L’Avvenire, il parroco e la bambina
Ilaria Donatio
Un altro sacerdote di provincia accusato di molestie sessuali ai danni di una minorenne che lo assisteva nel dire Messa, e l’Avvenire predica contro la Procura, per aver emesso l’ordinanza di custodia cautelare. Le argomentazioni scelte per commentare l’arresto di don Luciano Massaferro, parroco di Alassio in provincia di Savona, sono ospitate nella pagina curata dall’Ufficio diocesano delle comunicazioni sociali, domenica scorsa.
L’articolo – “In preghiera per i sacerdoti con i deboli, senza timori” – è sorprendente: “Tre elementi oggettivi restano fissati, ad oggi, nel cuore e nella mente. Prima di tutto l’arresto di un sacerdote, che sembra essere condannato di un reato infamante, prima ancora che le indagini siano terminate”. Non si comprende, intanto, a quale genere di condanna faccia riferimento il primo elemento che il pezzo definisce “oggettivo”: non a quella giudiziaria, dal momento che la giustizia deve fare il suo corso e le indagini sono state appena avviate; naturalmente, non a quella divina (ché, in questo caso e a occhio, sarebbe un’assoluzione piena, sulla fiducia!).
L’impressione è che il quotidiano cattolico abbia di mira il rumore (e il clamore) che, com’è ovvio, questo caso ha sollevato. Infatti, leggiamo: “Sulle locandine alle edicole, sui quotidiani nazionali e locali, sui siti internet e social network più diffusi sono scorsi, in questi giorni, titoli strillati a mò di sentenze con rito accelerato”.
Ma cosa pretenderebbe il giornale dei vescovi, che solo l’ipotesi di un reato tanto infamante non faccia scalpore, non provochi scandalo e indignazione, non abbia lo stesso potenziale di una bomba ad orologeria, destinata, prima o poi, a esplodere? Come avrebbero dovuto comportarsi i magistrati, in presenza di una perizia psicologica del Gaslini (che ha confermato l’attendibilità del racconto della giovanissima)?
La Procura non ha mandato alla gogna il parroco, ne ha solo deciso l’arresto, per ragioni che risultano comprensibilissime e tutte tese alla protezione della piccola. E arriviamo alla questione centrale, che è il “secondo elemento oggettivo”: “In secondo luogo, siamo stati bombardati da più parti, con la testimonianza di una minore, che sembrerebbe provenire da un contesto familiare noto e difficile, nel quale spesso, a detta di parecchi esperti della psichiatria infantile, ci si potrebbe convincere che sia vera una pura fantasia”.
L’intervento diocesano parla di persone deboli, anime che i ministri cattolici, da buoni “pastori”, sarebbero impegnati ad accompagnare. Ed è proprio in ragione di questo mandato morale, che invita a pregare (non per i deboli) ma proprio per quei sacerdoti tanto prossimi a loro. Non una parola di carità, di speranza, di comprensione, di apertura nei confronti dell’unico soggetto realmente debole di questa storia: la giovane chierichetta che, anzi, è liquidata frettolosamente e senza indugi, come una visionaria, vittima di fantasie che il foglio cattolico definisce “ricorrenti in casi di degrado ambientale e morale”. Una presa di posizione che sconfessa i principi più elementari del cristianesimo, di un cinismo sorprendente, e corporativa come nella peggiore tradizione chiesastica.
Un vero paradosso: i vescovi non accettano la condanna preventiva per presunti abusi commessi da un ministro della loro Chiesa, mentre già definiscono malamente la bambina, presunta vittima di attenzioni morbose, come problematica. Persino la linea seguita dal Vescovo diocesano, monsignor Oliveri, appare più rispettosa della legge: “Fiducioso nella giustizia terrena e sicuro che Don Massaferro riuscirà a dimostrare la propria innocenza”, dichiara prudentemente il prelato.
E arriviamo al terzo elemento citato: “Abbiamo letto di una Procura della Repubblica, che ha predisposto il fascicolo delle indagini senza aver ascoltato ad oggi neppure una volta chi del sacerdote potesse conoscere, giorno dopo giorno, non solo la sua crescita spirituale ma anche le ragioni della sua vocazione”. Ma perché mai, a fronte di una presunta violenza, il magistrato avrebbe dovuto interrogare, prima di tutto, confratelli e fedeli per appurare il cammino del religioso, la sua spiritualità e le ragioni della sua consacrazione? A noi infedeli, non è dato saperlo.
Intanto, sulla pagina Facebook di don Massaferro, in queste ore, sono stati postati molti messaggi da amici e parrocchiani: parole sobrie, anche se addolorate, di solidarietà e vicinanza. Come dire, colpevole o innocente, la comunità di amici e fedeli vuole essere vicina al proprio parroco. Che si descrive con queste parole, sulla sua bacheca pubblica: “Meglio non conoscermi, sono stancante, incostante nelle relazioni sociali, poco simpatico e talvolta disfattista”. Umano, insomma.
(13 gennaio 2010)
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