La piazza mediatica e la piazza vera

Angelo d’Orsi



Uno dei pochi autentici rivoluzionari dell’Italia del tempo presente, don Andrea Gallo, in una bella a Stefano Galieni (“Liberazione”, 3 settembre), tra le tante parole sagge e vere, fra i numerosi spunti di analisi e di denuncia, in mezzo al sale e al pepe del flusso dei pensieri, ha detto, in attesa dello sciopero generale decretato per il giorno 6 dalla CGIL (ma anche da tante forze sindacali autonome come USB e CUB), che altro che uno sciopero generale. Dovremmo scendere in piazza per un mese intero, ogni giorno. Dovremmo paralizzare il Paese.

Mi pare, che, al di là dell’enfasi del discorso (peraltro con divisibilissima), don Gallo abbia indicato una linea di condotta. Lo sciopero generale, mentre scrivo, è ancora in corso, o appena finito; pare sia andato bene, anzi, molto bene, anzi, forse, benissimo. Un momento importante, ma deve essere solo una tappa. E se non siamo in grado di farne altri, a breve; se non siamo in grado di reggere il costo di una politica dello sciopero generale a oltranza, allora dobbiamo studiare altre vie per raggiungere il risultato. Che, oggi, è, in primo luogo, abbattere questo governo, al quale, come sui volantini di tanto tempo fa si scriveva a grandi lettere rosse, è un “governo affamatore del popolo”. Una possibile via, anche se da concertare con altre iniziative, è quella di disseminare la lotta, e invece di scendere in piazza in cento città in contemporanea, di mobilitare ogni giorno un certo numero di località: dove sia protagonista “la gente”, coloro ai quali puzza questo barbaro dominio e non ne possono più, che ne hanno le tasche piene delle parole di Berlusconi e delle pernacchie e dei bofonchii di Bossi, delle sparate di Calderoli e dei conti sballati di Tremonti, delle volgarità di Brunetta e della faccia stessa di Cicchitto e di Gasparri…; ecco dunque che in ciascuna città, gli italiani e le italiane stanchi di Ali Babà e i quaranta ladroni, alzano la voce, e assediano i palazzi del potere. Un sogno? Non credo.

Un’altra via, che è quella del “modello Parma”, dove la costanza di una intera cittadinanza ha eroso, da tutti i punti di vista, la credibilità e la possibilità stessa del sindaco e della sua Giunta di reggere l’amministrazione della città: il modello Parma è scendere in strada, tutti i giorni, o se proprio non si riuscisse, ogni settimana e comunque regolarmente. Dobbiamo fare un calendario delle lotte, assumere tutti l’impegno: in una situazione in cui il Paese è seduto sull’orlo del baratro, letteralmente, come le notizie delle borse e i giudizi stranieri ci ricordano impietosi, non possiamo accampare pretesti o motivazioni personali: non possiamo trincerarci dietro il lavoro, pensando ai tanti che il lavoro non ce l’hanno o ce l’hanno precario e in nero; non possiamo nasconderci dietro la famiglia, se facciamo mente ai giovani, spesso, ormai, ex giovani, che la famiglia, quella da costruire, non possono permettersela, data la situazione economica generale, data la speculazione sugli affitti, dato il costo di vendita delle abitazioni giunto a livelli insostenibili, un po’ dappertutto (e chi si è avventurato in un mutuo sa oggi quanto debba penare, se non vuole rinunciare all’agognato tetto che minaccia, metaforicamente, di crollargli addosso da un mese all’altro); data la difficoltà di mettere al mondo e accudire dei figli dignitosamente. Non possiamo pensare che oggi la salvezza dell’Italia sia compito di qualcun altro, qualcuno che non siamo noi.

Ogni giorno, ogni settimana, dovunque, dobbiamo assediare il Palazzo. Andiamo sotto le prefetture, sotto le sedi Rai, davanti alle porte dei giornali organo della disinformacija di regime, chiediamo, ora che riprenderanno le lezioni all’Università, di trasformare i corsi in luoghi di analisi dell’’ingiustizia sociale, animiamo le città con presidi, sit in, comizi volanti. Facciamoci sentire. Facciamoci notare. Facciamoci leggere. Stampiamo e diffondiamo piccoli fogli di controinformazione. Distribuiamo materiale informativo con i costi (e le vittime) della manovra finanziaria, sbugiardiamo Pinocchio Tremonti, ridicolizziamo i “pezzi duri” della Lega Nord, che ogni giorno minacciano il grand guignol, per poi sedersi alla tavola del ricco Epulone. E accettare le sue briciole; quando non sono essi stessi a cambiare con disinvoltura le proprie posizioni, impegnati in paurose giravolte da cui finora sono sempre usciti indenni.

Noi oggi, immersi in una crisi epocale, che è finanziaria, ma è di civiltà (o di inciviltà), siamo consapevoli che non può durare; che non deve durare. Questa gentaglia sta distruggendo il Paese: la sua economia, mentre finora pareva avesse solo attentato, riuscendoci perfettamente, anche se non del tutto, alla sua etica pubblica, e alla sua moralità; questi stanno svuotando le magre finanze degli italiani che vivono di reddito fisso, un reddito che, per i lavoratori dipendenti, da operai a insegnanti, raramente varca le colonne d’Ercole dei 1500 euro mensili, che spesso costituiscono la sola entrata di una famiglia media. E altri, a cominciare da tanti membri dello stesso governo affamatore, o i loro familiari, o i loro amici (coloro che poi sostengono finanziariamente le campagne elettorali) lucrano, con o al di fuori del conforto della legge.

La china deve essere fermata. Fermiamoli ora. Lo sciopero generale sia l’avvio dell’attacco finale, dopo le tante tappe gioiose e gloriose, dal febbraio delle donne al giugno referendario ed elettorale. Ci hanno rifilato, dalla piazza mediatica, il paradiso di bugie; ripaghiamoli, da tutte le piazze vere d’Italia, offrendo loro l’inferno della realtà.

(7 settembre 2011)

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