La scienza e il male oscuro dell’Europa

Pietro Greco

Pubblichiamo un estratto da “La scienza e l’Europa. Dalle origini al XIII secolo” di Pietro Greco (L’Asino d’Oro edizioni).

Molti studiosi hanno denunciato, negli ultimi tempi, il ‘declino dell’Europa’: filosofi, come il tedesco Jürgen Habermas, hanno riflettuto sulla crisi delle istituzioni dell’Unione europea e della stessa idea di Europa unita e democratica (1); storici, come l’americano Walter Laqueur, hanno parlato esplicitamente di un crollo già consumato: della fine del sogno europeo e del declino, appunto, di un continente (2); analisti politici, come l’inglese Richard Youngs, che trattano non solo del declino e della caduta dell’Europa, ma addirittura di una strenua lotta per evitare l’irrilevanza nel nuovo mondo (3); giuristi, come Stefano Rodotà, che segnalano un’Europa in lotta con sé stessa (4); economisti, come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, che salutano il continente che fu grande (5); imprenditori, come Francesco Bongiovanni, che si muovono tra i cinque continenti e misurano sul campo il declino europeo (6).

Molti politici non solo stanno prendendo atto del declino ma ne stanno considerando i possibili effetti. «Verrà il momento in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914», ha detto il cancelliere tedesco Angela Merkel, alla fine del 2013 in un’occasione solenne, un vertice dell’Unione, citando il libro dello storico australiano Christopher Clark sull’origine della Prima guerra mondiale (7).

Ma qual è la causa di questo declino di cui tutti parlano?

Molte sono le ragioni avanzate: c’è chi punta sull’economia ed evidenzia che da anni l’Europa cresce meno del resto del mondo; chi indica proprio la politica e l’incapacità di realizzare il ‘sogno europeo’, di portare a compimento l’Unione europea e allestire così l’unico modo per reggere il confronto con le grandi potenze mondiali, antiche (Usa) ed emergenti (Cina, India); c’è chi indica la demografia: l’Europa sta invecchiando molto (e male); chi la psicologia: l’Europa si sente una fortezza assediata; chi la sociologia e il diritto: l’Europa non riesce a difendere il welfare che pure ha creato e i diritti di cittadinanza che pure ha indicato; chi la cultura: l’Europa non riesce a capire il mondo della nuova globalizzazione; chi, infine, indica la scarsa propensione alle armi: l’Europa si sente un po’ Venere, mentre gli Stati Uniti si sentono Marte.

L’evocazione di tante cause seconde, spesso poco connesse tra loro, è sintomo di grande confusione e denota la mancanza di una diagnosi chiara. Manca, nei libri e nei saggi di quasi tutti gli studiosi che si occupano del declino dell’Europa, un’indicazione pregnante. Nessuno sembra conoscere la causa profonda del male oscuro dell’Europa.

Eppure esiste da tempo una terapia. L’Europa si salverà – sosteneva un politico dalla vista lunga, il francese Jacques Delors, già negli anni Novanta del secolo scorso – solo se diventerà leader assoluto della società e dell’economia della conoscenza. Ovvero della nuova era – la quarta nella storia produttiva di Homo sapiens –, che è venuta emergendo nella seconda parte del XX secolo.

L’obiettivo di Delors, per la verità, è stato fatto proprio dall’Unione europea. A Lisbona, nel 2000, i massimi rappresentanti dei paesi membri si sono solennemente impegnati a cercare di fare, entro il 2010, del Vecchio continente il motore dell’innovazione: l’area di punta, nel mondo,dell’economia della conoscenza (8). Due anni dopo, a Barcellona, l’Unione europea ha definito anche le modalità operative per raggiungere l’obiettivo: bisognava aumentare gli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico (R&S), passando dall’1,9% del Prodotto interno lordo (Pil) di quegli anni ad almeno il 3% entro il 2010.

Il 2010 è arrivato, ma l’Europa non ha centrato né l’obiettivo principale, diventare leader mondiale dell’economia della conoscenza, né gli obiettivi secondari: gli investimenti in R&S hanno fatto, piuttosto, passi indietro anziché avanti (9). Il motivo: la terapia era giusta, ma mancava (e manca tuttora) una lucida diagnosi. Ciò che impedisce all’Europa di diventare leader dell’economia della conoscenza, ciò che sta avviando l’Europa verso il declino relativo e, a tratti, assoluto è la crisi del suo plurisecolare rapporto con la scienza.

Un rapporto che è stato segnato da tre passaggi fondamentali:

1) l’Europa è nata meno di un millennio fa, quando e perché nel XII secolo, ultimo tra i continenti connessi, ha incontrato la scienza e nel XIII secolo ha iniziato, sia pur timidamente, a produrre per la prima volta nuova conoscenza scientifica;

2) l’Europa ha avuto un rapido sviluppo a partire dal Seicento e nei due secoli successivi si è affermata nel mondo, ahimè, anche manu militari, grazie al monopolio pressoché assoluto che ha avuto nella produzione di nuova conoscenza scientifica;

3) l’Europa ha iniziato il suo declino quando, meno di un secolo fa, il suo rapporto con la scienza è entrato in crisi. Negli anni Trenta del XX secolo, centinaia di scienziati di assoluto livello sono stati costretti a lasciare il Vecchio continente. Quando Albert Einstein, nel 1932, lasciò Berlino per Princeton, qualcuno disse che era come se il papa avesse traslocato da Roma negli Stati Uniti. Quel qualcuno aveva ragione. La crisi tra l’Europa e la scienza ha rotto un equilibrio che durava da secoli e ha avuto effetti devastanti. Tuttora, per motivi e con modalità affatto diversi, non è stata risolta. E questa crisi irrisolta è il motivo principale del declino del Vecchio continente.

Questa è, almeno, la nostra tesi: una e trina; e per corroborarla, proporremo ai nostri pazienti… «venticinque lettori» tre diversi volumi, di cui questo è il primo.
Per ora diciamo che il rapporto tra Europa e scienza non è del tutto consumato. Al contrario, può essere recuperato. Il declino dell’Europa non è irreversibile. Il futuro è aperto.

NOTE

1. J. Habermas, The Crisis of the European Union: A Response, Polity Press, CambridgeMalden (Mass.) 2012.
2. W. Laqueur, After the Fall: The End of the European Dream and the Decline of a Continent, Thomas Dunne Books, New York 2012.
3. R. Youngs, Europe’s Decline and Fall: The Struggle Against Global Irrelevance, Profile
Books, London 2010.
4. S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari 2012.
5. A. Alesina, F. Giavazzi, Goodbye Europa. Cronache di un declino economico e politico, Bur, Milano 2008.
6. F. Bongiovanni, The Decline and Fall of Europe, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2012.
7. C. Clark, I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra, Laterza, Roma-Bari
2013.
8. European Council, Presidency Conclusions, Lisbon European Council, 23-24 marzo
2000 (http://www.europarl.europa.eu/summits/lis1_en.htm).
9. Cfr. 2014 Global R&D Funding Forecast, R&D Magazine-Battelle, dicembre 2013.

(2 dicembre 2014)



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