma di governo siglato insieme agli alleati conservatori, in primo luogo le istanze filo-europeiste che da sempre caratterizzano il profilo politico del loro partito. Ma i rapporti di forza sono chiaramente sbilanciati a favore dei tories e difficilmente Clegg avrebbe potuto portare a casa un bottino più sostanzioso. Vedremo ora quanto durerà questo inedito esperimento di coabitazione a Downing Street. Non è da escludere, tuttavia, un ritorno alle urne ben prima della scadenza naturale della legislatura.
Se al di là della Manica rischia di tramontare il tanto celebrato mito del bipartitismo inglese, qui da noi sembrano rialzare la testa i tanti pasdaran dell’uninominale maggioritario. Tanto più agguerriti quanto più, come ha giustamente osservato Michele Prospero sul manifesto, il mito del bipolarismo appare ormai come l’unica e l’ultima bandiera mobilitante per ampi settori del Partito democratico: “Un partito”, ha scritto Prospero, “che ha confuso i fini (identità, progetto), che ha smarrito i soggetti sociali di riferimento (l’impresa, nella narrazione veltroniana, era divenuta l’immagine estrema del disagio odierno, per via dell’inquieto padrone che non dorme la notte per il mutuo da pagare)”, e che dunque “combatte fino all’ultimo sangue la guerra sui mezzi tecnici (formule elettorali, procedure per la contendibilità della leadership)”.
Una animosità che stride fortemente con il contesto nel quale la discussione prende forma: mentre l’Europa danza sull’orlo del baratro della crisi economica e finanziaria, nel principale partito dell’opposizione rischiano di scannarsi attorno all’articolo 18 del proprio Statuto: strano esercizio di “onanismo masochista” difficilmente comprensibile anche senza pregiudizi verso le forme più fantasiose di perversione.
“Voglio parlare del lavoro e dei suoi problemi e non di cazzate”, aveva detto Bersani davanti ai lavoratori della Vinyls a Porto Torres qualche giorno fa. Temiamo che sarà costretto a occuparsi ancora per un po’ di cazzate.
(13 maggio 2010)
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