L’antica ricetta delle minne di sant’Agata
"Il conto delle minne" di Giuseppina Torregrossa, Mondadori
recensione di Cinzia Sciuto
L’immagine di copertina non poteva essere più azzeccata: due piccole cassatine, dal sapore inconfondibilmente siciliano, seducenti e invitanti come due giovani seni. E poi il titolo: schietto, senza eufemismi, senza allusioni e con un ricorso al dialetto che rende tutto molto più materiale, più immediato: Il conto delle minne. Una copertina che in libreria attrae e allo stesso tempo imbarazza, un effetto simile a quello provocato da I monologhi della vagina di Eve Ensler. «Sarà un romanzo erotico?», viene da chiedersi, e la perbenista che si annida anche nella più emancipata di noi fa capolino, facendoci afferrare il libro dallo scaffale con scatto felino per nasconderlo tra altri titoli più ‘presentabili’. Quello di Giuseppina Torregrossa è invece un raffinato affresco femminile, che racconta il mondo delle donne (e di riflesso quello degli uomini che troppo spesso determinano la vita di queste donne) attraversando quattro generazioni, dalla bisnonna alla piccola Agatina, attraverso i cui occhi di bambina prima e di giovane donna poi ci affacciamo in questo caleidoscopico universo femminile siciliano. Con le minne protagoniste indiscusse. Minne grandi, morbide e amate. Minne rinsecchite, aride e trascurate. Minne ‘ammalorate’, minne ‘spaiate’. Minne protettrici, come le ‘minne di Sant’Agata’, i dolci che ogni 5 di febbraio si preparano in onore della santa patrona di Catania. Un romanzo scritto in una lingua elegante e vivace, arricchita dal frequente ricorso al dialetto, perché ci sono delle cose che solo in dialetto rendono il loro senso più pregnante (come si fa a rendere in italiano il significato, il tono, la sfumatura di babasunazza o la consistenza della pasta delle cassatine che deve essere sfincitusa?). Agatina cresce con nelle orecchie le massime della nonna, che la mettono in guardia dagli uomini («Agli uomini meno ci fai sapere meglio te la passi») e la avvertono di non dimenticare l’omaggio alla santa protettrice («Agatì, falle bene quelle cassatelle, nzà ma’ la Santuzza si offende» e poi la raccomandazione «Agatì, paro: non sparigliare mai!»). Consigli che non basteranno però alla piccola Agata – ormai diventata donna – a evitare che anche la sua vita venga irrimediabilmente determinata dall’arbitrio di un uomo ed eternamente segnata dalla malattia, con quel cratere sul petto al posto di una minna. Agata ci ha provato. Sfidando la madre («figghia fimmina, nuttata persa», «sempre fimmina rimani… devi fare famiglia», si lamenta quest’ultima quando Agata le comunica che vuole diventare medico), va a studiare fuori e diventa ginecologa. Ma il desiderio di tornare a Palermo è irresistibile (nonostante gli avvertimenti della nonna: «Questa è una terra da cui si può solo provenire») e Agata sperimenterà sulla propria pelle che la Sicilia è l’isola in cui «i desideri delle donne non contano niente, mentre quello che vogliono gli uomini diventa destino».
Sarà un’altra donna – amica, amante – che aiuterà Agata a riprendere in mano la propria vita. Di nuovo lontana dalla Sicilia, finalmente ritrova l’antica ricetta delle minne di sant’Agata che le aveva lasciato la nonna e ricomincia a prepararle con cura e amore, insieme al figlio.
(21 luglio 2009)
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