La morale tra debito e concetto di colpa

Guido Rossi

, da Il Sole 24 Ore

La confusione, la recriminazione e la rabbia contraddistinguono, in questo difficilissimo momento, sia pure in modi e con qualità e caratteristiche diverse, i soggetti politici italiani ai quali sono affidate le sorti del Paese. Ho parlato di soggetti politici, non riducendoli alla facile ma grossolana indicazione dei soli partiti, ormai in genere indifferenti ai problemi dei cittadini, ma per riferirmi anche a tutte le pubbliche autorità nelle quali è organizzato lo Stato nei suoi tre diversi fondamentali democratici poteri, al di là dei meriti e demeriti dei singoli. Queste autorità, nella mancanza di un governo eletto dal popolo, vanno esprimendo solo la loro volontà di potere. E ciò fanno al massimo grado, fors’anche perché, per varie conflittualità impunite, interne od esterne, possono esercitare la violenza della legge (quella "Gewalt", che secondo Deridda è contemporaneamente violenza e potere legittimo, l’autorità giustificata) attraverso normative imprecise ed incoerenti, che solo una Giustizia equa e corretta giustificherebbe.

Intanto il Paese degrada in pericolose ineguaglianze, nella disoccupazione, nell’ignoranza, nella povertà, nella miseria e nella disperazione, come i casi di cronaca dimostrano. Di ciò nessuno dei poteri deputati o delegati si occupa, siccome sembran tutti insensibili ai diritti umani: tema ignoto alle agende politiche. Un indice preoccupante di queste dinamiche è appena stato puntualmente rilevato nella ricerca, valida ben al di là dei suoi limiti territoriali, dal recentissimo saggio a cura di Matilde Callari Galli «Vedere la povertà» (Unicopli 2013).

Purtroppo, questa nostra nazione, frantumata dalla barbarie del disprezzo del bene comune, e impostata alla snobistica ricerca del proprio "particulare", è al quart’ultimo posto delle nazioni europee per tenore di vita, dopo Lettonia, Bulgaria e Romania, nonché, come ho già altra volta sottolineato, dall’8 gennaio condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, che proibisce la tortura e il trattamento disumano e degradante, a causa del sovraffollamento delle carceri.

Abbiamo ancora circa otto mesi per provvedere, ma il tempo passa e tutti si occupano d’altro.
Insomma, oltre alle povertà vecchie e nuove, la civiltà della globalizzazione e del capitalismo finanziario fa precipitare nel baratro delle disuguaglianze, dalla povertà alle prigioni, una larga parte della popolazione.

Un’indagine assai rigorosa è anche all’attenzione odierna del centro dell’impero della globalizzazione, cioè degli Stati Uniti d’America, dove studi e approfondimenti sul tema sono riposti nelle più prestigiose pubblicazioni. Infatti, un autorevole studioso della Chicago University, Bernard Harcourt, ha di recente messo a paragone due dati statistici in diversi Paesi occidentali: le percentuali di incarcerazione e il numero dei letti negli ospedali psichiatrici nei vari Paesi. Lo sconvolgente risultato è che non solo gli Stati Uniti incarcerano a un tasso eccezionalmente più alto di tutti gli altri Paesi occidentali economicamente avanzati, ma hanno un incredibilmente inferiore numero di ricoveri ospedalieri per malati di mente. La conclusione che ne viene tratta è che le prigioni americane detengono una quantità di persone che in altri Paesi democratici economicamente avanzati sarebbero ospedalizzate. Le statistiche del 2008 dimostrano che l’1% della popolazione adulta era detenuto nelle carceri americane e che uno su trenta giovani, fra i venti e i trentaquattro anni, era stato incarcerato nel 2008 e che poi, per lo stesso gruppo di età, nel caso di cittadini afroamericani, il numero era uno su nove.

L’idea del prof. Harcourt ("The illusion of Free Markets: punishment and the mith of natural order" Cambridge 2011) è che esiste uno stretto collegamento fra le politiche del libero mercato e l’alta percentuale dei detenuti. Non pare un caso che le politiche di governo debole e di "duri col crimine" (tough on crime) hanno sempre operato in tandem, a cominciare dalla politica di Ronald Reagan, a quella già sostenuta da David Cameron. Le rivoluzioni o pseudo rivoluzioni nella politica economica e la rivoluzione nella politica criminale sono andate di pari passo.

La recente recensione sulla Harvard Law Review di questo e di altri analoghi libri sottolinea che le politiche neoliberiste hanno portato decadi di assalto al welfare state col risultato di aver lasciato al sistema della giustizia criminale di giocare un sempre più importante ruolo nel controllo delle classi americane meno abbienti ("underclass"). Non si tratta qui di rinverdire, dalle certo non sospette Law Schools di Chicago e Harvard, esempi classici dell’economia marxista, considerando la popolazione nelle prigioni delle società industriali, come una sorta di bassa manovalanza appartenente alla "armata di riserva industriale" dei disoccupati. La citazione di Quesnay, che il basso prezzo dei beni non avvantaggia il popolo umile, ma invece riduce i salari dei lavoratori e distrugge oltre che posti di lavoro anche il benessere nazionale, fa pur concludere che parlare solo dei mercati può essere certo eccitante, ma anche fuorviante.

La verità è che quando lo Stato è assente, come nel nostro Paese, e la giustizia sia penale sia civile, come ha rimproverato la Commissaria Reding all’Italia, è per eccesso o per difetto inadeguata al suo ruolo, il vero problema non è quello populista o cesarista del rifiuto della politica, ma è piuttosto quello del rifiuto della ideologia sottostante che ha posto la governance economica al di sopra e al di fuori della difesa dei diritti.

Pare allora ancora terribilmente attuale il parallelo di Friedrich Nietzsche nella "Genealogia della morale", dove il concetto di colpa ha preso origine da quello molto materiale di debito, e anche la comunità sta con i suoi membri nel fondamentale rapporto del creditore verso i propri debitori, sicché il debitore, che oggi è chi risulta fuori del mercato per qualsivoglia ragione dovuta alle crescenti disuguaglianze, deve essere dalla comunità restituito allo stato selvaggio, anche attraverso la detenzione. Ed è così che mentre da più parti i tentativi di ridurre i bonus delle élite del capitalismo finanziario non trovano nessun concreto effetto e i paradisi fiscali aumentano i loro depositi di ricchezze illecite, coloro ai quali vengono sottratti i loro diritti per ragioni di politiche economiche del dio mercato, sono considerati reietti e comunque indegni di una cosiddetta società civile, sempre più pericolosamente isolata e incapace di liberarsi di barbare e pericolose ideologie.

(9 aprile 2013)



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