La sfida di Santoro al “Truman Show” della Casta
Giovanni Perazzoli
In realtà ha ragione quello lì, come si chiama? Grasso, Aldo, mi pare: per capirci, il Masaniello dei critici televisivi, quello che accusa Santoro di essere un demagogo, sventolando proprio l’argomento principe degli argomenti demagogici: il tradimento, e per denaro. Una normale scenetta di populismo italico.
Ma ha ragione. E da vendere. Quello di Santoro non è (stato) “servizio pubblico” – da intendersi come dare il segnale orario e le notizie sul traffico, o mandare in onda i Tg degli ultimi decenni, fino alla loro stessa parodia minzoliniana. Santoro ha fatto molto di più. La sua è (stata) e (credo) sarà una televisione di elaborazione collettiva del nostro presente e del nostro passato. E questo non è possibile né ammissibile in Italia. In un paese come il nostro sono altre le “agenzie” che si possono permettere questo compito: la Chiesa, i partiti, la propaganda due della massoneria, a limite la mafia che chiede riparazioni.
Ma soprattutto la Televisione, quella vera, che custodisce il tesoro inestimabile dell’Immaginario della nazione: quella del Grande Fratello, dei quiz, delle Fiction con “don” qualcuno. Perché il problema vero dell’Italia è che non ha un’idea di quello che essa è veramente. E per questo l’identità collettiva è l’oggetto più gelosamente custodito, l’altare da difendere a ogni costo: infatti, questa assenza di un nome proprio (ricordate Manzoni?) è l’arma più potente che le cricche, o caste, o mafie, hanno sempre avuto per restare al potere. Le parrocchie di destra, di sinistra o di quello che volete, ci devono stare dentro. Santoro per questo è imbarazzante.
Non solo perché ha osato fare del giornalismo, dove gli altri cerchiobottizzano o mentono alla grande, ma anche e soprattutto perché attraverso i suoi appuntamenti settimanali è passata l’autobiografia del paese: le stragi, la mafia, ma anche Libero Grassi, Giovanni Falcone, e persino la voce della società civile. La passione con la quale Santoro è stato seguito da giovani che si sono fatti grandi e poi dai loro figli, senza mai perdere smalto, è quella che si ha quando si ricerca la verità su se stessi: un tale interesse non scatta se tutto si risolvesse a discutere di attualità. In questo senso, la sua televisione è (stata) effettivamente “politica”.
Anche gli errori di Santoro (ce ne sono, a mio avviso) non sono quelli dei giornalisti, ma degli intellettuali. Che il giornalismo s’intrecci così fortemente con il “chi siamo” forse non è normale per una democrazia liberale. Ma questo è dovuto solo al fatto che la nostra non è una democrazia liberale. L’articolo di Pasolini, “Io so”, può essere preso a emblema di una specifica relazione tra informazione, cultura e identità del paese. Se si preferiscono altri riferimenti, tra i tanti possibili, il nesso tra informazione e “chi siamo” c’era già, anche prima di Pasolini, nelle sgomente inchieste di Giustino Fortunato o di Leopoldo Franchetti. Santoro, a ben vedere, è una figura italiana che, in altre incarnazioni, si è già vista altre volte, e non piace affatto a certe persone: è appunto vicina a quella dei Pasolini, dei Gobetti, dei Saviano. Ci vuole un ego spropositato per mettersi in gioco fino a questo punto, ma normalmente l’egocentrismo non è un difetto dei servi.
Il farmaco che riesce ad isolare il virus è l’accusa di populismo e di demagogia, che funziona molto bene e ha effetti immediati; non lascia tracce, perché produce all’istante la desiderata reazione dell’autocensura. Se ci sono figure che irritano l’”intellettualità” sono proprio i Savonarola o i Masaniello. Sono figure di una dissidenza che le brave persone di onorato conformismo non temono come la peste, ma molto di più. Il popolo appartiene ai “don” con coppola o con tiara, come la terra e tutti gli armenti che ci sono sopra. E si reagisce male quando ci si accorge che qualcuno glielo vuole portare via: qui si difende la proprietà liberale.
Insomma, quella di Santoro è una figura italiana già vista, e che sappiamo già essere tragica, ed è tragica perché appartiene a un paese tragico. Nonostante i milioni che incassa, e che fa benissimo a incassare. Negli altri paesi occidentali quasi non esiste un Santoro, o un Grillo, o un Travaglio, perché negli altri paesi occidentali non c’è la tragica menzogna ideologica che spinge a quell’intreccio tra intellettuali e identità nazionale che segna invece il destino dell’Italia, da Dante a Saviano. La scrittura da noi è, per forza di cose, scrittura civile. O scrittura servile.
C’è (bisogna dire) qualcosa di epico nello sforzo con il quale le classi dominanti hanno cercato in tutti i modi, e a qualsiasi prezzo, di salvaguardare l’identità dell’Italia, quella miserella e piccolo borghese, dalla verità su se stessa e dal possibile contagio con la democrazia degli altri paesi. Questo sforzo epico non è nazionalismo (meno che mai è amore patrio): è il correlato di un sistema di potere, che si regge su un apparato simbolico e immaginario. Non è un caso se gli intellettuali italiani, quando sono stati grandi, hanno sempre dovuto far i conti con l’autobiografia del paese. Il neorealismo del cinema italiano ne è un esempio, e gli scandali che ha suscitato, anche. L’Italia preferisce autodenigrarsi attraverso i film di Vanzina, anche questo un “genere”, che ha qualcosa, a suo modo, di geniale, e che non esiste in altri paesi.
La televisione degli italiani deve perciò mantenersi pura come una chiesa, espressione di un immaginario sacro e irrinunciabile di irresponsabilità e abiezione. Quella di Santoro è un’altra musica, che non si deve far sentire. La televisione civile non può essere “servizio pubblico”.
(24 maggio 2010)
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