La politica italiana per l’hi-tech? Uno spottone

MicroMega

di Pierfranco Pellizzetti

Se interessa a qualche amico, ritorno sul binomio fatale conoscenza-sviluppo.
Già ne avevo scritto su Il Fatto Quotidiano del 12 novembre (“Spaghetti Hi-Tech”, intervento ripreso anche ). Questa domenica 22 appare nelle lettere a Il Fatto una nota di protesta di una società di consulenza milanese che si presenta come Ufficio Stampa dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). Intervento ufficiale della corazzata nazionale per la ricerca scientifica che consente di riprendere la questione non certo trascurabile di quale risulti essere la “via italiana alle tecnologie”.

In sostanza, un robusto spottone. Con una premessa: dall’IIT si lamentano di non essere stati mai visitati dallo scrivente. Errore. Infatti, quest’anno mi sono inerpicato verso la loro sede sperduta nei boschi nel retroterra genovese ben due volte: il 3 marzo e il 2 novembre; e sempre per tentare di appurarne il ruolo svolto come presunto motore dell’innovazione tecnologica nazionale.

Istituito con decreto legge dal governo Berlusconi nel 2003 e fortemente sponsorizzato da Giulio Tremonti, stando alla descrizione del suo Ufficio Stampa, l’Istituto avrebbe attraversato una fase interminabile di messa a regime (“abbiamo terminato lo start-up nel 2008”, ci viene detto). Tesi contraddetta dalla relazione 2007 della Corte dei Conti, in cui si afferma- papale, papale – che tale fase “si è conclusa nel 2005”. In ogni caso, quanto risulta certo è la scarsissima trasparenza che ne circonda le attività. Mille pubblicazioni già all’attivo? Se vai a leggere in rete il dibattito su tale produzione scientifica, scopri che nell’anno 2007 tali pubblicazioni, ove censite secondo il criterio ISI correntemente adottato in materia, si ridurrebbero a 29 (contro le 4357 del CNR e le 447 di Enea nello stesso periodo).

Per non parlare della singolare posizione del suo “ubiquo” direttore scientifico – Roberto Cingolani – che manterrebbe il piede in due scarpe: oltre a IIT, pure la direzione del Laboratorio per le nanotecnologie di Lecce (e non è chiaro quale delle calzature si “avvantaggi” maggiormente delle sue attenzioni). Con la gentile consorte dello stesso segnalata titolare di incarichi in entrambi gli istituti.
C’è poi la questione dei finanziamenti: un fiume, seppure di ammontare indefinibile. Stando alle dichiarazioni ufficiali qualcosa come 40 milioni di euro annui (ma qualcuno suggerisce il raddoppio). Una già consistente dotazione ordinaria, cui si dovrebbero aggiungere i 130 attribuiti con legge 133/08.

Dato che trattasi di pubblico denaro, sorge la domanda che si poneva l’articolo incriminato: quali sono gli effetti che ne derivano al territorio? Ce lo si chiede in quanto le politiche dell’hi-tech non sono finalizzate a favorire attività autoreferenziali o – peggio – misteriche, bensì alla creazione di imprese competitive e nuovo lavoro.
Ebbene, non è dato conoscere (e di certo quelli dell’IIT non la segnalano) un’iniziativa che sia una, innescata dal traboccamento di conoscenza dal santuario tecnologico. In effetti le aziende innovative presenti nell’area operavano già prima dell’istituzione di IIT e non esistono elementi tali da far ritenere che stia nascendo un qualsivoglia distretto tecnologico.

Certo, la grancassa della politica mistificatrice ci racconta tutt’altra verità. Che sarebbe un po’ più convincente se la si corroborasse di qualche numero in materia di occupazione creata. Del resto sono i fatti che contano: proprio il 12 marzo 2009, mentre il governatore di Regione Liguria Burlando (come sempre sfortunato) rilasciava dichiarazioni trionfalistiche sulle mirabilie che si stavano creando grazie alle sue scelte politiche per l’innovazione, con perfetto sincronismo gli si dimetteva il presidente dell’agenzia ligure per il trasferimento tecnologico – Giorgio Musso – motivando la propria decisione con l’essere stato messo nell’impossibilità di operare.

Dunque, parlare di “cattedrale del deserto” per IIT è solo un eufemismo. A partire dall’ubicazione, inadatta a produrre gli effetti di contiguità con il sistema produttivo locale che sono condizione essenziale in tutti i distretti tecnologici al mondo.

Infatti, nel 2007 l’IIT si è comprata, per 22 milioni più IVA, un palazzone abbandonato su una collina inselvatichita fuori città. Dove i ricercatori lavorano nel più totale isolamento (e da cui derivano quei problemi di inserimento per i loro familiari che ne rendono problematico il radicamento).

Questa è la realtà. Che spiega – tra l’altro – quanto segnalato dalla ricerca 2007 dell’Unione “La società europea della conoscenza presa sul serio”: lo spaventoso ritardo italiano nello sviluppo trainato dall’innovazione tecnologica.

(23 novembre 2009)

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