La strada tedesca non fa la crescita Ue
Giorgio Barba Navaretti
, il Sole 24 Ore, 2 marzo 201
Il patto sulla competitività tedesco, anche edulcorato dalla Commissione europea, impone ai paesi dell’euro un forte controllo sul costo del lavoro. La nuova versione, rivista da Barroso e Van Rompuy, tace sulla proposta iniziale di vietare l’indicizzazione dei salari, ma ribadisce che le remunerazioni dovranno crescere con moderazione e seguire la dinamica della produttività.
Che senso ha inserire il costo del lavoro come parametro di competitività dei singoli paesi membri? L’argomentazione utilizzata maggiormente riflette l’esperienza tedesca. Campione delle esportazioni europee, la Germania ha contenuto la crescita dei salari e grazie a un aumento, anche se limitato, della produttività ha tenuto stabile il costo del lavoro per unità di prodotto. Nel mondo dell’euro, dove non è possibile svalutare, i paesi in deficit di bilancia commerciale possono riprendere competitività e deprezzare il tasso di cambio reale solo abbassando costi e prezzi interni.
Questa argomentazione è debole o almeno fallace. Sicché usare il costo del lavoro come parametro di competitività è poco saggio. Intanto, il salario in sé è una componente relativamente limitata degli oneri di produzione complessivi. Il costo del lavoro per unità di prodotto, di fatto, dipende da come e in che misura questo è combinato con altri fattori produttivi: macchinari, infrastruttura, tecnologia, energia, servizi dell’amministrazione pubblica e così via. Se i prodotti ci mettono molto tempo a raggiungere i mercati, perché le infrastrutture di trasporto sono scadenti o le dogane inefficienti, meno beni vengono venduti e il costo del lavoro incide maggiormente, a salario invariato. E lo stesso vale se la regolamentazione del mercato del lavoro limita l’utilizzo nel tempo dei macchinari.
La Commissione sottolinea giustamente che la dinamica delle remunerazioni deve essere allineata a quella della produttività. Ma dovrebbe in realtà porre molta più enfasi su come accrescere quest’ultima. Il nodo competitivo per tutti i 17 paesi dell’Euro è come combinare l’insieme dei fattori produttivi con il lavoro.
L’esperienza tedesca insegna anche che la competitività è soprattutto fatta di elementi diversi dal prezzo: innovazione, qualità, branding, eccetera. È vitale contenere i costi di produzione, ma fondare la concorrenza sui prezzi è suicida, una strada aperta per farsi tagliare le gambe dai paesi emergenti.
In questo senso lo spazio di mercato che si ottiene contenendo i salari in senso generale è scarso e in molti contesti, vedi Italia, socialmente assai difficile da realizzare. Al contrario, un modello competitivo fondato sulla qualità e l’innovazione deve poter remunerare in modo crescente il lavoro, ma solo dove e quando ci siano guadagni d’efficienza. In Italia, i salari nominali negli ultimi anni sono cresciuti relativamente di più nel settore pubblico, spesso in modo indiscriminato e certamente non in relazione alla crescita della produttività.
Questi aumenti non aiutano la competitività del paese, mentre lo farebbero stipendi più alti ai professori di scuola legati a parametri di merito, o agli operai e ai tecnici delle fabbriche più produttive. In effetti non dimentichiamo che, in livelli, i salari tedeschi sono ben più alti dei nostri.
Dunque, fondare il patto di competitività europeo sul contenimento dei salari è una traduzione riduttiva e sbagliata del successo industriale tedesco. Rischia inoltre di non essere realizzabile, di creare inutili tensioni sociali e neppure risolvere gli squilibri dei conti con l’estero. Tecnologia, qualità e formazione sono le vere parole d’ordine della futura crescita europea.
(2 marzo 2011)
| Condividi |
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.
