Turchia, non è un paese per giornalisti

Marco Cesario


La Turchia non è un paese per giornalisti. Non si tratta di un’affermazione allarmistica ma di un dato di fatto di cui poco si parla sui giornali. Presi nella rete dell’offensiva diplomatica di Erdogan nei paesi della primavera araba ed accecati dall’idea di indicare la Turchia come ago della bilancia del Mediterraneo e paese musulmano moderato da prendere ad esempio, analisti, giornalisti ed esperti di politica internazionale dimenticano che in questo paese la libertà di stampa soffre come o più che in Tunisia o Egitto.

Attualmente ci sono almeno 60 giornalisti in prigione. Oltre 4.000 sono sotto processo. Numeri che fanno rabbrividire per un paese che dovrebbe essere candidato ad entrare nell’UE.

Gli amici di Ahmet e Nedim

Nel silenzio generale dei media, alcune settimane fa nella centrale piazza Taksim di Istanbul oltre 1.500 persone, in gran parte giornalisti, si sono riunite per manifestare in favore della libertà di espressione. Tra di essi, membri della Piattaforma per la Libertà dei Giornalisti (GÖP) e soprattutto il gruppo di giornalisti «Amici di Ahmet e Nedim» – promotori della manifestazione – che hanno chiesto la liberazione dei loro colleghi Ahmet Şik e Nedim Şener, da 200 giorni in prigione nell’ambito dell’inchiesta Ergenekon. La bozza del libro sulle infiltrazioni del movimento facente capo all’imam Fetullah Gülen all’interno delle forze di polizia turche che Ahmet Şik stava cercando di pubblicare è stato confiscato e tutte le sue copie sono state spedite al macero.

L’esercito dell’imam: uno stato nello stato turco

Il 3 Marzo 2011 undici persone vengono arrestate ad Istanbul ed Ankara nell’ambito dell’inchiesta Ergenekon, un’organizzazione ultranazionalista clandestina a cui apparterrebbero esponenti dei servizi segreti, dell’esercito, della polizia, oltre che intellettuali, avvocati e uomini d’affari. Altri giornalisti vengono arrestati tre giorni dopo con l’accusa di far parte dell’organizzazione terrorista. Il 23 Marzo, la Corte Penale d’Istanbul confisca e distrugge le bozze del libro di Ahmet Şik, İmamın Ordusu, « L’esercito dell’Imam », di imminente pubblicazione. Il libro parla della storia di una setta islamica ufficialmente moderata che dalla Pennsylvania (il leader, Fetullah Gülen, è infatti scappato negli Usa) ha infiltrato polizia, servizi segreti, esercito, politica. Probabilmente creata all’epoca della guerra fredda e sulla falsariga del progetto Gladio per contrastare l’avanzata dei partiti socialisti e comunisti e dei sindacati in Turchia è diventata oramai il deus ex machina della politica turca. Dietro la facciata dell’Islam moderato ci sarebbe l’idea di trasformare la Turchia in un moderno califfato facendole abbandonare il suo tradizionale laicismo di stato. Si parla anche di legami forti con il partito di Erdogan, l’AKP. In effetti malgrado la facciata ‘buona’ del governo che mostra di abbracciare il capitalismo e il liberismo all’occidentale, la società turca appare oggi molto più conservatrice di quanto non fosse fino ad una decina di anni or sono. E ciò a causa di tutta una serie di leggi, di programmi scolastici, di politiche editoriali create ad hoc inizialmente per allontanare il pericolo rosso, il sindacalismo, i movimenti operai – sempre molto forti in Turchia – ma poi sfuggite al controllo e diventate terreno fertile per la proliferazione di pezzi di stato deviati.

‘Deep State’ e Guerra Fredda

Secondo Ahmet – i cui stralci del libro sono stati divulgati su internet – i Fethullahçis (seguaci di Fetullah Gülen) hanno oltre cinque milioni di seguaci e miliardi di dollari di finanziamenti. Sin dal 1980, non riuscendo ad infiltrare le forze armate turche (TSK) per tradizione laiche, hanno indirizzato i propri sforzi sulle forze dell’ordine. L’organigramma dei Fethullahçis, strutturato sulla falsariga di una loggia massonica, trasformava le nuove leve uscite dalle scuole e dalle accademie di polizia in quadri dirigenti della setta, veri e propri ‘associati’. La tesi di Ahmet è che i Fethullahçis siano un retaggio del ‘deep state’, altra organizzazione clandestina sorta durante la guerra fredda che ha funzionato per decenni come struttura parallela ai governi eletti. Oggi i Fethullahçis – che cercano di screditare ed indebolire in tutti i modi le forze armate turche – si sono trasformati in una forza sotterranea spaventosa in quanto pervasa di integralismo religioso e improntata al motto – di lugubre venatura fascista – di ‘ordine ed obbedienza’. Difficile non vedere paralleli con la storia non solo d’Italia (la strategia della tensione per frenare il più grande ed influente partito comunista d’Europa Occidentale), del Cile (il colpo di stato di Pinochet, il rovesciamento del governo socialista di Salvador Allende) o di altri paesi in cui pur di contrastare il pericolo rosso o l’influenza sovietica si è giunti anche a finanziare il terrorismo islamico (vedi Afghanistan dell’epoca con Bin Laden). Di queste strutture anti-sovietiche restano oggi spaventosi strascichi e soprattutto organizzazioni clandestine completamente fuori controllo. L’esercito dell’imam in Turchia puo’ contare inoltre su un impero mediatico non indifferente tra cui giornali (il quotidiano Zaman), televisioni o istituti d’insegnamento come il Collegio Isik. Il sistema creato dai Fethullahçis fornirebbe inoltre informazioni d’intelligence e starebbe infiltrando anche il sistema giudiziario ed amministrativo del paese. In breve, conclude Ahmet Şik, questo lo porterà a diventare un vero e proprio stato. Da questo punto di vista, l’esternazioni sul velo di Erdogan e l’ascesa irresistibile di una forma d’islamismo moderato fa temere che i legami dei Fethullahçis con l’AKP del premier turco siano più che semplici illazioni ed è per questo motivo che si vuole a tutti i costi tappare la bocca ad Ahmet Şik e Nedim Şener.

Ergenekon e l’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink

Nedim Sener, autore di un libro intitolato «Fethullah Gülen e la comunità Gülen nei documenti Ergenekon», aveva già rivelato il ruolo della rete terrorista Ergenekon nell’assassinio del giornalista armeno Hrant Dink nel suo libro « il Venerdì Rosso », che riprende e completa quanto divulgato in un precedente libro pubblicato nel 2009. Dink, giornalista turco di origini armene e redattore capo del settimanale Agos, fu assassinato il 19 Gennaio del 2007 ad Istanbul con quattro colpi di pistola mentre usciva dalla redazione del settimanale da lui stesso fondato nel 1996. Dink riceveva da tempo minacce di morte da parte di nazionalisti dopo aver pubblicato diversi articoli in cui esortava le autorità turche a riconoscere il genocidio armeno compiuto tra il 1915 ed il 1916 dall’allora esercito ottomano. Per questi articoli Dink era anche finito sotto processo con l’accusa di aver offeso l’identità turca. Nel suo libro Sener puntava il dito contro alcuni esponenti delle forze dell’ordine – tra cui il capo della polizia di Trebisonda Ramazan Akyürek – colpevoli secondo lui di essere a conoscenza dei piani per assassinare Dink ma di non aver fatto nulla per impedire l’omicidio del giornalista. Sener fu denunciato dalla polizia ma poi completamente scagionato. Le sue accuse infatti si avverarono fondate perché oggi Akyürek, assieme ad un’altra trenti
na di poliziotti, è accusato di far parte di Ergenekon, di esserne uno degli ‘associati’. Paradossale però che oggi dietro le sbarre ci siano anche coloro che con un minuzioso lavoro d’inchiesta sono riusciti a smascherare quest’organizzazione criminale. Paradossale sì ma forse neanche troppo dato che accusare i due giornalisti di far parte di Ergenekon era forse l’unico modo per insabbiare l’inchiesta. Il 22 Novembre si apre il processo contro di loro. Tra i diversi capi di imputazione spunta anche quello di cospirazione allo scopo di rovesciare lo stato turco. Un’accusa gravissima. Ahmet Şik e Nedim Şener rischiano grosso. E questo soltanto per aver fatto correttamente il proprio mestiere. Un mestiere di giornalista che in Turchia, oggi come oggi, è sempre più a rischio.

(7 ottobre 2011)

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