La miseria della guerra e la “mossa del cavallo”

Emilio Carnevali

L’Italia uscì dalla seconda guerra mondiale in condizioni drammatiche dal punto di vista economico e sociale. Nel 1949, come alternativa al modello di sviluppo attuato dai governi Dc, la Cgil lanciò un grande “Piano del lavoro”. Una "mossa del cavallo" di cui avremmo urgente bisogno anche oggi.



Alla fine della seconda guerra mondiale la razione media di cibo per abitante in Italia era di 1737 calorie, 300 in meno della soglia minima per il mantenimento, circa 2000 calorie per ogni adulto. Questa è la definizione della “miseria” in termini metabolici prima ancora che macroeconomici. Il popolo italiano uscito dal secondo conflitto mondiale – atrocità nella quale era stato condotto dalla follia della dittatura fascista (quella che mandava i dissidenti in “vacanza”, secondo una celebre definizione del nostro presidente del Consiglio) – era innanzitutto un “popolo affamato”.

Il sistema industriale era in ginocchio: la siderurgia raggiungeva solo il 30% della produzione prebellica, l’industria cementiera l’80%, la meccanica fra il 60 e il 70%. Il reddito complessivo del 1946 era il 60% di quello del 1938. I disoccupati stimati erano 750000 a cui si sommarono negli anni immediatamente successivi le centinaia di migliaia di operai licenziati dalla imprese impegnate nella produzione bellica.

Questo è il quadro desolante della situazione di allora, cui si aggiungevano per il movimento operaio e sindacale condizioni non certo facili entro le quali sviluppare le proprie iniziative politiche e di lotta. Nel 1947 le sinistre furono estromesse dal governo, nel 1948 la Dc trionfò alle elezioni politiche e pochi mesi più tardi andò in pezzi quell’unità sindacale conquistata con la Carta di Roma il 9 giungo 1944.

La Cgil guidata da Giuseppe Di Vittorio si trovava nell’angolo, stretta fra la crescente polarizzazione politica innescata dalla guerra fredda e un’offensiva padronale che non esitava ad utilizzare l’arma dei licenziamenti verso gli attivisti sindacali. Era necessaria una “mossa del cavallo”, espressione mutuata dagli scacchi e cara ad un grande dirigente sindacale come Vittorio Foa. Un’iniziativa capace di far passare il movimento dalla fase difensiva a quella offensiva, capace di costringere il governo a confrontarsi con una sfida lanciata sul piano delle proposte concrete.

Questa mossa fu il grande “Piano del lavoro” lanciato da Di Vittorio nel 1949 e raccontato nel volume di Marco Gozzellino Keynes e la cultura economica della Cgil (Sottotitolo: Un’analisi del Piano del lavoro nella prospettiva della Teoria Generale, Ediesse, 2010). Il Piano proponeva un’alternativa radicale rispetto alle politiche attuate dai primi governi De Gasperi, caratterizzate da una sostanziale sfiducia verso l’intervento statale nell’economia e da politiche monetarie fortemente restrittive, il cui obiettivo primario era la stabilità dei prezzi e del cambio (non a caso le leve della politica economica e monetaria erano tutte in mano a personalità di strettissima osservanza liberista come Luigi Einaudi, Cesare Merzagora, Giuseppe Pella e Piero Malvestiti).

La Cgil, senza proporre soluzioni da “economia pianificata” sul modello dell’esperienza sovietica, sottolineava la necessità di rispondere alla strutturale debolezza della domanda aggregata intervenendo in tre settori strategici: nel settore idroelettrico, tramite la costruzione di nuove centrali e la presa in gestione di quelle private non in grado di assicurare un livello congruo di investimenti; in agricoltura, tramite un vasto piano di bonifica delle terre non coltivabili e una vera riforma agraria (in quegli anni il settore primario occupava più della metà dei lavoratori italiani); e nell’edilizia popolare (secondo Di Vittorio era necessario «costruire migliaia di case per tirare fuori una parte della popolazione dalle grotte e dalla sporcizia, facendo lavorare milioni di disoccupati»).

Ma il grande salto teorico attuato dal Piano fu costituito dall’idea di ricorrere al deficit spending per il finanziamento di queste misure (del costo di 2500 miliardi di lire in tre anni) e di infrangere così il dogma del pareggio di bilancio sul quale si fondava la politica economica dei governi democristiani.

Era il recepimento di quelle idee keynesiane che già avevano ispirato esperienze come il New Deal roosveltiano (fondato proprio su un massiccio intervento nel settore energetico) o il Piano Beveridge attuato dai laburisti inglesi. Esperienze ben conosciute dagli economisti che lavorarono al piano della Cgil: Paolo Sylos Labini e Bruno Trentin, ad esempio, avevano approfondito i loro studi negli anni precedenti negli Stati Uniti. Lo stesso Sylos Labini era stato autore nel 1946 di una relazione sui lavori pubblici commissionatagli dal ministero per la Costituente in cui aveva scritto che «la politica delle opere pubbliche deve avere assoluta prevalenza rispetto a quella dei sussidi» e che «le opere pubbliche si presentano addirittura più urgenti, al fine dell’incremento del reddito complessivo, delle produzioni lasciate all’attività privata».

Inizialmente il rifiuto della proposta del sindacato da parte del governo fu netto: «Fosse vero, Onorevole Di Vittorio, che basti avere un bel Piano per costruire qualche cosa! Ne avevamo anche noi di piani. Non sono i piani che mancano, mancano i quattrini», dichiarò uno sprezzante De Gasperi nel corso di un dibattito parlamentare nel novembre del 1949.

Ma, come spiega Marco Gozzellino nella conclusione del suo libro, «la fragile maggioranza della Dc negli anni successivi spinse i governi, soprattutto dopo il 1953, a seguire una strada simile», anche grazie alle componenti dell’area governativa sensibili alle impostazioni interveniste (in primis la sinistra democristiana). «Tuttavia, ciò che distingueva nettamente la politica proposta nel Piano da quella realizzata dal governo era la volontà di superare i gravi squilibri, sia geografici, sia nella distribuzione del reddito, che affliggevano l’economia italiana».

Dal punto di vista “culturale”, invece, il Piano del lavoro fu di grande importanza perché rappresentò la prima occasione di incontro fra la teoria keynesiana e la sinistra italiana (allora «strettamente legata ad una lettura marxista dell’economia capitalistica e all’influenza staliniana, secondo cui il capitalismo internazionale era di fronte al bivio tra il collasso e una nuova guerra mondiale»). «La proposta della Cgil», scrive Gozzellino, «ben più dei programmi politici del Pci e del Psi di quegli anni, fu un organico tentativo di rompere l’egemonia del laissez-faire di Einaudi e Costa e di introdurre elementi di intervento statale nell’economia italiana, superando il pregiudizio creatosi in seguito alla lunga esperienza dirigista fascista».

Anche oggi – sebbene in condizioni non paragonabili alla miseria di allora – ci troviamo immersi nelle conseguenze economiche e sociali di una devastante crisi economica. Ed anche oggi una forza sindacale come la Fiom ha avuto il merito di ridare centralità al tema del lavoro in un dibattito politico dominato dai vari casi Ruby (problemi con i quali il buon De Gasperi non ci ha mai costretto a misurarci). Servirebbe ora la famosa «mossa del cavallo», il passaggio dalla strategia difensiva a quella offensiva,
tanto cara a Vittorio Foa. Nelle condizioni attuali, tuttavia, il sindacato da solo non può farcela. Occorre un ritorno della Politica.

(11 marzo 2011)

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