La rivoluzione come freno d’arresto

Pierfranco Pellizzetti


L’editore Bollati Boringhieri pubblica quest’anno il lungo saggio del filosofo di Lipsia Christoph Türcke “La società eccitata – filosofia della sensazione”, la cui uscita in lingua originale risale esattamente a dieci anni fa (e che – come dichiara il diretto interessato – riflette ancora il trauma da macro effetto spettacolare shoccante a seguito dell’attentato terroristico contro le Torri Gemelle newyorchesi, avvenuto nel settembre precedente).

A parte piccoli regolamenti di conti interni al mondo accademico tedesco (ad esempio con Niklas Luhman o Ulrich Beck) e qualche omaggio di scuola (in particolare quella “critica” francofortese di Horkheimer e Adorno), l’analisi di Türcke indirizza strali contro l’ottica fuorviante insita nei tanti “postismi” con cui da tempo si persegue – magari con qualche successo editoriale e mediatico – la concettualizzazione dei cambiamenti avvenuti nell’attuale salto di Modernità; che l’autore circoscrive più a fattori quantitativi che non qualitativi: la “società postindustriale” non cessa di essere “industriale” solo perché la microelettronica rimpiazza la macchina a vapore; “la società postmoderna” ha semplicemente “allentato” le proprie forme organizzative; la “società postsecolare” si limita a mutare i propri idoli, dal Dio calvinista al Mercato mondiale.

Alla fin fine il vero cambiamento è rappresentato dal peso ormai mastodontico della comunicazione mediatica, che rimuove il pericolo di assuefazione rilanciando sul tavolo della spettacolarizzazione ipertrofica. Ma sempre nell’antica logica alla Berkeley dell’esse est percepi: se non compari non esisti.

Una scoperta – diciamolo – poi non così sconvolgente, visto che quotidianamente facciamo esperienza di tale rilancio, nell’imposizione dell’estetica e dei ritmi dello spot a ogni forma di comunicazione di massa. Ossia, nell’egemonia perdurante dell’immagine a flash (e nella contestuale perdita di ricostruzione testuale secondo ragione degli accadimenti); nella primazia dell’apparire.

Sono certamente – quelle di Türcke – osservazioni utili e stimolanti ma sprovviste di una straordinaria carica dirompente, orientabile a una comprensione attiva del mondo; dunque politica. Eppure, a pagina 328 del testo, troviamo una citazione che continua a “emettere luce”, del francofortese atipico Walter Benjamin: «Marx dice che le rivoluzioni sono le locomotive della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno di emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno».

Se guardiamo la storia degli ultimi due secoli, le grandi lotte del lavoro e i processi di allargamento della cittadinanza, è probabile che la metafora del “freno di emergenza” non ci convinca. Mentre risulta assolutamente profetica per descrivere la condizione in cui siamo immersi attualmente, in quanto soggetti alle prese con i terribili esiti della controrivoluzione degli ultimi decenni. Nella crescente convinzione della necessità imprescindibile di un cambio di direzione, prima della catastrofe; che ha come scelta preliminare l’arresto di quella in corso.

Credo che – a tale proposito – sia utile andarsi a rileggere i documenti pubblicati nell’ultimo numero di MicroMega dell’anno passato, relativi al nuovo movimentismo anticapitalistico che fa capo alla galassia degli “indignati” europei e di “Occupy Wall Street” in USA. Movimenti unificati da un comune stato d’animo identificativo: la scoperta della propria vulnerabilità economica. Ma quando Federico Rampini, ragionando secondo gli schemi della vecchia sinistra europea, chiede all’ispiratore canadese degli “occupanti” che stazionano in Zuccotti Park – Kalle Lasn – quali sono le rivendicazioni concrete, i programmi dei manifestanti, si sente rispondere: smantellare l’economia-casinò e misure per uno sviluppo sostenibile. Appunto, frenate, per relative prese di distanza e stop.

Perciò risultano evidenti le ragioni di Zygmunt Bauman quando osserva che ancora «stiamo brancolando nel buio». Si potrebbe dire, siamo nella stessa condizione degli artigiani tessili inglesi, all’inizio del XVIII secolo, deprofessionalizzati e proletarizzati dall’introduzione del telaio meccanico. Il loro “freno d’arresto” era la distruzione delle macchine, tanto da essere bollati per l’eternità come reazionari e “luddisti”; quando – invece – erano gruppi sociali in lotta per i loro diritti, messi a repentaglio dalla trasformazione nel modo di produrre. E ci volle più di un secolo perché l’opposizione al comando economico potesse essere pensata come levatrice di un mondo nuovo.

Questo per dire che il contrasto del dominio prende spesso la forma iniziale del richiamo al passato. Magari per ritornare fino a quel crocevia storico cruciale in cui si era scelta una direzione; proprio per poterne imboccare un’altra.

La rivoluzione che trova il suo primo passo nella conservazione. Come dichiarava il 7 giugno 1997 Pierre Bourdieu, intervenendo al forum del sindacato tedesco DGB: «condanneremmo, considerandola conservatrice, la difesa delle conquiste culturali dell’umanità, Kant o Hegel, Mozart o Beethoven? Le conquiste sociali di cui parlo, diritto al lavoro, sicurezza sociale, per le quali uomini e donne hanno sofferto e combattuto, sono conquiste di livello altrettanto alto e altrettanto preziose».

Christoph Türcke, La Società eccitata, Bollati Boringhieri, Torino 2012

(27 marzo 2012)



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