La linea del Piave di Ignazio Visco

Massimo Mucchetti

, dal Corriere della Sera, 9 novembre 2011

Unicredit farà un altro aumento di capitale. Che sia da 5 o da 7 miliardi, per quanto non si tratti di noccioline, poco importa. Secondo la European Banking Authority (Eba), anche Monte dei Paschi, Banco Popolare e Ubi Banca dovrebbero chiedere altro denaro ai soci. Assieme, queste quattro banche valgono soltanto 22,6 miliardi di euro. Ma se togliamo gli aumenti di capitale già fatti dal 2009 alla prima metà del 2011, la somma precipita sotto i 5 miliardi. Alla fine del 2007, prima della crisi, la capitalizzazione di Borsa di queste quattro banche sfiorava i 108 miliardi di euro.

Se questa è una Caporetto, e lo è, dov’è la linea del Piave e come la presidierà la Banca d’Italia, ora governata da Ignazio Visco? Ancora quattro anni fa, le banche erano popolari: rivalutazione dei corsi azionari, dividendi generosi, credito facile. Il rovescio della medaglia si è visto dopo. Ma proprio mentre crollava la reputazione di banche e banchieri, l’Italia riscopriva la centralità del credito nel finanziamento delle imprese. Altro che Borsa. Possiamo dunque pensare tutto il male possibile delle banche, ma l’Italia non può non difenderle, se non si vuol ridurre alla mera espressione geografica di cui parlava Metternich.

Il punto sono i bilanci. A vigilare è un’Autorità, l’Eba, indipendente di nome ma di fatto succube degli interessi francesi e tedeschi. La presidenza dell’italiano Andrea Enria non l’ha riscattata. D’altra parte, non può bastare un ex caposervizio alla Vigilanza, per quanto valente, a domare colleghi che hanno alle spalle banche centrali stabili, e non indebolite da un’interminabile transizione da un governatore all’altro, e governi forti, coesi e competenti.

In seno all’Eba, la Banca d’Italia è andata in minoranza sulla cruciale questione di come si contabilizzano le obbligazioni sovrane. Poiché sono piene di titoli greci, le banche tedesche e francesi hanno imposto che tutte le obbligazioni pubbliche fossero contabilizzate al valore di mercato così da compensare con le plusvalenze teoriche su quelle francesi e tedesche le minusvalenza sostanzialmente certe che gravano su quelle greche. In tal modo, le banche francesi e tedesche hanno affossato le italiane che hanno pochissima Grecia e, com’è ovvio e giusto, molta Italia a quotazioni calanti. Ma basterebbe tenere i Btp fino a scadenza e non ci sarebbe da patire nessuna perdita reale. È un gioco che tutte le banche fanno da sempre su qualsiasi posta dell’attivo. Il criterio del mark to market , del resto, è una delle follie contabili anglosassoni che hanno determinato prima la bolla speculativa.

La sconfitta in sede Eba, se non verrà ribaltata con determinazioni domestiche, scoraggia le banche italiane dall’investire nel debito pubblico del proprio Paese e, al tempo stesso, indebolisce l’autorevolezza della Banca d’Italia, che considerava risk free Bot e Btp. È, questa, la prima prova del fuoco per Ignazio Visco. Che deve recuperare anche la perdita di influenza, subìta dalla banca centrale in Mediobanca e Bpm dove nell’una il presidente Cesare Geronzi aveva accantonato la governance dualistica suggerita da via Nazionale e nell’altra gli Amici, l’associazione dei soci-dipendenti, si è fatta beffe della Vigilanza.

Ma la reazione a tali insidie costringe a ripensare anche la difesa del controllo nazionale. Fino ad Antonio Fazio, bastava il no del governatore. Poi, con Mario Draghi, la Banca d’Italia ripone i no, ma autorizza le operazioni Mps-Antonveneta, Unicredit-Capitalia, Intesa-Sanpaolo, Ubi-Lombarda per avere colossi troppo grandi per essere scalati. Adesso questi gruppi valgono meno del Banco Santander. Intesa e Unicredit poco di più della metà di Bnp Paribas e Deutsche Bank. E, tranne Intesa, tutti devono aumentare il capitale, sentenzia l’Eba.

Le fondazioni di Unicredit promettono di fare la loro parte, magari facendo debiti come la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Mps. Questi investitori stabili, che hanno salvato la baracca dopo Lehman, stanno tornando a esser quasi interamente investiti nelle banche d’origine fuse tra loro. Un altro giro di svalutazioni e di aumenti e si ridurranno a poco. Ma al loro posto c’è il nulla. O la nazionalizzazione, quando ci si chiede di privatizzare.

Il fatto è che l’Italia rischia di vedersi portar via, a prezzo men che vile, il suo sistema bancario da altri sistemi meno seri, ma più forti sul piano politico. E allora, se il governo italiano è tanto scarso da meritare la lettera di Draghi e Trichet, la Banca d’Italia di Visco dovrà essere tanto brava da usare le istruzioni di vigilanza al duplice scopo di non scoraggiare l’afflusso di capitali e, al tempo stesso, di sottoporre i più aggressivi tra gli investitori ad analisi più severe di quelle fatte nel 2005 alle banche olandesi e francesi che scalavano le italiane. Come si ricorderà, la Abn Amro, acquirente di Antonveneta, finì preda di due banche poi fallite: Dexia e Royal Bank of Scotland; e Bnp Paribas, tuttora padrona di Bnl, ha nascosti sotto il tappeto 30 miliardi di titoli tossici, pari al 34% del capitale (Unicredit ne ha 10, pari al 17% del capitale). Già, per i tossici il mark to market è sospeso, mentre per il debito sovrano del proprio Paese, curiosamente, funziona.

(9 novembre 2011)

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