L’anima neoliberista dell’Unione europea
Felice Roberto Pizzuti
Quella che viene definita come la crisi dell’euro sta evidenziando le difficoltà di un’area economica che di unitario ha solo la moneta e la politica monetaria. L’approccio neoliberista all’unificazione europea l’ha privata di quelle politiche comuni la cui assenza rende ancora più dirompenti gli effetti della crisi.
, il manifesto, 7 dicembre 2010
La crisi globale nasce da cause strutturali che in Europa non sono più accentuate, ma generano effetti più eclatanti perché si combinano con le problematiche del processo unitario. La costruzione della Ue è stata guidata da una visione che considera le istituzioni un ostacolo al dispiegarsi dei mercati. Particolarmente contraddittoria è la pretesa di estendere il modello economico tedesco a un intero continente che diventerebbe la maggiore economia mondiale.
I tanto criticati squilibri economici internazionali già esistenti sarebbero aggravati e così pure le cause della crisi.
La crisi irlandese mostra che i problemi per l’euro e la Ue non derivano dall’indisciplina del bilancio pubblico (nel 2007 il debito pubblico irlandese era solo del 12%) ma dal settore privato, in particolare da quello finanziario. È dunque paradossale un nuovo Patto di stabilità che chiede maggior rigore ai bilanci pubblici senza che mai sia stato richiesto rigore e previste sanzioni per i comportamenti scorretti degli operatori privati (per compensare i quali si è chiesto l’intervento pubblico); l’esito non potrà che essere controproducente riducendo ulteriormente l’occupazione. D’altra parte, dare aiuti all’Irlanda senza che in quel paese vengano equiparate le aliquote d’imposta sui profitti al livello della Ue significa chiedere agli altri paesi europei di sostenere la concorrenza sleale irlandese fondata sul dumping fiscale.
In realtà, quella che viene definita come la crisi dell’euro sta evidenziando la difficoltà di creare un unico sistema economico che, tuttavia, di unitario ha solo la moneta e la politica monetaria e non anche le dinamiche strutturali e la politica di bilancio.
La creazione della moneta unica, e la conseguente abolizione degli aggiustamenti valutari, richiedeva che fosse accompagnata dalla convergenza delle economie; ma lungo questa direzione si è fatto veramente poco. Anzi, l’allargamento della Ue a sistemi economici molto disomogenei senza disporre degli strumenti per favorirne la convergenza hanno reso il progetto europeo più difficile. L’impossibilità di aggiustare le perduranti e crescenti differenze strutturali tra i sistemi economici nazionali aderenti alla Ue allargata mediante variazioni dei tassi di cambio impone che l’aggiustamento avvenga riducendo i prezzi e/o i redditi dei paesi con disavanzi con l’estero. Ma questo tipo di aggiustamento è più «doloroso» e genera spinte deflazionistiche, con effetti negativi che si estendono anche ai paesi non in difficoltà.
La deflazione amplifica i debiti, a cominciare da quelli dei privati e delle banche; per evitare che queste ultime falliscano, intervengono i governi che, in tal modo, appesantiscono i bilanci pubblici. Se si vuole mantenere la moneta unica è necessario che la Bce finanzi i debiti nazionali; cosa che – peraltro – ha già iniziato a fare (ma, presumibilmente, solo fino a quando le esigenze pre-elettorali in Germania non imporranno maggior «rigore»). Ma per uscire dalla crisi non si possono ignorare le sue motivazioni strutturali di carattere globale; tuttavia, l’ostacolo maggiore nella resistenza a riconoscere la profondità e la natura reale (non solo finanziaria) delle sue cause. Riluttanza alimentata dal prevalere di interessi materiali, di teorie economico-politiche e di un senso comune nell’opinione pubblica che hanno caratterizzato gli ultimi tre decenni. D’altra parte, come diceva Keynes, il problema non sta tanto nell’affermazione delle nuove idee quanto nel liberarsi dalle vecchie.
Per uscire in modo progressivo dalla crisi è necessario rilanciare la crescita, ma tenendo conto dei suoi aspetti qualitativi: cosa e come si produce e si consuma; come si distribuiscono e si impiegano i suoi frutti. A tal fine, occorre sostenere non solo le condizioni d’offerta, ma anche quelle della domanda mediante un miglioramento della distribuzione del reddito; occorre che il mercato sia integrato e regolato dall’intervento pubblico e, in particolare, dalle politiche sociali necessarie a contrastarne l’instabilità. In Europa, queste politiche sarebbero molto facilitate sostituendo le competizioni nazionali (o nazionalistiche) con un approccio unitario fondato sulla presa d’atto che il modello d’accumulazione degli ultimi trent’anni va sostituito.
(7 dicembre 2010)
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