L’America isolata

Marcello De Cecco

, da Affari & Finanza di Repubblica, 1 novembre 2010

Forse il solo vincitore della battaglia che si è giocata in Corea nella "guerra delle monete" è stato Strauss Kahn, che da qualche anno è a capo del Fondo Monetario Iinternazionale. Giunto a Washington quando il Fondo era vicino al Nadir, quanto a influenza e prestigio, e si parlava apertamente di rimaneggiarne radicalmente il personale e la dotazione finanziaria, ha avuto la capacità di sfruttare abilmente il dissesto del sistema finanziario internazionale iniziato nell’estate del 2007 e ancora tutt’altro che risolto.

Dotatosi del miglior macroeconomista di scuola keynesiana (versione MIT) disponibile, Olivier Blanchard, per guidare l’Ufficio Studi del Fondo, Strauss Kahn ha cominciato a emettere studi e comunicati che ribaltavano la tradizione pietista della sua istituzione, andando con franchezza contro coloro che, seguendo le regole dell’austerità, pretendevano di risolvere la crisi finanziaria drasticamente, adattando l’offerta di beni e servizi alla ridotta domanda conseguente allo sgonfiamento del mercato dei mutui personali e immobiliari, in paesi come Stati Uniti Regno Unito, Spagna, Irlanda e via elencando.
Strauss Kahn ha subito preso posizione a favore dei paesi emergenti, i cosiddetti BRIC, nella annosa diatriba relativa alla governance del Fondo.

In Corea, con l’appoggio dichiarato del presidente Lee Myunkbak, che ha minacciato di chiudere gli aeroporti coreani impedendo ai rappresentanti dei venti maggiori paesi di ripartire se prima non si fossero messi d’accordo, ha suggerito e ottenuto una soluzione che finalmente redistribuisce le quote del Fondo a favore dei BRIC, potendo contare, da autorevole statista europeo, sul sostegno della Francia e della Germania e sulla rassegnata condiscendenza degli altri europei e di paesi come l’Arabia Saudita, che si sono resi conto della fine di un regime di privilegio durato un cinquantennio e si sono ritirati su posizioni più arretrate, ma meglio difendibili.

Analogamente, il vero perdente della riunione di Seul è stato il segretario del Tesoro americano, Tim Geithner. Questi si era fatto precedere da una lettera ai suoi colleghi degli altri paesi, nella quale fissava, non si sa bene come, il limite agli squilibri dei pagamenti di ciascun paese al 4 per cento del PIL, nulla tuttavia scrivendo sulla responsabilità americana di contribuire in modo decisivo all’intero squilibrio finanziario e commerciale mondiale con dieci anni di enorme espansione monetaria.

La proposta di Geithner ha ottenuto il notevole risultato di indurre alla sollevazione sia i paesi in deficit che quelli in surplus, e inoltre parecchi esponenti di centri di potere americani. Questi ultimi, in particolare, hanno rimproverato Geithner per non aver premuto per una maggiore apertura del settore finanziario e dei servizi cinese alla concorrenza internazionale. E di insistere invece nella politica di espansione monetaria nel suo paese tramite l’aumento radicale del deficit pubblico.
Questa opinione ha trovato consensi sia nei rappresentanti cinesi che in quelli tedeschi, cosicché il povero Geithner, attaccato dall’interno e dall’estero, ha dovuto ripiegare con perdite da quella che probabilmente sarà l’ultima battaglia internazionale che gli sarà permesso di combattere, prima che il presidente Obama lo congedi.

Al termine degli incontri coreani, dunque, si può al massimo intravedere una relativa distensione, indotta specialmente dall’abilità del professor Strauss Kahn, nella guerra dei cambi tra i principali paesi. Chiaramente, il fronte che il governo americano aveva sperato di costruire con gli europei contro la Cina, costringendola ad una sorta di "scarce currency clause", presente ma mai applicata negli accordi di Bretton Woods, si è sgretolato di fronte alla palese intenzione di parecchi paesi europei, tra i quali il nostro, di aumentare le proprie esportazioni in Cina e di attrarre grandi capitali cinesi verso l’Europa.

La recente visita di Wen Jabao, con le sue esplicite offerte di comprare titoli di Stato greci e fabbriche in tutti i paesi europei, invitando ognuno a far crescere le proprie esportazioni in Cina, sembra aver sortito il proprio effetto nel dividere il campo occidentale, mentre nei confronti del Giappone gli astuti cinesi alternano una politica di bastone e carota, sfruttando la grande e tradizionale ostilità nei confronti del Giappone di paesi che hanno conosciuto in passato il tallone della dominazione nipponica, militare o solo commerciale.

Ma la ridefinizione della goverance del Fondo Monetario ha anche assopito per il momento le velleità di altri importanti BRIC, come l’India, sempre preoccupata della sua posizione relativa nei confronti della Cina, della Russia e del Brasile, tradizionalmente gelosi degli Stati Uniti e, per quanto riguarda i russi, preoccupati anche dalla avanzata cinese in Asia e in Africa.

Nella imminenza delle elezioni americane del 2 novembre, non si poteva immaginare che i rappresentanti dei governi presenti in Corea lo scorso week end potessero impegnarsi in soluzioni più radicali, anche se Geithner e i suoi colleghi statunitensi lo avrebbero sperato. Ma forse nemmeno da parte loro si voleva far di più che trovare un foro di grande risonanza per mostrare agli elettori americani che l’Amministrazione Obama veglia sui loro interessi. Non ci sono riusciti, e questo è un segno dell’esaurirsi del capitale di simpatia e fiducia che Obama aveva accumulato all’estero coi suoi ispirati discorsi.

Ora vedremo come reagiranno i mercati al verdetto delle urne. Se Obama seguirà il destino di Clinton, una sconfitta elettorale di metà mandato lo indurrà a spostarsi a destra. Ma Clinton aveva veramente cominciato con un programma di sinistra, come spiega bene una serie di libri dei suoi collaboratori di allora, come Joe Stiglitz. Obama invece ha sempre adottato una politica dettata dalle necessità degli ambienti finanziari. Forse non è irragionevole attendersi che possa, al contrario di Clinton, convincersi che i suoi avversari repubblicani sono talmente radicati su posizioni di populismo reazionario da potere essere messi in minoranza da una decisa politica di redistribuzione del reddito e della ricchezza verso coloro che hanno perso nella lotta redistributiva dell’ultimo ventennio. A meno che, naturalmente, come d’incanto l’economia americana ricominci a creare posti di lavoro, permettendo così ai democratici di planare senza bisogno di decisioni radicali verso le elezioni del 2012.

(2 novembre 2010)

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