La rabbia e la paura
Gaia Benzi
Com’era prevedibile, dopo la giornata di martedì si è scatenata una gazzarra di commenti su quanto accaduto. Alcuni approvano, altri condannano; pochi erano presenti ai fatti e non tutti comprendono l’entità del problema.
La mia prima reazione è stata il rifiuto netto della violenza, perché sono convinta che la violenza non sia mai la strada da seguire. Punto.
E’ questa una scelta politica precisa, legittima e motivata, di cui nessuno dovrebbe vergognarsi.
Ma visto che sono anche una studentessa e conosco le persone che hanno partecipato alla guerriglia e la rivendicano, ho tentato, a mente fredda, di capire. Torno dunque sul tema, dopo giorni di riflessione e di confronto con gli altri partecipanti, avendo constatata la complessità della situazione.
Gli argomenti di chi legittima i fatti di martedì 14 sono essenzialmente tre: eravamo tutti a farlo, tutta la piazza era con noi, era un’azione di massa; non si trattava di infiltrati o di un black block, ma della giusta rabbia sociale di una generazione intera, ignorata, oppressa e sbeffeggiata; sono anni che manifestiamo pacificamente e non ci hanno ascoltato, la rivolta di piazza è l’unico modo per cambiare le cose (si vedano i commenti al mio precedente contributo).
Della prima argomentazione, ovvero della retorica della responsabilità collettiva, ho già parlato: è fittizia e pericolosa. Aggiungo ora che, proprio in virtù di questa retorica, possono sorgere dubbi sulla presenza di gruppi che mirano solo a giocare alla guerra sulla pelle della gente. Spero fortemente che non sia il nostro caso.
Sento la seconda argomentazione più vicina alla mia sensibilità. Mi desta anzi una profonda commozione, poiché la rabbia, la frustrazione e il senso di abbandono di cui parla li provo anch’io: è la stessa urgenza che ci ha spinti in piazza due anni fa. Sta avvenendo una frode immensa ai danni della nostra generazione, ci hanno tolto diritti, possibilità, lavoro, pensione, futuro; e hanno anche il coraggio di negare e minimizzare, di chiamarci "bamboccioni" e nullafacenti. A tutto ciò fa seguito il disagio che martedì è esploso sotto l’effetto dell’adrenalina.
A questa rabbia io rispondo che la capisco, la condivido, la soffro esattamente con la stessa intensità e non nascondo che mi abbia spesso portata a desiderare uno sfogo fisico. Ma appagare tale desiderio e legittimare l’uso della violenza come strumento politico è, nel contesto attuale, controproducente.
E qui veniamo alla terza argomentazione. Combattendo l’oppressione, si acquistano consensi rendendo evidente che la violenza non risiede nella protesta, ma nella pratica distorta del potere. Nell’espressione "non ci hanno ascoltato con le buone, ci ascolteranno con le cattive" si passa da una prospettiva di dialogo ad una prospettiva di ricatto.
Eppure il ricatto, la prevaricazione e l’arroganza di chi impone con la forza il suo punto di vista sono le stesse cose che disprezziamo in chi ci governa: è esattamente ciò che stiamo combattendo da anni.
Ammesso e non concesso che ciò sia irrilevante, crediamo davvero che ricattare il potere sulla base di quattro sampietrini e qualche petardo sia una mossa furba? Per ricattare bisogna essere in una posizione di forza, e se la forza su cui adesso decidiamo di puntare è quella fisica direi che la sconfitta è sicura: lo Stato è infinitamente più attrezzato di noi, ed è logico che lo sia perché questo è il suo campo. O vogliamo organizzare un intero apparato paramilitare che contrasti quello statale?
Non solo: la storia d’Italia insegna che, al caos e al disordine che seguono l’esplosione della rabbia, l’opinione pubblica risponde chiedendo ordine e disciplina. Dimostrando che siamo inclini all’uso della violenza – soprattutto se la legittimiamo a posteriori – diamo al potere tutte le giustificazioni necessarie alla repressione, magari con il plauso di chi prima ci appoggiava. La naturale reazione di fronte alla violenza, in fondo, è la paura, un sentimento che ha sempre favorito le destre in generale e questa in particolare, che proprio su di esso ha fondato la precedente campagna elettorale.
Ciò che è stato è stato, ovviamente, non si può e non si deve cancellare. Ma assumendo il dato di disagio, rivendicando il limite di disperazione a cui siamo stati condotti, la scelta più lungimirante è condannare la violenza. Proclamare con orgoglio: "abbiamo sperimentato anche quella, e siamo andati oltre".
E’ questa la maturità di cui siamo capaci, che possiamo e dobbiamo dimostrare, che ci meritiamo noi e che si merita il Paese che a noi guarda con speranza.
(18 dicembre 2010)
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