L’altra faccia della Cina
Valerio Renzi
Un libro di Simone Pieranni, edito da Manifesto Libri, descrive le contraddizioni del “Nuovo sogno cinese”, i problemi insoluti ai ritmi vertiginosi di sviluppo della Seconda potenza mondiale: dall’inquinamento alla mancanza di diritti sul lavoro, all’enorme sperequazione sociale e agli scontri religiosi ed etnici in corso. In un quadro politico caratterizzato da grandi rivalità e scandali di corruzione.
L’ha annunciato con enfasi il segretario Xi Jinping. Ma solo con la pubblicazione del documento finale del Terzo Plenum del 18° congresso del Partito comunista, si è iniziato a decifrare il messaggio. Ad aiutarci a comprenderlo in toto ci ha pensato Simone Pieranni che per la Manifesto Libri ha scritto proprio "Il nuovo sogno cinese", un racconto della Cina contemporanea che traghetta oltre letture di costume e semplicistiche, decifrando le rappresentazioni esotiche e superficiali, a volte rassicuranti a volte allarmistiche, con cui ancora viene descritta in Italia la Seconda potenza mondiale. Innanzitutto si narra la Cina dalla Cina: sono sei anni che l’autore si è stabilito in Estremo Oriente fondando lì l’agenzia giornalistica China Files.
Il libro ha la capacità di inquadrare le trasformazioni in atto nei tempi lunghi. In economia decostruendo la rappresentazione del “miracolo cinese”, rompendo la visione che descrive un repentino passaggio da un sistema produttivo quasi medioevale alla fabbrica del mondo; in politica sottolineando la capacità di trasformazione nella continuità della via cinese al socialismo. Nessun cambiamento, rivoluzione o riforma dal 1949 ad oggi ha messo in dubbio la centralità del partito comunista, continuità è il mantra del potere in Cina sia essa garantita dal mito della Rivoluzione Culturale o dal recupero dei principi del Confucianesimo.
L’autore analizza, nei dettagli, le stanze dei bottoni di Pechino: tra correnti e scontri di potere feroci, alleanze mutevoli ed equilibri difficili da decifrare con esattezza vista la riservatezza dei più alti Papaveri (siano essi i principi rossi eredi dei padri della Rivoluzione, la cricca di Shanghai o la nuova aristocrazia proveniente dalla Lega della gioventù comunista). Con rigore descrive l’avvicendarsi delle varie generazioni di leader, chi è in ascesa e chi in rovina. Il libro pone chiarezza sulla vicenda di Bo Xilai, una cronaca da spy story con risonanza mondiale. Fino a poco tempo fa governatore del Chongqing, sembrava destinato ad una irresistibile ascesa e ora invece in carcere assieme alla moglie. Se la caduta di Bo Xilai ha segnato la sconfitta di una retorica neomaoista e dell’interventismo statale in economia e nel sostegno alla popolazione, così l’avvicendamento allo scranno più alto del Pcc tra Hu Jintao e Xi Jinping ha rappresentato il passaggio da una gestione collegiale del poter al ritorno dell’uomo solo al timone, da un’immagine rassicurante in politica estera ad un più acceso nazionalismo e interventismo.
Dietro il velo delle cifre della crescita il “Nuovo sogno cinese” è pieno di contraddizioni e problemi insoluti. L’altra faccia della medaglia dei ritmi vertiginosi dello sviluppo è l’inquinamento, la mancanza di diritti sul lavoro, un welfare sempre più insufficiente accompagnato dall’aumento esponenziale della sperequazione sociale. Il liberismo insomma agli stessi effetti ovunque, aggravati poi in Cina dalla coincidenza della concentrazione della ricchezza col potere politico, tale da rendere la corruzione endemica.
La crescita economica ha portato ad un urbanizzazione senza precedenti, la più grande migrazione umana della storia, sradicando fasce intere di popolazione dalle campagne per andare a creare il nuovo sottoproletario urbano, manodopera di riserva per la crescita. Ma sono nate anche nuove figure sociali come le formiche, giovani laureati che vivono nelle periferie delle metropoli aspettando il loro momento e un’occupazione che consenta di vivere secondo gli standard che erano stati promessi, sottoposti ad un pressing sociale e ad una competizione insostenibile. Un sogno che di fatto per milioni di cinesi si trasforma in distopia.
Scopriamo una Cina che non è uno spazio politico, sociale, economico, geografico piano ed omogeneo come da clichè, ma attraversata dalle stanze del politburo alla più remota provincia da conflitti e tensioni: scontri etnici e religiosi, rivalità politiche, conflitti ambientali e per l’utilizzo della terra, lotte nelle fabbriche e lotte dei piccoli proprietari e commercianti contro funzionari corrotti e tiranni, scontri generazionali.
Che faccia avrà il “Nuovo sogno cinese” dipenderà molto dall’esito di questi conflitti, così come dal ruolo che il gigante asiatico deciderà di giocare nel mondo globale.
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un capitolo da "Il nuovo sogno cinese".
SOGNO CINESE E SOGNO MONDIALE
Fino all’avvento di Xi Jinping era opinione comune da parte dei cinesi, credere che l’immagine all’estero del paese non fosse positiva. La Cina, come abbiamo analizzato nel primo capitolo, viene spesso descritta come una minaccia, una sorta di bandito nel mercato mondiale. Alcuni contenziosi con Unione Europea (basti pensare alla polemica sui dazi contro i pannelli solari cinesi, cui è seguita la ripicca cinese contro i vini europei) e con gli Stati Uniti hanno spesso posto la Cina dalla parte dei «cattivi». Pesano pregiudizi e una certa informazione di parte occidentale, ma pesa anche la scarsa capacità della leadership cinese di farsi capire adeguatamente.
Quando Xi Jinping ha fatto il suo breve discorso dopo l’investitura a segretario generale del Partito Comunista, ha specificato che «la Cina deve migliorare la propria conoscenza del mondo, così come il mondo deve migliorare la sua conoscenza della Cina». Xi ha centrato il punto, perché la precedente leadership, all’estero, non ha certo brillato per personalità e capacità persuasive. L’impressione, anzi, è che su alcune delle critiche più frequenti da parte dell’Occidente nei confronti della Cina- diritti umani, questioni legate alla minoranza etnica tibetana – la Cina abbia sempre fallito il modo migliore per difendere le proprie posizioni. Hu Jintao inoltre, come sottolineato dai funzionari americani poco prima della visita di Xi Jinping al ranch californiano nel giugno del 2013, portava avanti l’idea di una Cina ancora «paese in via di sviluppo» attraverso posizioni che oscillavano tra l’apatia e la reazione rabbiosa. La Cina oggi invece si presenta sul proscenio mondiale da grande potenza. E le sue necessità sono leggermente modificate: Pechino cerca sempre risorse e accordi economici, ma sembra intenzionata a porsi come guida dei paesi che stanno facendo registrare le crescite più vertiginose, i Brics, e come motore attivo in alcune aree geografiche particolari (Asia, Medio Oriente). (…)
Il rapporto più importante, sul piano della politica estera è però quello con gli Stati Uniti: nel 2013, a causa dello scandalo Prism – il programma di monitoraggio on line dell’Agenzia per la Sicurezza americana – e della presenza a Hong Kong per alcune settimane di Edward Snowden, la fonte dello scandalo, la relazione tra le due potenze è sembrata toccare il minimo storico, nonostante l’incontro informale tra Obama e Xi Jinping.
Xin daguo guanxi tradotto significa più o meno «un nuova relazion
e tra grandi potenze»: è quanto la Cina aveva chiesto di inaugurare agli Stati Uniti, durante l’incontro del 7 e 8 giugno 2013, in California tra Obama e Xi Jinping, il nuovo presidente della Repubblica Popolare cinese. Si tratta di uno slogan molto presente nelle ultime produzioni, giornalistiche e non solo in Cina, che prepara la necessità di affrontare il rapporto tra prima e seconda economia del mondo, sulla base di una rinnovata fiducia, non mascherando i tanti motivi di frizione. Il messaggio della Cina è molto chiaro: gli equilibri sono cambiati, il Dragone si prepara al sorpasso economico e dunque anche il filo che unisce le due potenze deve essere modificato, rinnovato. Quella situazione win win tra Cina e Stati Uniti è destinata a cambiare e Pechino sembra essere disposta ad avere un ruolo più attivo nel guidare il processo. Secondo He Yafei, ex ministro degli Esteri cinesi, la situazione delle relazioni tra Cina e Stati Uniti precedente all’incontro californiano, era al minimo storico.
He Yafei, in un articolo su Foreign Policy – The trust deficit ha sostenuto che solo nel 1972 lo stato dell’arte tra le due potenze era a un livello così basso, quando Nixon fece la sua prima visita in Cina. Cos’è cambiato negli ultimi tempi? Diversi sono i fattori che contribuiscono a rendere apparentemente tesa la situazione. C’è una lettura politica, che viene suggerita da Fred Engst professore di Economia alla prestigiosa Jingmao Daxue di Pechino. Engst ha una storia particolare, perché è nato in Cina, da genitori americani che nel 1940 arrivarono in Cina per supportare la rivoluzione socialista. La sua opinione è che «finché la Cina produceva per i brand stranieri, compresi quelli americani, il rapporto era guidato da Washington e problemi non ce n’erano. Adesso che la Cina comincia ad innovare e presentarsi sul mercato internazionale con i propri brand è chiaro che gli equilibri cambiano». Senza contare, come Engst stesso suggerisce, che ci sono di mezzo anche equilibri geopolitici.
Tre sono i fattori generali che costituiscono motivi di frizione tra le due potenze: la questione legata allo spionaggio informatico, con gli Stati Uniti che accusano Pechino di programmare scientifici attacchi ai propri segreti di stato e industriali. In questo caso la Cina ha sempre risposto negando ed anzi affermando di essere vittima di attacchi americani (con i quotidiani locali che hanno scritto di masse ingenti di dati che confermerebbero questa posizione). Al riguardo lo scandalo Prism secondo il quale gli Stati Uniti avrebbero spiato i messaggi via cellulari dei cinesi, con un occhio di riguardo nei confronti di alcune università, ha completamente ribaltato il fronte, mettendo in stand by qualsivoglia tentativo di risoluzione del caso. La Cina del resto non ha spinto troppo, almeno ufficialmente, contro gli Stati Uniti, perché è chiaro a tutti che Prism e altri progetti sono in dotazione ormai di qualsiasi grande potenza. I media cinesi si sono divertiti a punzecchiare il liberal Obama tacciando di «ipocrisia» Washington.
Il secondo punto è quello legato al commercio; un argomento che indica il trend che i cinesi vorrebbero affermare nel corso del prossimo futuro; gli equilibri sono cambiati e ora la Cina ha la forza di provare a imporre propri marchi o acquisire giganti americani (come capitato con Smithfield, il gigante nel campo della lavorazione di carne di maiale acquisito dai cinesi, nell’ambito della più grande acquisizione cinese all’estero di tutti i tempi).
Infine il campo più rilevante, quello geopolitico, dove si giocherà il vero match tra Obama e Xi Jinping nel prossimo futuro, in una gara al compromesso migliore. La Cina non ha certo nascosto il proprio fastidio di fronte al rinnovato attivismo di Obama riguardo l’area del Pacifico, che si è andato a porre come riferimento per paesi che con la Cina hanno importanti contese territoriali: Giappone per le isole Senkaku o Diaoyu, Taiwan e Vietnam per il mare cinese del Sud. In questi casi la Cina non ammette intromissioni e come contromossa ha riacceso l’interesse per l’area mediorientale e per l’America Latina, come confermato dalla visita di Xi – prima di recarsi in California – in Messico.
In questo gioco di posizione, la Cina potrebbe mettere in campo la sua alleanza con la Corea del Nord, confermando le sue intenzioni non più completamente amichevoli con Pyongyang. Come ha scritto il Quotidiano del Popolo, «la precedente amministrazione ha sempre messo al primo posto l’assicurazione della pace e della stabilità della penisola coreana, mentre l’attuale pone come priorità la denuclearizzazione della penisola». Si tratta di uno scarto importante, che complici gli interessi economici che ormai legano Pechino a Seul, potrebbe essere utilizzato per chiedere una minora ingerenza degli Stati Uniti nelle questioni che Pechino definisce di propria competenza. Sembrano questi i nodi su cui si basa un nuovo riconoscimento degli Usa nei confronti dell’emergere della Cina, non più come solo potenza economica, ma anche come rinnovata forza diplomatica, presente sullo scenario internazionale.
(8 dicembre 2013)
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