La scienza del complotto
Fabio Perelli
e Davide Mancino
Le forti scosse sismiche che hanno colpito l’Emilia Romagna nel maggio scorso hanno portato con sé un’enorme eco mediatica che ha alimentato la solita, inevitabile, coda polemica su responsabilità e carenze nella prevenzione.
Questa volta, però, si è andati oltre, con una ricerca ossessiva di teorie e spiegazioni non convenzionali per cercare di dare un senso a quanto accaduto e per individuare a ogni costo i capri espiatori del disastro.
Già, perché la tradizionale tettonica a zolle non è più sufficiente per spiegare tanta sofferenza e una simile devastazione. Laddove un attimo prima c’erano abitazioni, industrie, monumenti e perle artistiche rimaste in piedi da quasi mille anni, un attimo dopo era tutto raso al suolo, senza un evidente perché.
E allora non basta più sentirsi dire che “la placca africana, di cui il nord-est italiano rappresenta l’estrema propaggine, spinge sotto la placca eurasiatica, causando i terremoti a seguito del naturale rilascio di energia lungo le faglie”, come ripetono, in coro, i sismologi. Non basta, perché le zone colpite erano considerate a medio-basso rischio sismico alla vigilia dei fatti. Un dettaglio, questo, sufficiente per mettere in ombra, per alcuni, l’affidabilità dei sismologi, e spesso persino della scienza nel suo complesso.
Non importa se il grado di rischio sismico è solo una convenzione con basi squisitamente statistiche, fondate unicamente sul registro storico dei terremoti che hanno colpito l’area. E non viene dato gran peso al fatto che si sia registrato un terremoto di simile magnitudo anche nel XVI secolo.
È dura accettare di essere ancora sostanzialmente impotenti, all’alba del nuovo millennio, di fronte alle forze e agli sconvolgimenti della natura, che sono del tutto indifferenti nei confronti della nostra esistenza e delle nostre sofferenze. Si sono allora moltiplicate come funghi, sugli organi di stampa, le teorie più disparate che forniscono spiegazioni alternative a quelle ufficiali addotte dalla comunità scientifica.
A cominciare dagli apocalittici, che non hanno perso occasione per scomodare, una volta di più, i Maya e le loro presunte profezie sulla fine del mondo, in un inquietante scenario costruito su associazioni numerologiche (l’ultima scossa, nel ravennate, è avvenuta alle ore 6 del 6-06) e allineamenti di pianeti (ne è stato protagonista Venere la notte del 5 giugno) che avrebbero un influsso gravitazionale sui terremoti.
Una risonanza ancora maggiore l’hanno avuta le teorie complottiste, che vedono nella mano dell’uomo la vera causa delle sciagure. È il caso del fracking, la pratica di perforazioni del sottosuolo per sondare la presenza di idrocarburi. Questa attività sembra essere in grado, in effetti, di provocare micro-sismicità, come dimostra un recente studio dell’Università di Memphis. Per questo motivo, in aggiunta all’inquinamento delle acque causato da questa pratica, il fracking è stato dichiarato illegale in alcuni Paesi, come la Francia. Quest’attività, secondo molti, non è però mai avvenuta in Italia e non sarebbe di certo realizzabile di nascosto, vista l’imponenza degli impianti necessari (si confrontino, per esempio, le testimonianze dei geologi Daniela Fontana e Marco Mucciarelli).
Eppure c’è anche chi, come il fisico Maria Rita D’Orsogna, porta dati a favore di episodi di fracking che si sarebbero verificati nel nostro territorio. Non è realistico, comunque, ipotizzare che terremoti di vasta entità, come quelli che hanno colpito l’Emilia Romagna, possano essere provocati da attività di questo genere. Come ha assicurato Daniela Fontana sulle pagine del Resto del Carlino, "nessuna attività dell’uomo (sondaggi, perforazioni, prelievi di idrocarburi, prelievi di acqua, ecc.) può creare o indurre terremoti di intensità pari a quelli avvenuti".
La responsabilità dell’uomo, secondo altre voci, risiede nelle manovre dell’HAARP (High Frequency Active Auroral Research Program), un’installazione civile e militare statunitense situata in Alaska, che ufficialmente svolge ricerche scientifiche sugli strati alti dell’atmosfera e studi sulle comunicazioni radio per uso militare. Le teorie complottiste insinuano però ormai da anni che i veri scopi dell’HAARP siano indirizzati al controllo del clima e delle sue oscillazioni per ragioni militari, tanto da spingere alcuni ad affermare che la guerra del futuro si combatterà con armi naturali, quali tempeste, cicloni, periodi di siccità e, per l’appunto, terremoti.
Risale ormai a dieci anni fa (per la precisione al 25 giugno 2002) un articolo pubblicato sulle pagine del Messaggero in cui si legge che “[HAARP è] una ‘super-arma’ che, come componente principale dello scudo spaziale (…) consentirà di annientare tutti gli attacchi missilistici e mettere in ginocchio qualsiasi Paese, scatenando violenti cambiamenti geofisici (…) La stazione radioelettronica HAARP, entrata in funzione in Alaska nel 1997, (…) è allo stesso tempo una potentissima arma geofisica, in grado di alterare le condizioni meteorologiche”.
Nel novembre 2007, poi, il generale Fabio Mini (già capo di Stato maggiore del Comando NATO per il Sud Europa) pubblica un articolo sulla rivista Limes, in cui lancia l’allarme su un presunto conflitto di questo tipo ingaggiato dagli Stati Uniti. “La guerra ambientale”, si legge nell’articolo, “è già in atto. Il sistema per provocare terremoti e tsunami non è una novità per la ricerca militare”
Il dibattito sull’HAARP torna dunque in auge in seguito allo sciame sismico che ha colpito la Pianura Padana. Il giornalista Gianni Lannes si dichiara persino in grado di portare prove a favore di un presunto attacco diretto da parte dei militari dell’HAARP al nostro Paese. “Ecco una prova”, si legge sul suo blog. “Incrociando i dati degli ultimi terremoti di Earthquakes e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia con quelli dell’attività HAARP a basse frequenze (onde Hertz 0-5 Hz[sic]), emerge una diretta correlazione con il sisma che ha colpito e piegato l’Emilia Romagna. Basta incrociare i grafici bellici e le registrazioni dei sismografi italiani”. Suona piuttosto bizzarro, comunque, che l’HAARP abbia causato morti e feriti per poi decidere di pubblicare le prove dei propri misfatti, a libera consultazione per il mondo intero.
Non potevano mancare neppure riferimenti a Nikola Tesla, geniale scienziato e inventore Serbo-Americano, che del complottismo è diventato una sorta di santo protettore. Entrato nella storia per le sue intuizioni nel campo dell’elettromagnetismo, Tesla aveva anche una personalità molto eccentrica (alcuni lo definiscono il prototipo dello scienziato pazzo) da cui hanno avuto origine innumerevoli speculazioni.
E in effetti c’è chi ritiene che alcune delle tecnologie dietro al progetto HAARP siano der
ivate proprio dalle idee di Tesla. Massimo Teodorani, astrofisico e divulgatore scientifico, ha dedicato all’inventore un libro intitolato Tesla – Lampo di Genio, in cui scrive: “l’HAARP avrebbe (come nel sogno originario di Tesla) le potenzialità di illuminare l’atmosfera terrestre di notte "accendendo l’atmosfera stessa" e ionizzandola, per poi inviargli energia elettrica ad altissima frequenza”. Tale progetto, inoltre, “starebbe testando metodi per creare una regione riscaldata di plasma nella ionosfera utilizzando il meccanismo fisico del ciclotrone elettronico artificiale” e, infine, verrebbe utilizzato anche per produrre “onde scalari usate per vari scopi, tra i quali nuovi sistemi d’arma e perfino il controllo della mente”.
Ma quale potrebbe essere la genesi di queste teorie complottiste che coinvolgono scienza e politica?
La scienza, in quanto attività sociale dell’uomo, entra necessariamente in ogni dimensione umana, e anche la politica (compresa quella militare) è strettamente connessa alla scienza. Il rapporto tra politica e scienza si fa sempre più stretto col passare del tempo, mentre queste realtà diventano sempre più indissolubili. Il peso specifico della scienza nella politica è aumentato in modo significativo nella prima metà dello scorso secolo.
In questo senso è esemplare la storia recente degli Stati Uniti che rivela, a cavallo tra il quarto e il quinto decennio del ‘900, un netto aumento della spesa pubblica a favore della ricerca scientifica. Si passa, dal 1930 al 1940, da un totale di 140 milioni di dollari a una cifra vicina ai 310 milioni. È però nel decennio seguente che si verifica un vero e proprio boom, che porta nel 1953 a una spesa superiore di ben due ordini di grandezza: l’equivalente ai 30 miliardi di dollari odierni.
Se si volesse cercare una data che rappresenti il momento cardine della prepotente entrata della scienza nella politica americana, si potrebbe individuarla nel 25 luglio 1945, quando lo United States Government Printing Office trasmise al nuovo presidente degli Stati Uniti, Harry S. Truman, il rapporto Science: The Endless Frontier, firmato da Vannevar Bush, il matematico e ingegnere che dirigeva l’Office of Scientific Research and Development e che appena un anno prima si era guadagnato la copertina di Time e il titolo di “generale della fisica”.
Bush era stato il supervisore del segretissimo “Progetto Manhattan”, il programma nucleare americano che, a partire dal 1942, aveva messo insieme uomini di scienza, tecnici, militari e gente dell’industria per trasformare la conoscenza scientifica di base in un’arma devastante: la fissione nucleare.
A guerra conclusa, cominciò a diffondersi il convincimento generale che per “aiutare gli Stati Uniti a migliorare la sicurezza militare, ma anche ad aumentare il benessere sanitario ed economico dei suoi cittadini”, la scienza di base dovesse avere un peso determinante. Quelle parole, nucleo fondante del Rapporto Bush, furono la spinta iniziale per il grande sostegno nei confronti della ricerca scientifica di cui si sarebbero resi protagonisti di lì a poi i governi americani.
Il rapporto Science: The Endless Frontier non venne accolto con favore da tutti, e nemmeno dal nuovo presidente Truman, che non era venuto a conoscenza del "Progetto Manhattan”. Ebbe il merito, tuttavia, di scatenare il dibattito che coinvolse anche – e per la prima volta – il grande pubblico. Pochi giorni dopo, poi, i frutti della sperimentazione atomica mostrarono in pieno la loro potenza a Hiroshima e Nagasaki, e a quel punto tutti si resero davvero conto delle potenzialità offerte dalla scienza.
Nel 1950 venne quindi fondata la National Science Foundation, il nuovo organismo che aveva il compito di gestire la politica federale della ricerca scientifica. Benché Bush avesse proposto di renderla indipendente dal governo centrale, Truman comprese l’importanza di far sì che il popolo non fosse escluso dal controllo dell’agenzia, e stabilì che il consiglio e il presidente dell’agenzia venissero eletti direttamente dal presidente degli Stati Uniti. “Se la scienza diventa un’attività con una forte proiezione sociale”, afferma infatti Pietro Greco, “deve rinunciare alle mura protettive dell’antica torre d’avorio e deve mettersi in gioco. Deve accettare che le decisioni rilevanti, la politica della scienza, siano prese in compartecipazione con gruppi di non esperti. Deve accettare che l’ultima parola spetti alla politica”.
Il passaggio da una scienza accademica a una scienza post-accademica non si esaurì con la fondazione della National Science Foundation. I luoghi di decisione erano infatti molteplici. Accanto alla nuova agenzia vi erano infatti i militari, che partecipavano a imponenti programmi di ricerca. Qualche anno dopo venne fondata anche la Nasa, dedicata allo sviluppo delle tecnologie dello spazio.
Oggi gli Stati Uniti investono qualcosa come 300 miliardi di dollari all’anno in ricerca e sviluppo: dieci volte di più che nel 1953. Sebbene i due terzi provengano da fondi privati, è innegabile il peso che ha la scienza per la nazione, sia sul fronte politico che su quello economico, e persino in campo militare.
Ma come si giunge da tutto questo al complottismo scientifico? Le ragioni sono duplici, ed entrambe hanno a che vedere con la psicologia umana.
Con la scienza post-accademica la ricerca abbandona la sua torre d’avorio e va a integrarsi in maniera sempre più profonda con altre parti della società: stati, governi, militari. Da Archimede a Galileo, essa aveva sempre fornito nuovi e diversi strumenti bellici, ma la vera novità che emerge, dal Progetto Manhattan in poi, è che non si tratta più di un compito lasciato al capriccio di prìncipi e sovrani. La ricerca scientifica bellica diventa un fatto istituzionale, un’attività amministrata dallo stato come la giustizia o la polizia.
Scatta così lo stesso meccanismo psicologico di chi vede lo stato stesso come un nemico, un organismo che trama e complotta per fini oscuri ai danni dei cittadini. Si tratta di un tradimento vero e proprio: la scienza ha venduto l’anima al diavolo.
Chi cospira con l’avversario diventa allora un collaborazionista, un nemico del popolo che perde ogni credibilità ed è pronto a mentire, confondere, ingannare. E certo non aiuta la necessità del segreto sulle ricerche militari – ovvia ma dalle evidenti conseguenze – che alimenta e stimola uno stato di sfiducia e sospetto costante. Inoltre – per statuto – gli scienziati sono tenuti a lavorare sempre sulla frontiera. Una frontiera di idee, tecnologie, strumenti, che rende molto più difficile separare il reale dal fantastico.
Se le armi di oggi sono la fantascienza di ieri, le armi di domani non possono che essere la fantascienza di oggi. Cosa è plausibile, allora, e cosa non lo è? Questo confine sottile demarca la differenza fra ciò che possiamo aspettarci dalla ricerca scientifica militare e il frutto della nostra fantasia. Ma si tratta, appunto, di una linea che è difficile fissare con esattezza, e il rischio di eccedere (in un senso o nell’altro) è sempre presente.
Un’ulteriore spiegazione è quella proposta dal settimanale New Scientist in uno speciale dedicato al negazionismo nella scienza. Come spiega Cristiana Pulcinelli sull’Unità, “la tesi di fondo è proprio che il negazionismo nasce laddove bisogna fidarsi di quello che dicono gli scienziati”. Gli antibiotici, per esempio, funzionano, e “questo non si può ne
gare, perché lo constatiamo con i nostri occhi ogni volta che ci viene una bronchite. Ma che i vaccini ci liberino da malattie che non vediamo più (proprio perché ci sono i vaccini) ce lo dicono gli esperti e ci dobbiamo fidare, così come che il pianeta si sta riscaldando, così come che esiste un legame tra fumo e cancro ai polmoni. Ci dobbiamo fidare. Proprio questo è il punto. In molti non si fidano più di una scienza che sembra distante e arrogante”. La questione cruciale è la sfiducia nell’autorità, che (non a torto) spesso viene identificata negli scienziati stessi.
Non si può neppure negare che il complottismo abbia un suo fascino, e questa è un’altra delle ragioni del suo successo. L’unica cosa forse più piacevole dell’avere un segreto è svelare il segreto stesso. Se poi esso assume la sua forma ultima – la cospirazione planetaria – allora la soddisfazione diventa massima: abbiamo scardinato il segreto che miliardi di nostri simili non sono mai riusciti a vedere, pur avendolo sotto gli occhi ogni singolo giorno. Abbiamo capito quello che nessun altro ha capito, e questo ci rende migliori degli altri, più intelligenti. Cosa può esserci di meglio?
Qui però il paradosso diventa evidente. Alla base del complottismo può esserci un approccio che è tipico della stessa scienza: la razionalizzazione. Ancora di più: una sorta di iper-razionalizzazione di ciò che viene vissuto, che diventa ancora più necessaria in caso di grandi eventi drammatici. L’undici settembre ne è l’esempio più evidente. Questa iper-razionalizzazione, come la scienza, nasce dalla necessità di trovare una causa, una spiegazione, una ragione ultima dietro ogni avvenimento.
Si tratta però di una forma estremizzata, perché non accetta il fatto che tale spiegazione può non esistere, e che a volte – forse più spesso di quanto ci piace credere – le nostre vite possono essere sconvolte da eventi su cui non abbiamo nessun controllo, e che magari non hanno nessuna spiegazione razionale. Si verificano e basta. Il complottismo, allora, nasce e trova terreno fertile nel momento in cui percepiamo una mancanza di controllo. Un controllo, però, di cui avremmo un estremo bisogno.
“Non è possibile – potrebbe sostenere un complottista – che terroristi neppure troppo bene addestrati siano stati in grado di ingannare gli Stati Uniti, la più grande potenza del mondo. Non è possibile che poche centinaia di persone siano in grado di programmare e portare a compimento un attentato che ha ucciso 3000 persone, e che nessuno sia stato in grado di fare nulla per contrastarli”. Accettare questo significa ammettere l’arbitrio del caso, accettare che in qualsiasi momento può succedere una cosa simile anche a noi. Magari proprio mentre stiamo leggendo queste stesse righe.
Allora tutto doveva essere stato previsto fin dall’inizio, sin nei minimi dettagli. Gli Stati Uniti hanno progettato l’attentato, o almeno sapevano e non hanno fatto nulla per arrestarlo. I responsabili siamo noi, dunque, non un nemico esterno. Il controllo e l’ordine vengono ristabiliti.
Osservando con attenzione, non possiamo fare a meno di notare come alla base del complottismo vi sia il tentativo di trovare collegamenti fra fenomeni in apparenza distanti, di unire fra loro frammenti di prove, conoscenze, eventi. Ma per molti aspetti questo è lo stesso atteggiamento su cui si fonda la scienza: l’idea che per qualsiasi fenomeno esistano delle spiegazioni.
Come nel “Mito della caverna” di Platone, il caso è soltanto un’ombra che oscura la verità, che ci impedisce di raggiungerla. Il nostro scopo sarebbe dunque quello di liberarci dalle catene, uscire dalla caverna e guardare la realtà così com’è.
Tutto molto bello, in teoria. Ma sarà davvero possibile?
(11 luglio 2012)
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