La sconfitta di Berlusconi

Emilio Carnevali

e Lucio Bondì

«A Milano corre Berlusconi, se si perde, perde Berlusconi»: lo aveva detto molto chiaramente il leader della Lega Umberto Bossi alla vigilia delle elezioni, dopo che il Presidente del Consiglio aveva voluto trasformare il voto del capoluogo lombardo – città simbolo del suo potere e della sua resistibile ascesa – in un referendum pro o contro di lui. E Berlusconi ha perso. In modo netto, inequivocabile, perfino clamoroso.

L’obiettivo realistico di Giuliano Pisapia era quello di portare il sindaco uscente al ballottaggio, evento che nel capoluogo lombardo non si verificava dal lontano 1993 – dalla sfida fra Formentini e Dalla Chiesa – e che già sarebbe stato motivo di grande soddisfazione. Ora invece il candidato del centrosinistra va al secondo turno addirittura con un incredibile vantaggio sulla sua sfidante. D’altro canto Letizia Moratti incassa un risultato praticamente pari alla somma dei partiti che la sostengono, segno che la sua è una debacle politica – attribuibile a tutto il centrodestra e a Silvio Berlusconi in particolare – oltre che la conseguenze dei suoi limiti personali e del suo fallimento amministrativo. Non è evidentemente bastato il fiume di denaro che la Moratti ha investito nella campagna elettorale né il lancio di fango tentato in extremis dagli schermi di Sky per agguantare un risultato che a pochi mesi dal voto era considerato più che scontato dalla grande maggioranza degli osservatori.

L’altro risultato clamoroso è quello di Napoli. Anche qui, fino a qualche settimana fa, la vittoria della destra era praticante scontata. La fine ingloriosa del bassolinismo sotto un cumulo di rifiuti era stata suggellata dallo spettacolo altrettanto indecoroso di primarie del centrosinistra annullate per evidenti – ed oltremodo imbarazzanti – irregolarità nelle consultazioni che avevano visto prevalere il bassoliniano Andrea Cozzolino. A quel punto si era fatto avanti Luigi De Magistris, una delle pochissime personalità il cui appeal e la cui storia personale potevano segnare quella netta discontinuità dal passato recente che era necessaria per affrontare una competizione di questo genere, altrimenti destinata a far registrare una sconfitta certa.

Gli astuti strateghi del Pd hanno pensato bene di contrapporgli l’ex prefetto Mario Morcone. Una mossa miope che ha avuto però l’oggettivo merito – secondo una eterogenesi dei fini che lo stesso De Magistris ha avuto grande abilità nel capitalizzare – di esaltare il profilo anti-establishment dell’ex magistrato, ritagliandogli addosso le condizioni migliori per una campagna elettorale all’insegna dell’“uno contro tutti”: contro la destra berlusconiana dello sbiadito Gianni Lettieri (che ha inzeppato le proprie liste di candidati impresentabili) e contro un centrosinistra irrimediabilmente compromesso con l’amministrazione uscente e incapace di dare ascolto alla grande voglia di rinnovamento che attraversava i propri elettori (i dati provvisori di cui siamo in possesso mentre scriviamo questo articolo indicano che il voto disgiunto – preferenza alle liste in appoggio a Morcone con indicazione di De Magistris come candidato sindaco – ha pesato in maniera enorme, circa un 10% dei voti complessivi, nel determinare gli equilibri a sinistra).

Ma De Magistris non è Beppe Grillo: è ben consapevole delle complessità del gioco politico e la sua studiata strategia “anti-sistema” – del tutto comprensibile all’interno dell’eccezionalità del caso Napoli – è ben lungi da quel qualunquismo del “sono tutti uguali” che gli impedirebbe di promuovere l’iniziativa di ricomposizione del campo del centrosinistra necessaria in vista del secondo turno.

In una campagna elettorale in cui la parola “moderato” è stata ripetuta ossessivamente, così da avviarsi a quell’ineluttabile destino di “perdita di significato” che già ha risucchiato in Italia la gloriosa categoria del “riformista”, Pisapia e De Magistris hanno dimostrato come si possa vincere anche senza essere ossessionati dall’ansia di accreditamento presso il proprio avversario, bensì mettendo in campo una proposta autonoma, seria, credibile. E prosciugando in questo modo il bacino di voti della cosiddetta antipolitica – a Milano Grillo si è fermato al 3,2%, a Napoli all’1,3% – non con la scorciatoia della demonizzazione (i ragazzi del movimento come un “oggettivo alleato” della destra berlusconiana nella spirale ricattatoria del voto utile) ma incorporando le legittime istanze di rinnovamento e creatività delle quali i candidati della lista 5 stelle sono spesso portatori.

La Lega ha seguito i destini elettorali del partito del premier, non centrando, a quanto emerge dai dati del primo turno, l’obiettivo del sorpasso al Nord sugli alleati pidiellini. Non è avvenuto, di conseguenza, quel travaso di voti tra Carroccio e Popolo della Libertà che nei precedenti turni elettorali aveva garantito, come mettendo in comunicazione i due vasi elettorali dei partiti alleati, il mantenimento del livello di preferenze della coalizione. A questo punto a rendere verosimile un ulteriore divaricamento dell’asse verde-azzurro non sono solo i risultati emersi dalle urne milanesi ma anche quelli di numerosi comuni di medie dimensioni, dove il Carroccio, presentandosi da solo, ha portato a casa risultati spesso ben superiori a quelli ottenuti in coalizione. È il caso di Gallarate, asceso nei giorni scorsi a simbolo della corsa solitaria della Lega, dove quest’ultima è passata dal dal 9,7% delle comunali del 2006 al 23%, o del comune di Cento, nel Ferrarese, unico centro dell’Emilia-Romagna in cui il partito di Bossi si è presentato da solo, ottenendo con il suo candidato sindaco percentuali ben maggiori che nel resto della regione, dove, nei piani di via Bellerio, doveva estendersi l’influenza leghista.

L’indicazione è chiara: una linea intransigente e “autonomista”, che si distanzi dalle posizioni berlusconiane, paga in termini politici ed elettorali. L’appiattimento sulle parole d’ordine del partito del premier, d’altro canto, causa, inevitabilmente, una diluizione della componente leghista nel bacino della destra di governo.

Il dato che queste elezioni consegnano al centrosinistra è senza dubbio incoraggiante: sia a Bologna che a Torino la coalizione esce vittoriosa. Mentre scriviamo ancora non sappiamo se nel capoluogo emiliano si andrà al ballottaggio, ma la distanza fra Virginio Merola e il suo alleato leghista Manes Bernardini è a prova di sorprese: non era un risultato così scontato. Sul voto bolognese pesava soprattutto la lunga crisi della sinistra locale, che ancora non si è lasciata del tutto alle spalle l’opaca stagione di Sergio Cofferati e la successiva vicenda del sindaco Del Bono, conclusasi addirittura con il commissariamento del comune un tempo fiore all’occhiello delle amministrazioni rosse. Questo spiega anche la grande affermazione del Movimento 5 Stelle – il cui candidato Massimo Bugani è arrivato molto vicino al 10% – dopo che già alle regionali dello scorso anno il partito di Grillo aveva incassato a Bologna un sontuoso 8,7%.

Chi può stare certo della sua vittoria è Piero Fassino, che è passato al primo turno staccando il proprio rivale di circa 20 punti. Tanto a Torino, quanto a Milano e a Bologna il centrosinistra ha comunque ottenuto risultati importanti con candidati molto diversi fra loro ma uno schema simile: alleanza di cent
rosinistra senza Terzo Polo. E lo stesso vale per la provincia di Mantova, per Trieste, dove anche grazie alle divisioni dei suoi avversari il centrosinistra può tentare di porre fine a una lunga stagione di governo della destra seguita all’“era Illy”, e per Cagliari, dove il vendoliano Massimo Zedda va al ballottaggio in vantaggio sul candidato del centrodestra Massimo Fantola: se eletto, come ha osservato Alberto Statera, il trentacinquenne Zedda «sarebbe il primo sindaco di centrosinistra a Cagliari nel dopoguerra, salvo tal Ferrara, un socialista che governò con la Dc nella notte dei tempi».

La lunga parabola discendente del berlusconismo è sotto gli occhi di tutti. Queste elezioni aggiungono due ulteriori elementi di analisi: la grande difficoltà della Lega a tamponare l’emorragia di voti in uscita dal Pdl in uno schema stabile di alleanze; la possibilità del centrosinistra di tornare a essere vincente in presenza di un progetto di governo credibile. Sul piano locale la coalizione antiberlusconiana ha saputo mettere in campo soluzioni efficaci. Sul piano nazionale il principale partito della coalizione, il Partito democratico, è ancora invischiato in un velleitario tentativo di coinvolgere un recalcitrante Casini in uno schema che farebbe perdere – a sinistra – molto più di quanto farebbe guadagnare – al centro.

Proviamo a immaginare che messe da parte le beghe inutili domani mattina i leader del centrosinistra si presentino con 5 proposte semplici incentrate su legalità, rilancio dell’economia (e lotta alla precarietà), tutela del patrimonio ambientale, istruzione e ricerca; 12 nomi di ministri scelti fra personalità di riconosciuta competenza (fra i quali 6 donne); un candidato premier capace di dar voce al progetto complessivo. Scommettiamo che si potrebbe ripetere anche a livello nazionale l’exploit di oggi?

(17 maggio 2011)

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