L’altrapolitica tra predicare e razzolare. Inchiesta sul Movimento 5 Stelle
Matteo Pucciarelli
Presto entreranno in parlamento, dove promettono di fare la loro rivoluzione. Ma sullo sfondo restano dei punti da chiarire: la grande contraddizione interna tra il richiamo alla democrazia diretta e lo strapotere di Beppe Grillo, un programma lacunoso, il ruolo della Casaleggio e il rischio di non riuscire a controllare l’assalto alla diligenza di chi nel 5 Stelle vede un ottimo marchio sotto cui riciclarsi.
, da MicroMega 4/2012
Facce terree a Ballarò lo scorso 29 maggio: in collegamento Nando Pagnoncelli legge le intenzioni di voto, e il MoVimento 5 Stelle è il secondo partito italiano. Ha scavalcato il Pdl già la settimana precedente, e viene dato al 19,8 per cento. È l’effetto Parma che non si arresta. Due settimane prima il M5S era «quotato» al 16,5 per cento. Tre settimane ancora prima al 15,1 per cento. Il 24 aprile – sempre secondo l’Ipsos – Grillo e company avevano il 7,7 per cento. A inizio aprile, era il 5,5 per cento. Insomma, nel giro di un paio di mesi una rivoluzione impensabile, con un partito che riesce quasi a quadruplicare la propria forza elettorale, almeno sulla carta. Dopo l’incredibile exploit dei «grillini» alle amministrative – con la ciliegina sulla torta di Federico Pizzarotti che nel capoluogo emiliano prima è riuscito ad andare al ballottaggio e poi ha sconfitto il candidato del Pd – è nata davvero la Terza Repubblica?
Una crescita esponenziale così rapida e prepotente, probabilmente, è unica nella storia italiana. Sul web i «grillini» commentano entusiasti e minacciosi: «Stiamo arrivando». La vittoria di Parma è la Stalingrado «grillina», dice il comico (anzi, il politico) genovese. Certo, Grillo si dimentica che Stalingrado è stata difesa (dai russi) e non conquistata (dai nazisti), ma poco importa, il messaggio è passato. Fra il primo e il secondo turno delle amministrative il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva invitato alla calma con un «non ho sentito alcun boom». Probabilmente, però, il «boom» ancor più rumoroso deve ancora arrivare. Sarà alle elezioni del 2013? «Continuate a offendermi, e arriviamo al cento per cento», avverte Grillo. Per i partiti tradizionali sono tempi bui: di loro si fida solo il 5 per cento dei cittadini, dicono sempre i sondaggi. E se la democrazia rappresentativa ha ancora un senso, significa che sui mille parlamentari in carica solo 50 di loro «meritano» il posto.
Subito dopo la conquista di Parma, però, si è aperta la prima crepa interna al MoVimento. Una vicenda che sa della tanto vituperata e screditata «vecchia politica». Un segnale pericoloso per il M5S, perché come si fa presto ad arrivare al 20 per cento, altrettanto facilmente quei voti potenziali possono volatilizzarsi. Il vero tallone d’Achille è uno: la grande contraddizione tra i continui richiami alla democrazia diretta e l’onnipotenza di Beppe Grillo (e del suo co-fondatore Gianroberto Casaleggio) all’interno del M5S.
La democrazia diretta e il padrone assoluto
«È necessario inserire nella Costituzione degli strumenti di democrazia diretta: il referendum propositivo senza quorum, la votazione obbligatoria entro un tempo limitato di 60 giorni delle leggi di proposta popolare a votazione palese e l’elezione diretta del candidato. Il prossimo Vday sarà per l’introduzione della democrazia diretta in Italia. Loro non si arrenderanno mai. Noi neppure». «La democrazia è sul bancone, il suo prezzo svalutato come i nostri titoli pubblici. La democrazia è un fastidio per chi vuole decidere escludendo i cittadini». «Grazie a internet uno vale uno: una testa, un voto! La rete ci rende tutti uguali». «Il MoVimento 5 Stelle è uno strumento che serve ai cittadini per amministrare loro stessi: cittadini che eleggono altri cittadini. È una vittoria della democrazia sul capitalismo. Senza soldi, cittadini che si eleggono e vanno a gestire la loro città, è un fatto di democrazia che non ha precedenti». «Create delle isole di democrazia diretta nei vostri Comuni!». «La controinformazione, la conoscenza sono il punto di partenza per la creazione di una democrazia diretta, con la partecipazione dei cittadini, con l’eliminazione della delega in bianco a qualcuno». «La democrazia diretta e facce nuove, non queste cariatidi supponenti che passano il tempo a mettersi il fard». «È tempo di una democrazia diretta. Alcuni strumenti ci sono, altri verranno. Una democrazia che parta dal territorio. Da dove le persone possono esercitare il controllo. Dai comuni. Reset!». A parlare è lui, Beppe Grillo. Dichiarazioni fatte in vari periodi, che vanno dal 2005 a pochi giorni fa.
Ecco, poi andrebbero confrontate con altre, tipo: «Chi partecipa ai talk-show deve sapere che d’ora in poi farà una scelta di campo». «Tavolazzi è per me da oggi fuori dal M5S con la sua lista Progetto per Ferrara. Chi vuole lo segua». «Ho saputo soltanto ieri sera della candidatura [a direttore generale del comune di Parma] di Valentino Tavolazzi di Progetto per Ferrara a cui è stato inibito l’uso congiunto del suo simbolo con quello del MoVimento 5 Stelle qualche mese fa. Ovviamente è una scelta impossibile, incompatibile e ingestibile politicamente». La democrazia diretta auspicata per l’Italia all’interno del M5S è affidata alla cure del cosiddetto «non Statuto», dove si legge ad esempio (articolo 3): «Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso». L’unico caso al mondo di una persona inserita nello statuto di un partito così, con nome e cognome, senza che nemmeno ci sia bisogno di specificare la carica, il ruolo. Perché non ci sono vie di mezzo, Beppe Grillo è il MoVimento. E ancora, l’articolo 1: «La “sede” del MoVimento 5 Stelle coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it».
«Non si può predicare la democrazia diretta se poi al nostro interno non ce n’è»: Valentino Tavolazzi, 62 anni, è l’unico esponente del M5S che ha posto la questione in termini chiari, senza giri di parole. È un «grillino» della prima ora, stimatissimo dai compagni emiliani, ingegnere ed ex direttore generale del comune di Ferrara scelto dai Ds e poi dai Ds fatto fuori nel novembre 2002 (un licenziamento ingiusto, disse poi il giudice del lavoro). Poi viene eletto consigliere comunale con i 5 Stelle, ed è uno dei pochi militanti che Grillo conosce (e stima) personalmente. Solo che poi succede qualcosa: in primavera un nutrito gruppo del M5S organizza un incontro a Rimini per parlare di «democrazia interna». Tavolazzi partecipa, e il giorno dopo sul blog di Grillo arriva la prima fatwa: «Tavolazzi è fuori». Anche ai ragazzi di Cento viene somministrata la stessa punizione, cioè la negazione del logo «M5S», che in altri tempi si sarebbe chiamata semplicemente «espulsione». Condita con tanto di lettera di diffida del legale di Grillo, Michelangelo Montefusco, «quel simbolo non potete utilizzarlo».
Lui, Tavolazzi, risponde: «È come se a un magistrato antimafia avessero tolto la scorta. Una decisione ingiusta, incomprensibile,
senza alcuna base statuaria, a nulla sono valse le richieste di spiegazione». Solo che ci sono le amministrative alle porte, Tavolazzi e i suoi continuano a lavorare sul territorio con il M5S e, a due passi da Ferrara, i «grillini» eleggono anche il sindaco di Comacchio. Federico Pizzarotti invece si insedia in comune a Parma, si rende conto che per lavorare ha bisogno di un direttore generale che stima e di cui si fida e cosa fa?, chiama proprio Tavolazzi. Del resto è una decisione che spetta al sindaco. Ma siccome i nodi (e le contraddizioni) vengono sempre al pettine, sul blog di Grillo appare un altro post ancora: «Quella di Tavolazzi è una scelta impossibile, incompatibile e ingestibile politicamente». E la democrazia diretta, i cittadini che devono scegliere autonomamente? Se lo ricordano i grillini di Parma, che rispondono: «Siamo certi quindi che avremo il pieno sostegno di Grillo nell’autonomia di una decisione di carattere strettamente tecnico». Altro post, altra risposta dell’ex comico: «Per dividere un MoVimento si possono usare diverse persone: gli infiltrati che usano la menzogna come un grimaldello per spaccare tutto. Poi coloro con il cartellino “Vendesi” perpetuamente stampato sul viso. Li riconosci come le puttane sui viali, li acquisti a prezzi di saldo».
I 5 Stelle (o ex?) di Ferrara ribadiscono: «Come il peggiore partito, la cui struttura però si riduce a quella del “Re Blog”, si ficca il naso nelle decisioni di un sindaco e, per condizionarne le scelte, lancia in rete discredito, additando al ruolo di traditori e secessionisti, coloro i quali, da 4 anni, lavorano anche per favorire la nascita di liste nella provincia di Ferrara. Sette, fra cui Comacchio, lista già passata alla storia del MoVimento per aver insediato in comune il sindaco Marco Fabbri». Fatto sta che, alla fine, ha «vinto» il diktat di Grillo e Casaleggio. Nel senso che Pizzarotti non ha nominato il city manager di Ferrara direttore generale. Motivo? «Una modifica del regolamento del comune di Parma dice che il requisito per la figura del direttore generale è una laurea in Economia o Giurisprudenza», ha spiegato il sindaco. E Tavolazzi è un ingegnere.
Seconda questione, la figura del direttore generale – «così come il suo compenso» – nella pianta organica di Parma «non esiste più da diversi mesi». È malizioso dire che ci si sia parati dietro a dei cavilli per sanare la rottura interna, sacrificando però – ancora una volta – Tavolazzi? Può darsi. Ma la retromarcia di Pizzarotti, arrivata dopo giorni di silenzio, è evidente.
E allora la questione è: si può curare il tumore della nostra democrazia usando con una medicina cancerogena, con un partito o movimento a basso tasso democratico interno? Paolo Putti ha sfiorato il ballottaggio a Genova, contro Marco Doria. È un attivista convinto del M5S, ma è tra i meno ortodossi. Si considera «di sinistra», è uno dei pochi ad ammetterlo. «Forse dall’esterno la nostra strutturazione può dare delle impressioni negative. Lo capisco. Ma vi assicuro che finora Grillo non è mai intervenuto per dirmi cosa dovevo o non dovevo fare». Davide Bono, consigliere regionale in Piemonte, uno dei volti storici più noti del MoVimento, ne è convintissimo: «Nessuna contraddizione. In consiglio ho sempre lavorato senza interferenze». Però se gli rammenti, per esempio, del caso Tavolazzi, risponde con un «ma era meglio se non me lo ricordavi…». Giovanni Favia, dominus grillino in Emilia, taglia la testa al toro: «Da sette anni Grillo ha il suo blog dove scrive ciò che pensa. Io i suoi post non li commento più, lavoro a testa bassa sul territorio». «Beppe fa da garante. Lui ci ha messo la faccia, le risorse, il carisma. Siamo un movimento giovane, quel che succederà domani ci è ignoto», spiega Andrea Defranceschi, altro consigliere regionale in Emilia. «“Uno vale uno” è una bugia bella e buona. Grillo permette quella dinamica secondo la quale nel M5S vadano avanti i più furbi e obbedienti. E il “non Statuto” è il suo atto di proprietà», ragiona invece un altro «grillino» della prima ora, Lorenzo Alberghini – che adesso ha lasciato il MoVimento. «Beppe», dicono gli ex di Cento, «si crede un segretario di partito, anzi, un leader, anzi, un padre padrone, anzi, un re. Lunga vita al re». In ultimo, di nuovo Tavolazzi: «Il MoVimento deve governarsi in modo democratico non attraverso i post di Grillo. Mi si accusa di fare danni al M5S e di aver infranto lo statuto senza dire dove e quando. Ma poi io e tutti quelli che lavorano con me vengono estromessi ed espulsi…».
Le spaccature interne
Il MoVimento si divide in tre grandi aree, sia geografiche che «ideologiche». Il triangolo Emilia-Piemonte-Liguria è il pilastro di Grillo e i suoi. L’Emilia dei Favia e dei Defranceschi (e ora dei Pizzarotti) rappresenta l’area «pragmatica» del M5S, il Piemonte di Bono è il custode dell’«ortodossia grillina», i duri e puri del Verbo di Beppe, mentre la Liguria di Putti è più movimentista (una volta si sarebbe detto «di sinistra») e meno internauta. Fatte queste macro-distinzioni, nelle due principali roccaforti dei «grillini», Bologna e Torino, non tira una grande aria.
A Bologna l’uomo forte è Favia, punzecchiato sul blog di Grillo proprio sulla questione Tavolazzi. «So che un consigliere regionale appoggia la sua candidatura…», diceva il post. Il riferimento era diretto proprio al 31enne ex candidato sindaco di Bologna. Che ha risposto per le rime: «Prego chi ha fornito questa falsa informazione allo staff del blog di dichiararsi e chiedere scusa. E allo staff di verificare prima le informazioni che pubblica». E quando Tavolazzi venne espulso Favia dichiarò: «Non so, ma io stimo molto Tavolazzi». Da notare che Favia, nonostante il post fosse firmato da Beppe Grillo in persona, ha parlato due volte di «staff del blog». Cioè la Casaleggio Associati, che gestisce le scelte di marketing di Grillo e che secondo molti condiziona pesantemente anche le scelte politiche del M5S.
Nelle settimane scorse invece c’era stata la tirata d’orecchi di Grillo ai danni di Defranceschi, accusato di aver chiesto alla giunta di Vasco Errani di impegnarsi nel salvataggio del dorso bolognese dell’Unità. «Se qualche esponente del M5S la pensa diversamente sul finanziamento pubblico ai giornali non è un problema. Il Pdmenoelle lo accoglierà subito tra le sue braccia». E amen. Oggi Defranceschi minimizza: «È stata un’incomprensione, un malinteso. Ho votato a favore pensando ai lavoratori che avrebbero perso il proprio impiego, ma poi sennò la penso come Grillo».
Sempre a Bologna litigarono Favia e il capogruppo al comune Massimo Bugani sui rimborsi elettorali. Quest’ultimo attaccò lui e Defranceschi per la rinuncia di una parte dello stipendio promesso alle elezioni, che invece poi finisce su un altro conto corrente intestato agli stessi consiglieri. «Secondo me è necessario e prioritario che quei soldi non restino sul conto corrente degli eletti», disse. «Un modo per liberarsi di soldi che, restando lì, rischiano di creare dei problemi prima di tutto a loro, che li gestiscono in buona fede». Ancora Bugani parlò dei conti del gruppo regionale, definendoli «poco chiari». E qui va aperta una
parentesi. Perché dal rendiconto 2011 della regione Emilia-Romagna relativo ai gruppi consiliari si legge che il M5S ha incassato un contributo regionale di circa 203 mila euro (oltre 50 mila in più di Sinistra ecologia e libertà, quasi altrettanti della Federazione della sinistra e quasi il doppio dell’Udc). Guardando alle spese per il «personale del gruppo» il M5S ha incassato 130 mila euro esatti, più del doppio del Pdl, poco meno del doppio di Sel, mentre la Fds spese poco meno di 20 mila euro e zero l’Udc. Osservando le uscite dei gruppi consiliari, il M5S spende per «consulenze» 28 mila euro (il Pdl meno di 10 mila, Udc e Fds spendono zero e Sel circa 22 mila). Se esaminiamo i «rimborsi spese dei consiglieri» troviamo che il M5S ha speso 10.892 euro (media di circa 5.400 euro a consigliere), l’Idv ne ha spesi 7 mila (con tre consiglieri), l’Udc 7.962 euro (un solo consigliere). Per il «personale» il M5S spende circa 89 mila euro, l’Udc 57 mila e il Pdl 77 mila. Nel capitolo «spese varie» il M5S invece è addirittura il gruppo che spende di più in proporzione ai consiglieri del gruppo: oltre 8 mila euro (il Pd, gruppo di maggioranza, 13 mila; Sel poco più di 2 mila; il Pdl meno di 2 mila; Idv 1.500; l’Udc meno di 30 euro; Lega Nord e Fds zero). Insomma, per un movimento che contro i costi della politica ha imbastito una battaglia di prim’ordine, una performance pratica decisamente «anomala»?
Tornando indietro di un paio d’anni, in Emilia fece un gran baccano la gentile «defenestrazione» di Sandra Poppi: il bolognese Favia era stato candidato sia a Bologna che a Modena. Scattarono, visti i buoni risultati della lista, due seggi. Così Favia s’è trovato di fronte alla scelta di optare per uno dei due «collegi». Scelse quello di Modena, e così in consiglio entrò Defranceschi – che di Favia è molto amico e che aveva ricevuto meno preferenze della Poppi ed era anche lui bolognese. «Accordi scritti non ce n’erano», spiega oggi la Poppi, «ma a voce Favia ci aveva garantito una nostra rappresentanza. Quaranta persone chiuse in una stanza scelsero Defranceschi. A Modena votarono me e il M5S per nulla…».
In Piemonte sono ai ferri corti i due consiglieri regionali Bono e Fabrizio Biolè, quest’ultimo colpevole di aver sottoscritto la reversibilità del vitalizio (a cui, secondo le regole del M5S, avrebbe dovuto rinunciare) alla moglie. Su Facebook si giustificò così: «È stato un mero errore formale di sottoscrizione». Peccato che Bono lo demolì in un forum su internet con queste parole: «Il fatto è che siamo un po’ ipocriti. Biolè si sta cagando sotto di non essere riconfermato, in quanto col suo comportamento ha fatto incazzare mezza regione, almeno quella informata. Assegnando alla moglie il vitalizio, non facendo quello che gli è stato chiesto nella famosa riunione in cui cuneesi dissero che eravamo noiosi in cui si chiedeva di pubblicare online la sua busta paga e di formalizzare tutto con un documento contratto con gli elettori, prediligendo l’attività di passerella a quella legislativa. Il fatto è che si vedono pochi segnali di volontà di cambiamento e invece di volersi mettere in gioco e cercare di rimediare ci si trincera dietro muri di omertà». Anche Vittorio Bertola, capogruppo consiliare a Torino, ha avuto uno screzio pubblico con Bono. Stavolta figlio di due diverse visioni politiche, una più liberista (Bertola) e l’altra più attenta al sociale (Bono). Il primo infatti lo scorso settembre criticò pubblicamente la partecipazione personale del consigliere regionale allo sciopero generale della Cgil. E Bono rispose: «Non accetto il troppo facile populismo di alcuni per cui tutti i sindacati fanno i loro porci comodi per accumulare più potere».
In Liguria, invece, nel mirino c’è finito Mauro Muscarà, primo degli eletti a Genova (5 consiglieri in tutto) e «colpevole» di essere già consigliere comunale a Vobbia. Bono: «Muscarà si è dimesso o no? Perché comunque eticamente non è corretto. In ogni caso abbiamo ricevuto il problema e segnalato allo staff. Nel caso, chiederemo che lasci il posto al successivo». Lo stesso Putti, dopo un ottimo 13,9 per cento (ballottaggio sfiorato con Marco Doria), ha dovuto giustificarsi per un passato di militanza nei Verdi, con i quali aveva lavorato come consulente al gruppo consiliare genovese; e poi per non essere un «grillino» della prima ora. Da lì il suo sfogo: «Come era prevedibile è sorta tanta invidia, c’è sempre qualcuno che pensa di essere più degno e più bravo di te. Ma io al gioco al massacro non ci sto. Non ho chiesto io di essere candidato, me lo hanno chiesto. Ci metto un secondo a fare un passo indietro, a tornare a casa. Avanti un altro, specie se è più bravo».
Per finire, dopo la vittoria a Parma e un giorno prima del «caso Tavolazzi» Pizzarotti se n’era uscito con una frase indicativa di quel che comunque bolle dentro il M5S: «Qui abbiamo vinto noi, non Grillo». Apriti cielo, il blog del comico è diventato un’arena, con relativo «processo» al neosindaco: «Non hai vinto da solo, basta con i protagonismi».
Quale programma?
Niente a che vedere col farraginoso librone dell’Unione (anno 2006, 274 pagine), ma delineare un’idea dell’Italia in 12 pagine è oggettivamente un po’ poco: il «non programma» del M5S presenta numerose lacune. Ad esempio, nel campo «economia», si leggono i seguenti punti: «Favorire le produzioni locali»; o anche «Disincentivi alle aziende che generano un danno sociale». Oppure, sotto la voce «Istruzione», «Investimenti nella ricerca universitaria». Insomma, pensierini. Frasi di facile assimilazione, sulle quali non essere d’accordo è arduo. Ma che lasciano nel mistero più totale circa le modalità e le misure, i parametri, le linee d’azione concrete per raggiungere tali obiettivi. Così, su molti temi nel programma nulla si dice.
Quali posizioni ha il MoVimento circa l’immigrazione? E sui diritti civili? E sui rapporti con la Chiesa? E sulla politica estera? Silenzio totale o quasi, a parte qualche roboante esternazione pubblica di Beppe Grillo. Tipo quando (tema lavoro) attaccò la Fiom Cgil – uno degli ultimi baluardi rimasti in questi anni a combattere contro la filosofia Marchionne imperante – mettendo in fila una lunga sequela di luoghi comuni, fedele al confortevole registro sono-tutti-uguali: «Sono per la solidarietà agli operai di piazza San Giovanni, non a coloro che erano sul palco, non ai sindacalisti con le mani morbide e un posto che li aspetta in parlamento, non ai rappresentanti dei partiti con gli stipendi più alti d’Europa pagati dai lavoratori. Sono per la solidarietà agli operai di piazza San Giovanni, presi per i fondelli una volta di più da coloro che li hanno venduti, ad applaudire persone benestanti grazie alle loro tasse» e così via.
«È ancora una bozza, dobbiamo sviluppare molti temi. Allo stesso tempo non vogliamo spaccarci, c’è spazio per delle posizioni personali», spiega Bono. Sì, ma poi alla fin fine bisogna votare… «Beh, sì. Come sempre sarà la rete a decidere». E se «la rete» decide per una questione con la quale non sei d’accordo, ad esempio in tema di immigra
zione? «Dipende. Se posso continuare ad avere il mio spazio», risponde Putti, stavolta, «allora bene. Altrimenti posso sempre lasciare il mio posto nelle istituzioni a qualcun altro». Lo slogan «né di destra né di sinistra» non aiuta a fare chiarezza. Nel dubbio, però, l’unico interesse che conta è quello del MoVimento: «Ho in mente le parole di Favia, nel 2008: “Speriamo che a Bologna vinca Cazzola, così c’è più visibilità per noi”. Per me, che comunque sono di sinistra, un ragionamento inconcepibile», ricorda Valerio D’Alessio, uno dei primi eletti del M5S a Bologna che poi passò con l’Idv.
«Pescano consensi grazie ai facili argomenti: ambiente e no al nucleare, la casta. Poi quando presentai un documento sulla riforma Gelmini redatto con altri due del MoVimento ce lo ostacolarono in ogni modo. Lì dentro c’è di tutto: ex falliti di sinistra, liberali all’italiana, post-fascisti», racconta Felice, un «fuoriuscito» – si definisce così. E Davide, un attivista di Bologna, è sincero: «Non tocchiamo certi punti volutamente, specie quelli che tendono a dividere. C’è la voglia e a tratti la necessità di capire la nostra identità, perché al momento non siamo né carne né pesce».
Le parole di Grillo sullo ius soli, ma anche sulla mafia, sono andate di traverso a molti. Sul primo punto spiegò che «la cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è priva di senso». Secondo alcuni, una neanche troppo velata occhiata d’intesa all’elettorato leghista. «Ma no, è stato strumentalizzato», dice Defranceschi. «Non sono d’accordo e lo dissi subito», commenta Putti. «Voleva dire un’altra cosa», secondo Bono. «Dopotutto bisogna anche capire la paura del diverso che qualcuno può provare. Capirla per combatterla, eh…», ancora Putti: difficile, insomma, trovare commenti chiari all’interno dello stesso M5S. Però Favia dopo quelle parole si era affrettato a spiegare che il suo gruppo aveva votato «sì» al famoso ordine del giorno a favore della cittadinanza ai bimbi nati in Italia. Mentre sulla mafia (a Palermo Grillo spiegò che il crimine organizzato «non strangola ma i partiti sì»), a parte i soliti «ma lo avete strumentalizzato!» c’è chi, come fa l’emiliano Davide Zannoni, a denti stretti ammette: «Vabbè, sì, ha detto una cagata…».
Sulla laicità il livello di discussione è abbastanza avanzato, nel senso che praticamente tutti i «grillini» eletti sono a favore delle coppie di fatto e/o dei matrimoni gay, così come del testamento biologico. Ma si attende ancora la stesura di un programma per le elezioni del 2013. «Abbiamo bisogno di collaborazioni di esperti, ad esempio io non ci sto al farsi sottomettere dallo strapotere della finanza», dice Putti. Un po’ come Grillo che ipotizza un’uscita «soft» dall’euro. Ma siamo al pourparler. «Siamo un po’ in ritardo col programma nazionale, e dovremo avvalerci del contributo degli esperti», evidenzia (pure lui) Defranceschi. Ma non è che il programma verrà improvvisamente calato dall’alto, pubblicato da un giorno all’altro sul sito di Beppe Grillo? «No no, impossibile. La parola verrà data ai nostri iscritti in rete», promette Bono.
Il MoVimento e l’azienda
«Il M5S non è la playstation di Casaleggio», denuncia Tavolazzi. È che dopo vent’anni di berlusconismo, di un partito nato come diretta emanazione di Publitalia, di ministri scelti in base alle esigenze di Mediaset, il rischio è di ripetersi. Cambiano gli attori, non le dinamiche. Il ruolo della Casaleggio Associati dentro il M5S non si ferma alla legittima strategia di marketing: l’azienda ha invece un ruolo politico attivo e predominante. Svolge un ruolo di formazione e reclutamento, il quartier generale si trasforma in una moderna scuola quadri e direzione politica contemporaneamente. «Per esempio alla Casaleggio non sono gradite le candidature di chi ha meno di 40 anni. Ma cosa c’è di politico in tutto questo?», ragiona D’Alessio.
«Dentro il M5S siamo in tanti a denunciare questa presenza un po’ ingombrante della Casaleggio. A loro la parola “assemblea”, ad esempio, non piace. E non capisco dove vogliano arrivare. Ma ribadisco», ci tiene a precisarlo, Tavolazzi, «non è una cosa che riguarda Beppe. Beppe dovrebbe solo aprire un po’ gli occhi». Se ne sono accorti anche i corrispettivi «grillini» in Germania, i cosiddetti Pirati. Anche loro stanno macinando voti e vittorie. «Beppe Grillo mi è sempre piaciuto. Ma», diceva Carlo Von LynX al Fatto Quotidiano, «ha imposto al M5S uno statuto che lo rende capo di tutto: è un leader politico anche se dice di non esserlo. Lui e la sua ditta detengono il “copyright” del logo e del nome del movimento, possono espellere singoli, o gruppi di persone, quando gli pare. In questo modo il suo non è un movimento sufficientemente democratico: se Grillo mollasse l’osso e permettesse al MoVimento di diventare un movimento orizzontale; se cedesse il potere a una tecnologia come il LiquidFeedback, allora potrebbe essere assimilabile a noi».
Simonetta Monti è stata la candidata sindaco di Roma quando il M5S ancora non c’era, ma nascevano qua e là liste del tipo «Amici di Beppe Grillo». «Attorno a lui c’è solo lo staff della Casaleggio. Anche noi candidati sindaci alla fine dovevamo rapportarci o direttamente con lui o con loro. E non sono mancati gli attriti per questioni politiche, che col marketing non avevano nulla a che fare». Gli eletti del M5S, almeno ufficialmente, negano tutti se provi a chiedere di «interferenze» della Casaleggio a livello politico. Ufficialmente, appunto. Tra le righe, però, nelle dichiarazioni pubbliche dei varie Favia, Bono, Defranceschi eccetera si sentono e si leggono i continui riferimenti a Grillo «e al suo staff». Appunto, lo «staff», la Casaleggio.
E poi ci sono i fatti: perché ad esempio Pizzarotti, una volta eletto sindaco, telefonò a Casaleggio per informarlo della scelta di Tavolazzi? Per quale motivo un sindaco appena eletto dovrebbe mettere al corrente il titolare di un’azienda di marketing di una decisione politico-amministrativa che spetta solo a lui?
A chi ha posto queste domande nel corso degli ultimi mesi e degli ultimi giorni, Gianroberto Casaleggio ha deciso di rispondere a modo suo, inviando una lettera al Corriere della Sera pubblicata lo scorso 30 maggio. «Sono in sostanza cofondatore di questo movimento insieme a lui. Con Beppe Grillo ho scritto il “non Statuto”, pietra angolare del MoVimento 5 Stelle prima che questo nascesse», ha ammesso. Per poi aggiungere: «Non sono mai entrato nell’ambito dei programmi delle liste, né ho mai imposto alcunché. A chi mi ha chiesto un consiglio l’ho sempre dato, ma in questo non ci trovo nulla di oscuro».
Alcuni meccanismi interni al MoVimento, molto spesso, rischiano di somigliare più a quelli di un gruppo «settario» che a quelli del libero associazionismo normale per un partito. Perché, raccogliendo le numerose testimonianze di ex «grillini», i processi sono spesso questi:
1) il militante-«adepto» aderisce a segui
to della cocente delusione derivata da esperienze politiche negative (Silvio, 42enne originario di Mola di Bari: «Ero e sono rimasto un deluso di sinistra. Ma lì in generale è un ricettacolo di delusi…»);
2) il nuovo militante viene accolto con entusiasmo nel gruppo, anzi nel meetup (Felice, architetto e insegnante che vive e lavora a Bologna: «I primi meetup erano un’esperienza nuova, elettrizzante. Lo spirito dei V-day era genuino, spontaneo»);
3) la personalità carismatica e magnetica del leader, in questo caso Beppe Grillo, viene quasi idolatrata (Alessandro, 33 anni, bancario di una filiale Unicredit di Livorno: «Fate caso alla linea generale di ogni discussione circa le sparate più o meno incredibili di Grillo: “Se ha detto così ci sarà un motivo”, oppure “voleva dire un’altra cosa”. La critica diretta non è contemplata, e il fine giustifica sempre ogni mezzo, vedi le espulsioni indiscriminate»);
4) i rapporti tra il gruppo e gli altri partiti sono praticamente avversati: il bene di qua, il male di là. Tutto bianco o tutto nero. Semplificazione assoluta. Il male, loro, i partiti, tutti quanti. Il bene, noi, che quasi messianicamente spazzeremo via la cattiva politica (Valerio D’Alessio: «Se poi al loro interno ti appiccicano addosso l’etichetta “infiltrato dei partiti” sei politicamente finito»; Giulio, 36 anni, militante di Sinistra critica a Roma: «Facemmo una grande e bella battaglia referendaria per l’acqua. Una cosa unitaria, una delle poche, a sinistra, era appunto il comitato per l’acqua pubblica. Solo quelli del M5S stavano ai margini: passavano, prendevano il materiale e stop, non sia mai corressero il rischio di mischiarsi con noi…»);
5) chi non rispetta i dettami del capo si pone automaticamente fuori dal gruppo. E quindi il dissenso, se c’è, è espresso a bassa voce;
6) chi, nuovamente deluso, prende e se ne va, non di rado viene investito di insulti e messo in cattiva luce: «traditore», «dissociato», «infiltrato dei partiti». Un rinnegato, insomma. Che abbandona i propri compagni di «fede» (Monica, maestra delle elementari a Bologna: «Sono settari, e possono esserlo grazie a una forma di analfabetismo politico e culturale fomentato dalla figura carismatica di Grillo. Quando me ne andai, denunciando pubblicamente queste cose, venni insultata pesantemente attraverso più mezzi. Su internet soprattutto. Ne ho querelati diversi e il magistrato ha aperto un’istruttoria»).
Assalto alla diligenza
Il marchio «Beppe Grillo» al momento è una garanzia di successo, elettoralmente parlando. Se i sondaggi venissero confermati, con l’attuale legge elettorale l’anno prossimo – secondo alcune simulazioni – potrebbero sbarcare 60-70 deputati e 20-30 senatori a 5 Stelle. Forse anche di più, vista la crescita esponenziale dei sondaggi. Il pericolo è che il MoVimento, che al momento conta 4 consiglieri regionali e un sindaco di grande città, imbarchi vecchie cariatidi della politica tanto avversata, che magari si sono fatte un vernissage dell’ultima ora. «Sono contento di parlarne, è una questione a cui tengo. Sono già avvenuti fatti simili. Però fino ad oggi il M5S è sempre riuscito, in autonomia, a svelare chi aveva cattive intenzioni. La strada è dare più potere alla rappresentanza, e meno ai rappresentanti», sottolinea Putti. «Faremo le primarie online. Non c’è un metodo perfetto, ma è più trasparente il web che un’assemblea», dice Bono. «Io ho sempre preferito le primarie fatte in carne e ossa, le identità virtuali non mi hanno mai convinto troppo», dice però Putti. «Il rischio di “infiltrazione” c’è, è evidente. Soprattutto al Sud. Dobbiamo sbrigarci a fare la nostra rivoluzione, prima che il sistema ci mangi», ragiona un altro militante. «Anche Forza Italia prese una montagna di voti ed elesse Marcello Dell’Utri, e anche il Pd ha portato in parlamento gente come Enzo Carra. È quasi fisiologico imbarcare qualcuno che se ne approfitta. Ma vigileremo, la rete in questo è formidabile», spiega Defranceschi. E se si faranno le primarie online, chi ne controllerà il corretto funzionamento? «Lo staff», dice ancora il consigliere emiliano. Casaleggio insomma.
Al Nord pezzi di Lega si stanno già avvicinando ai 5 Stelle. Come, ad esempio, ha fatto la vicentina Franca Equizi. Settimane fa qualcuno – ipotesi smentita – aveva tirato fuori addirittura il nome di Rosy Mauro. «Simili infiltrazioni di riciclati della politica nel MoVimento 5 Stelle stanno avvenendo in tutta Italia. Ma non durano a lungo perché il movimento, i suoi princìpi e le sue regole restano oscuri per questi vecchi protagonisti della politica», scrivono i «grillini» del Veneto in un post dal titolo decisamente chiaro: «I trombati della Lega all’assalto delle 5 Stelle».
Al Sud il risultato medio del M5S alle ultime amministrative si è fermato al 3,6 per cento, eppure un sondaggio di Ipr Marketing dice che nel Meridione il M5S al momento prenderebbe il 23,1 per cento: i «grillini» insomma potrebbero far gola ai soliti noti. In vista delle elezioni politiche c’è chi potrebbe pensare a gonfiare i tesseramenti. Che si fanno rigorosamente online. «Peccato che», a parlare è Christian Abbondanza della Casa della legalità di Genova, uno abituato a fare le pulci a destra e a manca, «basta un semplice programma di Linux per creare da un solo pc ben 199 IP: vale a dire, uno da solo può farsi in casa 200 tessere, 200 teste che eventualmente possono spostare voti interni a un candidato piuttosto che a un altro». «Per iscriversi serve anche una copia del documento d’identità», ribatte Defranceschi.
Intanto si sono già verificate le prime «furbate» da vecchi marpioni democristiani, come il candidato sindaco di Palermo Riccardo Nuti che all’ultimo minuto si è fatto soprannominare «Grillo» sulla scheda elettorale, e così ha fatto il pieno di preferenze.
Si prospetta da più parti, quindi, un grande pericolo: l’imbarcata indiscriminata, un’operazione di riciclaggio politico sotto la bandiera del «repulisti grillino». «È interessante notare come anche i meetup non siano esenti da rischi connessi all’ipertrofia da tesseramento (una malattia largamente diffusa nelle regioni meridionali), dal momento che a Napoli il rapporto tra numero di iscritti e voti alle comunali 2011 è stato del 57,5 per cento, contro i più fisiologici 10,2 per cento di Bologna, 8,7 per cento di Milano e 6,6 per cento di Torino», ha scritto Federico Fornaro sulla rivista il Mulino. Basteranno le proprietà taumaturgiche della rete assieme al nome tutelare del «caro leader» a non inquinare il MoVimento?
(7 settembre 2012)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.