La Siria e gli effetti regressivi della destabilizzazione politica
Giovanni Perazzoli
Nel 1990, in Siria, c’era ancora il Padre. Il suo ritratto sovrastava le piazze più importanti. Il Paese sembrava immobilizzato in un strano passato non databile, immerso in una solitudine e un senso di esclusione che avvolgeva tutto e tutti. In certi locali con tavolini e sedie pendevano dei quarti di bue sanguinanti, molto amati dalle mosche, da cui erano tagliati dei pezzi di carne per essere messi su un attrezzo munito di brace. Nei caffè c’erano solo uomini che fumavano il narghilè.
Ma i miei giovani amici e amiche siriani conoscevano l’inglese, il francese e il tedesco, e vivevano attaccati agli istituti di cultura europei. Da un’edizione pirata, “made in Syria”, delle opere di Albert Camus misero in scena – con intento cripto contestatore – alcune pièces, complice il centro culturale francese di Damasco. Si ritrovavano spesso, la sera, in un ristorante, ma senza buoi squartati, con i tavolini disposti all’aperto nel cortile di un bel palazzo ottomano, con tanto di grande iwan e fontana.
A giudicare dalle idee che suscita in Medio Oriente, sia da quelle favorevoli che da quelle decisamente ostili, il mondo occidentale appare riassunto nel suo mito fondativo della rivoluzione e della democrazia. In un certo senso, da nemici o da amici, sembra che, nella democrazia ci credano più loro di noi. Ma questo scetticismo, del resto, è molto “occidentale”.
Su questa scala medio orientale, però, non puoi non ringraziare la fortuna per la tua condizione occidentale di “soggettività scissa”, un po’ “astratta”, “separata”, perfino “alienata”. Sei contento per essere restato, finalmente, senza “identità”, ad abitare nella città “anonima”, ricca (o povera) delle amicizie che scegli, e degli amori che vuoi.
Su questa scala capisci quanto è patetica la celebrazione retorica del mito della comunità avvolgente, del pianterello furbo sul “nichilismo occidentale”, sul “tramonto dei valori”. È una macchina senza libertà, un conformismo soffocante. La nostalgia del Brodazzo comunitarista, sugoso e avvolgente, appare un vezzo del reazionario travestito da progressista. Niente di meglio, invece – quando esiste – di questo bel nichilismo in cui niente è fondato, e tutto è scelto.
I ragazzini a scuola, in Siria e in Iran, con la loro vivacissima intelligenza, ti fanno vedere con forza l’altro lato di tutta la faccenda. La forza del mito fondativo rivoluzionario e democratico è evidente per l’odio che suscita, oppure per le speranze che accende.
Seguendo una spedizione archeologia francese a Dura Europos, sull’Eufrate, mi trovai a cena dal capo di un villaggio ai confini del mondo, dove c’era solo polvere, e un segno di vita pubblica poteva essere l’arco di trionfo romano consumato dai secoli in mezzo al deserto. Davanti al grande piatto comune erano ammessi solo gli uomini e le donne occidentali; le donne della famiglia, invece, mogli, figlie, madri, aspettavano da lontano che noi avessimo finito, per mangiare i nostri avanzi.
Inaspettatamente, le ragazze francesi si alzarono per andare a parlare con loro. Mi è stato riferito che una giovane donna di quel lontano villaggio abbia detto: “Voi parlate la mia lingua, ma io non potrò mai imparare la vostra, perché qui non ci sono scuole; voi avete tutte più anni di me, ma sembrate molto più giovani di me che sembro già una vecchia. Voi sapete com’è la mia terra, io Parigi non la vedrò mai”. Un sentimento che non ha bisogno di complesse legittimazioni teoriche. Non c’è niente di “diverso” nell’umanità. È lo stesso sentimento che ha spinto Malala Yousafzai a rischiare la vita perché, nel suo paese, le ragazzine potessero andare a scuola.
Negli anni successivi, la Siria cambiò rapidamente volto. Sparirono i quarti di bue, si cominciarono a restaurare i palazzi ottomani, e comparvero altri ristoranti con cortile e fontana.
Dei miei amici, però, ben pochi sono rimasti; molti sono partiti per il Canada, la Francia, la Germania. Uno di loro, riposto Camus, è diventato un affermato attore delle telenovela arabe.
Ma intanto, i giovani che si iscrivevano ai corsi di lingua si erano moltiplicati per mille. Facevano la fila la notte per iscriversi. Non avevano più l’aria degli intellettuali impegnati saltati fuori dagli anni ’50. Il paese cambiava con loro. Nelle piazze campeggiava l’immagine del Figlio, che all’inizio aveva anche acceso le speranze di rinnovamento, presto deluse.
La Siria appariva però come una stanza di cui si poteva vedere benissimo il perimetro delle possibilità politiche e sociali. Non potevano esserci soprese o eccezioni.
Alla fine la pressione è esplosa. Forse troppo presto. La guerra civile sembra adesso consumare la “società civile” che stava nascendo, riportando fatalmente il paese verso le identità, le comunità, le tribù. La destabilizzazione distrugge la vera forza di un paese: l’articolarsi e il differenziarsi della società.
(6 dicembre 2012)
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