Ddl Gelmini, perchè la protesta non è ancora un movimento
Gaia Benzi
Le proteste che in questi giorni hanno visto migliaia di persone mobilitarsi contro l’approvazione del Ddl Gelmini meritano tutta l’attenzione ricevuta. Chi vi partecipa ha obiettivi e ragioni cogenti: si tratta per buona parte di miei coetanei – userei il termine giovani, se solo non fosse così logoro –, studenti e dottorandi, affiancati da un nutrito numero di ricercatori, per lo più precari. Quando i media definiscono questa una rivolta generazionale non sono, stranamente, molto lontani dalla realtà.
I motivi profondi che hanno portato e portano me, come molti altri, a scendere in piazza sono molteplici ed è difficile riassumerli in poche righe. Si va dal bisogno esistenziale di dimostrare una capacità di reazione alle continue vessazioni, legislative e verbali, che questo governo mette in atto da sempre contro il mondo dell’istruzione e della cultura, alla necessità pratica di combattere la distruzione delle prospettive lavorative di un intero settore, costruita con certosina efficienza dai politici di entrambi gli schieramenti in anni di attività parlamentare.
Non voglio però dilungarmi su questo punto; ne ho accennato solo per dire che l’opposizione al Ddl è il ramo di un albero che affonda le sue radici nella storia del nostro paese e che si snoda nel tempo: è l’efficace catalizzatore di una rabbia sociale le cui origini risiedono altrove. Non a caso i cortei e le manifestazioni di questi giorni sono stati paragonati al movimento dell’autunno 2008 e, indubbiamente, molti sono i punti in comune. Ma tante sono pure le differenze, ed è proprio tenendole ben presenti che procederò ad un’analisi della situazione.
La riforma Gelmini contestata dagli studenti è essenzialmente una legge quadro che tenta una razionalizzazione sia delle strutture – attraverso le modifiche a facoltà, dipartimenti, organi decisionali – che delle risorse universitarie, da ripartire secondo dei criteri cosiddetti meritocratici. Alcune norme contenute nel Ddl sono, in verità, positive, ma nella sostanza la legge non può essere ancora definita come riforma vera e propria.
Mi spiego meglio: alla volontà condivisibile di eliminare le logiche baronali, la corruzione e lo spreco di fondi pubblici dall’università italiana fanno seguito articoli vaghi, che dovrebbero essere integrati da successivi decreti attuativi o leggi delega. Questi decreti attuativi – che con la crisi di governo verrebbero dunque rimandati a chissà quando e demandati a chissà chi – dovrebbero sostanziare i punti su cui il Ministero ha costruito la sua propaganda: i criteri di valutazione degli atenei (didattica e ricerca) e le modalità di distribuzione dei fondi e delle competenze.
Sono, come si evince, aspetti nevralgici che toccano il cuore del progetto di legge, ma sui quali non è stata aperta alcuna forma di dibattito, né è lecito conoscere in anticipo le linee guida che seguirà il legislatore. I princìpi generali che dovrebbero ispirarlo, contenuti nel primo articolo del DDL, sembrano uno sfottò, se si pensa al comportamento governativo riguardo all’istruzione e alla ricerca negli anni passati.
Il maggior difetto che si può imputare a questa legge è quello di essere poco coraggiosa. Tuttavia si potrebbe dar vita ad un confronto proficuo col Ministero volto a migliorarla, se solo fosse l’unico fattore: sull’università italiana e su tutto il disegno di legge (che ripete ossessivamente l’espressione “senza ulteriori oneri per lo Stato”, quasi fosse un mantra) gravano, e graveranno ancora a lungo, i tagli delle precedenti finanziarie.
Non ci sono soldi e, senza soldi, molte innovazioni auspicabili rischiano di assumere caratteristiche opposte a quelle proclamate. Il miliardo di euro promesso dalla legge di stabilità è, secondo il classico copione tremontiano, una tantum che tampona ma non risolve.
Qui il fulcro, ad esempio, della protesta dei ricercatori: abolito il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato, che diviene ricercatore a tempo determinato, con contratto triennale rinnovabile una sola volta fino ad un massimo di sei anni; a quel punto il ricercatore, se meritevole, verrebbe assunto dall’università come professore associato. Ma tale norma, di per sé giusta, si trasformerà nei fatti in un blocco delle assunzioni della durata di anni interi: con quali soldi il Ministero pensa che le università assumeranno i futuri professori, se non ve ne sono nemmeno per pagare gli attuali stipendi? E dove si troveranno i soldi per far avanzare di livello gli attuali ricercatori a tempo indeterminato?
Se a questo aggiungiamo i pensionamenti previsti già da quest’anno il quadro assume tinte fosche: riduzione drastica del personale docente che porterà alla riduzione dell’offerta formativa, quindi della varietà didattica e scientifica delle nostre università con possibile perdita di interi settori disciplinari.
Anche i timori studenteschi relativi al diritto allo studio sono collegati al taglio dei fondi: la facoltà di mettere mano ai nostri diritti che il Ministero si arroga (rimandando tuttavia i dettagli ai decreti attuativi) fa rabbrividire, se si pensa alla linea politica fin’ora perseguita: tagliare, tagliare, tagliare. Il “Fondo per il Merito”, ad esempio, dovrebbe essere finanziato da soldi finora destinati alle borse di studio: in tal caso impedirebbe a molti di poter esercitare un proprio diritto, rendendo la situazione dei meno abbienti più grave di quanto già non sia.
Uno degli slogan adottato in questi giorni è stato, appunto, “io non mi fido”: noi studenti non ci fidiamo delle intenzioni di questo governo che si è sempre dimostrato fedele alleato dei privati e nemico del pubblico; e questo non solo nel campo della cultura e dell’istruzione. Sembra che la volontà del governo non sia tanto quella di riformare, quanto quella di portare le università alla bancarotta, commissariarle e, una volta fatta la conta dei sopravvissuti, decidere quali mandare avanti e come. Questo tipo di logica è quella che viene oggi contestata poiché, disastrosa per il presente, non è nemmeno in grado di garantire felici prospettive future.
Quelli che ho appena elencato sono solo i nodi più controversi del DDL che però ha, vista la sua natura d’indirizzo generale, una complessità maggiore rispetto alla 133 cui si oppose l’Onda.
Anche l’opposizione alla riforma, quindi, dovrebbe assumere caratteri più articolati e non riassumibili da singoli slogan. Slogan che restano sempre validi, per quanto vecchi: oggi più che mai vanno gridati, perché ciò che due anni fa temevamo sarebbe accaduto è ormai sotto gli occhi di tutti, dimostrando così le nostre ragioni.
Purtroppo le buone intenzioni spesso cozzano con la realtà delle cose: realtà pratiche e organizzative, realtà umane piene di convinzioni, ideali, esigenze che si mischiano e dal cui crogiuolo spesso se ne esce malconci.
Rispetto all’Onda le proteste di oggi, per quanto nutrite, non hanno ancora raggiunto i numeri poderosi di due anni fa: sono condivise e partecipate, certo, ma ancora non formano un movimento. Questo essenzialmente per due motivi: da un lato la protesta si è configurata come un rifiuto netto del DDL, senza fare alcun distinguo fra alcuni princìpi generali validi, ad esempio la valutazione, e le combo che invece formano se associati ai tagli degli anni precedenti, problema principale e fonte magg
iore di preoccupazione; dall’altro il fallimento dell’Onda brucia nelle coscienze di chi vi ha partecipato con convinzione, e i motivi di quel fallimento non sono ancora stati analizzati a fondo.
Ciò che ha gravato moltissimo sul passato movimento è stata l’incapacità di dar vita a strutture organizzative di livello nazionale trasparenti e democratiche. La democraticità delle decisioni prese è stata spesso messa in discussione, visto che le modalità con cui erano prese non sono mai state veramente chiarite né condivise da tutti. Si tratta di problemi interni alla realtà universitaria, popolata sia da soggetti singoli interessati alla politica ma non inquadrati in nessuna struttura, sia da gruppi organizzati in associazioni spesso similpartitiche, con tanto di adesione incondizionata ad una linea guida. L’arroccamento sulle proprie posizioni di queste strutture è risultato dannoso, dando luogo a forti incomprensioni non sempre sanabili con un sereno dibattito.
Le realtà organizzate hanno fatto e fanno pressioni sulle assemblee per far prevalere i temi a loro più cari, generando astio e risentimento in chi subisce tale pressione; la stesura di un comunicato si trasforma spesso in scontro acceso sull’inclusione o meno di concetti chiave appartenenti all’universo ideologico di una determinata struttura, ma non condivisi dall’intero corpo studentesco. Per quanto riguardava l’Onda, il risultato è stato l’innescarsi di lotte di potere tra le varie realtà organizzate universitarie che, a lungo andare, hanno logorato il movimento, facendo disamorare anche i più convinti.
La sensazione che ne scaturisce è quella di gruppi interessati non tanto al benessere del movimento allargato, quanto a quello della propria fazione e della propria realtà; questa sensazione, mai veramente affrontata né sconfessata, porta ancora oggi molti a non riuscire a condividere le pratiche di mobilitazione.
Scelte interne poco lungimiranti, insomma, che non sono molto dissimili da quelle spesso contestate ai nostri politici, negando alle proteste il salto di qualità che avrebbero tutte le potenzialità per fare.
La speranza è che l’adesione crescente alla contestazione suscitata nel mondo universitario e nella società civile sia una spinta per riflettere sugli errori commessi in passato e per trarne insegnamento, in modo da dar corpo a un movimento nuovo, democratico, che non si limiti a dare una spallata al governo ma sia anche in grado di immaginare il futuro dopo di questo.
(2 dicembre 2010)
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