La politica e le evidenze ineffabili. Siamo alla democrazia viscerale?

Carlo Bernardini



In molte occasioni, in questo mondo contemporaneo, ci capita di parlare del problema della valutazione. Ormai è diffusa l’idea che valutare sia un mestiere di esperti specializzati, ciascuno in un settore; il che effettivamente ha un senso, perché la specializzazione è una caratteristica accentuata della cultura contemporanea: non si tratta più di giudicare soltanto i prodotti di un agricoltore, o di un falegname o di un cuoco, perché la qualità è comprensibilmente manifesta in ciò che producono e ci offrono sul mercato. Oggi, la qualità è più legata al funzionamento di strutture produttive organizzate che non a prestazioni artigianali.

Anche governare un paese richiede la valutazione della capacità di farlo nell’interesse pubblico; e che cosa si debba intendere per interesse pubblico è stato in effetti ben definito in un documento concepito da esperti di giurisprudenza e storia sociale e politica che hanno scritto per noi la “Costituzione della Repubblica”. Ma, quando siamo chiamati a scegliere la nostra rappresentanza popolare in un parlamento, diventiamo per una volta, periodicamente, tutti valutatori; perché dobbiamo indicare chi e come ci rappresenterà in un certo arco di tempo.

I criteri di valutazione vengono allora gestiti dalle “forze politiche”, associazioni spontanee di persone che si adoperano ormai soprattutto per produrre “consenso”. Per farlo, usano due strumenti intrecciati: i partiti politici e i mezzi di comunicazione di massa. Entrambi questi strumenti possono (o potrebbero) usare principi etici, progetti, concezioni ideologiche e suggestioni per raggiungere il loro risultato. Ma bisogna ammettere che il gradimento popolare è spesso guidato da fascinazioni generate dalla simpatia per un candidato che appare “simile” all’elettore nel suo stile di vita e nei suoi interessi; oppure, al contrario, da repulsioni prodotte dall’antipatia per candidati “dissimili”, che spinge verso quelli che si dichiarano loro avversari per adescare elettori.

Così, la cultura di un paese sarebbe sostanzialmente evidenziata, in queste valutazioni, da “evidenze ineffabili” che sono altra cosa che non competenze di governo e somigliano assai più a gusti personali, a consonanze e dissonanze comportamentali; insomma, a posizioni ideologiche spontanee determinate da condizioni ambientali (ricchezza e povertà familiare, qualità dell’istruzione, convinzioni religiose locali, ecc.).

E’ il trionfo di quella che si “chiamava visceralità”. Dove può portare questo “stato dell’arte” di gestione della cosa pubblica?
Per fare subito un esempio di applicazione palpabile di questa congettura, vorrei dare in poche parole lo stato d’animo a cui arrivo, nel mio sistema di riferimento individuale – uno tra milioni di quelli possibili – nel caso italiano.

La polarizzazione dell’attenzione su Berlusconi e il berlusconismo – che in tanti percepiamo – nasce, a mio modo di vedere, dal fatto che Berlusconi sembra parlare come l’ “uomo della strada”; non nasconde i suoi interessi e i suoi vizi, è tollerante con la disonestà, le menzogne, l’immoralità e l’ipocrisia con cui si autoassolve. Inoltre, ha fatto proseliti: i suoi seguaci, i “cortigiani”, sono appunto tali perché lo assecondano imitandolo.

Dunque, il suo comportamento è un codice e una promessa reale, a dispetto del fatto che poi i risultati di medio e lungo periodo della sua politica falliscano; ma lui sa come scaricare il fardello su altri, il che non è cosa da poco. A me sembra di osservare un sistema tribale, con un capotribù circondato da fedelissimi che riconoscono la sua insostituibilità dovuta principalmente al fatto che sarebbe impossibile concordare su un altro con uguali capacità istrioniche. L’impossibilità nasce dal fatto che nessuno della corte è così ricco e così spudorato, qualità oggi indispensabili per arrivare al vertice.

Berlusconi è un caso unico, forse al mondo (oggi): in passato ci sono stati personaggi del suo livello adatti a diverse circostanze, Caligola, Tamerlano, il Papa Borgia, Rasputin, ovviamente Mussolini, Kim Il Sung, Pol Pot e tanti altri, chi più chi meno efferato (ma non è questa la caratteristica dominante); insomma, personaggi, più che potenti, sorprendenti nella loro capacità di fare cose che a quasi tutti apparirebbero impossibili per via della stessa incapacità a concepirle più che di etica (che, pure, useremmo come motivo principale di ripugnanza, per ragioni di tradizione ed educazione).

La tipologia dei cortigiani, poi, rafforza la figura del capo, componendosi di varie figure: lo sciamano (Gianni Letta), i suggeritori in ombra (Cesare Previti, Marcello Dell’Utri), i giullari (Lupi, Cicchitto, Bondi, Brunetta, La Russa, Quagliariello, nonché Capezzone – un Buster Keaton per polli), i legali di famiglia (Ghedini, Alfano), le baiadere (Brambilla, l’incompetente Gelmini, Carfagna, la torva Ravetto e molte altre); e persino i “pazzi sacri” tipici delle corti islamiche, i leghisti, cui tutto è consentito perché sembrano dire verità diffusamente covate dall’egoismo ma inconfessabili (Bossi primo tra tutti, con i suoi fidi di cui non resta che portare vergogna).

L’insieme di queste figure fa il “berlusconismo di governo” e costituisce un attrattore che il livello culturale un po’ goliardico degli italiani, ricalcato da programmi televisivi ben rappresentati dai “film di Natale”, non riesce a disdegnare come una borghesia almeno liberale dovrebbe, per dare segno di civiltà e sviluppo culturale apprezzabili dai partners esteri.

E veniamo allora all’opposizione. Non a caso, in quest’ottica, lo strumento principe per opporsi è quello della contrapposizione a lui, Berlusconi, come mentalità consapevole ma ripugnante, non come portatore di “valori", diversi ma pur sempre "valori" (non a caso, è Berlusconi stesso che fornisce una chiave di lettura sintetica per alimentare la sua “antipatia” produttiva: chiama tutti gli “altri” comunisti, puntando sull’orrore fumettistico che questa evocazione produce nei ricchi e religiosi – come in certi manifesti fascisti in tempo di guerra).

Ma chi la fa? L’opposizione, in Italia, è oggi un coacervo di personaggi che non mostrano alcuna capacità di lavorare insieme: Veltroni, D’Alema, Bersani, Franceschini, Fassino, Bindi sono figure singole che non sembrano dialogare tra loro pur appartenendo a uno schieramento coperto dalla stessa bandiera. C‘è poi Antonio Di Pietro, che ha una bandiera diversa ma produce ineffabili evidenze antipatetiche (simmetriche a quelle di Berlusconi) con il suo personalismo che non sembra lasciare spazio a progettualità collettive e perde adepti attraverso indecorose compra-vendite.

Comunque, questo gruppo di oppositori (Pd e Idv, cui si connettono altre piccole frange recalcitranti che difendono il marchio “sinistra”) è comunicativamente debole: quando parlano, se non accusano Berlusconi e il suo governo, esortano, chiamano a raccolta, recriminano, ciascuno a suo modo e tutti ugualmente tristi, pensierosi, come fossero poco fiduciosi nel loro stesso ruolo.

Dovremmo sentire una sola voce che dice cosa fare per la giustizia, per il lavoro, per la scuola, per l’economia, per la ricerca, per
l’immigrazione, per le risorse energetiche e tanti altri problemi concreti; e invece sentiamo più spesso la parola “primarie” che ogni altra, come se il problema latente della leadership fosse, anche nella loro coscienza, il problema cruciale e apparentemente insolubile con una figura unificante: le primarie chieste come esigenza dominante e risolutiva vengono inevitabilmente introiettate così solo dal popolo che ancora spera in loro.

E, in effetti, voglia di leader lo è: ciascuno di loro, da Occhetto in poi, non è che un funzionario di partito, senza altre prospettive di impiego che quella – su cui si gioca la vita – di essere designato leader. Non c’è più un “comitato di garanti” senza preoccupazioni di poltrona, prestigioso come il Comitato Centrale del PCI, che con la burocrazia politica ben poco aveva a che fare. Non a caso, Romano Prodi ha potuto perdere la sua, di poltrona, senza agonizzare scompostamente, perché aveva anche una reputazione e una collocazione sociale non coincidente con il “partito“. Alla fine, l’evidenza ineffabile riguarda il fatto che questi “dirigenti” (nel senso delle responsabilità gestionali interne, dei capiufficio, come nei sistemi impiegatizi) del Pd non manifestano mai stima reciproca, sembrano tenersi vicendevolmente a bada e non riescono a formulare programmi per uno stile di vita pubblica di alto profilo.

Resta, nell’opposizione, l’Udc, una scoria Democristiana che non fa scopertamente gli stessi errori degli altri: ha un leader, Casini, ma non ha cortigiani ciarlieri; solo figure patetiche di contorno, come Cesa e Buttiglione. Miete alleanze, come quella con Rutelli, grazie all’etica guidata dai preti (la famiglia, la vita, la bioetica e tutti i leitmotiv curiali della bigotta senatrice Binetti).

Insomma, raccatta consensi in una fascia che è uno zoccolo di cemento armato in Italia: i conservatori cattolici perbenisti di estrazione impiegatizia-pubblica, specie anziani. Però, l’insistenza sul “centro” potrebbe non essere una buona trovata: l’Udc, come la vecchia Dc, è votata da gente che vuole vincere il "peccato" altrui, non le degenerazioni gestionali: tende perciò a allargarsi ma con un linguaggio usurato e inviso ai giovani. Quanto a Fini e il Fli, difficile che la gente capisca che è una versione non clericale di Casini.

Tra i suoi, ci sono fedeli forse meno scialbi; ma non saprei dire che immagine danno se non quella di volere un ruolo visibile: sono una sorpresa imprevedibile che questa politica sta concimando, caricandola di un mercato degli eletti tutt’altro che simbolico. Quale politica, poi? Boh! La politica di palazzo è ridotta a routine verbale, a puntate dei tg con rapidi cambiamenti di soggetto e spesso indistinguibili dai programmi di intrattenimento.

Ma forse, non può essere altro se gli “eletti”, con la legge elettorale vigente, sono designati eleggibili dai “capi” perché ne imitano e difendono meglio i difetti; per lo più, non hanno un curriculum e non possono che cercare di suscitare simpatie popolari accettando i difetti di fazioni provinciali messi in piazza nei talk show: razzismo, interesse privato, voglia di guadagno e di evasione fiscale, tifoseria, eccetera.

C’è un po’ di resistenza, in giro? Sì: gli studenti, alcune rappresentanze sindacali. Ma i sondaggi non li accreditano e perciò Berlusconi continua a coprirsi con l’idea che la sua maggioranza sia un invariante del paese. Se avesse ragione e chi vota continuasse a votare per lui, sarebbe un disastro, un fallimento democratico grave: opposizione = non-voto, maggioranza = consegna dello Stato ai pirati. Per ora, regnano l’assuefazione e la rassegnazione, in una triste palude di conflitti beceri.

(26 gennaio 2011)

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