Le basi problematiche della moneta europea

Giuseppe Di Taranto

L’euro non funziona non solo per i vizi di fondo che ne hanno segnato la genesi – come la voluta mancata soluzione alla crisi dei debiti sovrani – ma soprattutto perché il Trattato di Maastricht e le successive decisioni dell’UE, privilegiando il rigore rispetto alla crescita, avvantaggiano alcune nazioni a scapito di altre. Questo status quo, infatti, procura enormi benefici alla Germania, che continua a esercitare il suo strapotere sugli altri paesi dell’eurozona.

, da Aspenia 56, aprile 2012: “I futuri del capitalismo”

I principi teorici su cui si è fondata la moneta unica, l’euro, sono contenuti in due fondamentali documenti, rispettivamente dell’aprile 1989 e dell’ottobre 1990, voluti dalla Commissione europea: il Rapporto Delors e “One market, one money”. Il primo si ispirava al principio di sussidiarietà, affidando alla Comunità le attribuzioni che necessitavano di decisioni collettive e ai singoli Stati quelle riguardanti il benessere delle relative popolazioni, e presupponeva il raggiungimento della massima omogeneità economica tra le nazioni che avrebbero adottato la moneta unica.

Tale omogeneità – che sarebbe poi stata traslata nei criteri di convergenza del Trattato di Maastricht – si fondava sulla mobilità dei fattori di produzione, sull’incremento dei fondi strutturali e, soprattutto, sulla parziale limitazione della sovranità economica degli Stati in materia di deficit, di prerogative delle rispettive banche centrali relativamente alla fissazione del tasso di interesse e alla politica del cambio, e sul loro trasferimento alla Banca centrale europea. Questa avrebbe perseguito l’obiettivo della stabilità dei prezzi quale premessa irrinunciabile per la crescita, l’occupazione e una bilancia dei pagamenti sostenibile.

In questo quadro, le diverse nazioni non potevano accedere al credito delle proprie banche centrali, nella rigorosa ottica della teoria quantitativa, secondo l’assioma che l’aumento della moneta in circolazione implica solo inflazione – col pericolo di contagio ad altre nazioni – e mai crescita e occupazione.

LE PREMESSE DELL’EURO

La prima fase, finalizzata alla creazione della moneta unica, doveva coincidere con l’entrata in vigore nel luglio 1990 della direttiva europea sulla liberalizzazione del movimento dei capitali, già prevista dall’Atto unico del 1986 assieme alla libera circolazione di merci, persone e servizi, inclusi quelli assicurativi bancari.
Il successivo studio, “One market, one money”, fu elaborato dalla direzione generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea. Il documento, nel riaffermare i contenuti del Rapporto Delors, si proponeva di dimostrare tutti i vantaggi che nel medio-lungo periodo la moneta unica avrebbe portato, a fronte dei vincoli e dei costi – non certo insignificanti – del breve periodo di transizione per la sua attuazione.

In particolare, si ribadiva quale obiettivo prioritario il rigore finanziario – tramite la stabilità dei prezzi – come base per una maggiore efficienza, un incremento degli investimenti e una riduzione della disoccupazione. Più in generale, l’allargamento del mercato avrebbe generato diffuse economie di scala con conseguente riduzione dei costi per le aziende e dei prezzi per i consumatori, aumentando la flessibilità del lavoro e riducendo gli effetti negativi degli shock provenienti dall’esterno della futura eurozona; la maggiore concorrenza, inoltre, avrebbe cancellato le condizioni di monopolio delle banche all’interno dei singoli paesi, fenomeno tipico di mercati finanziari ristretti, e accelerato la convergenza. Perciò quest’ultima, assieme a un’adeguata mobilità dei due più rilevanti fattori della produzione – capitale e lavoro – e soprattutto, la maggiore estensione del mercato unico europeo erano poste (o meglio, imposte) come condizioni imprescindibili per la creazione della moneta unica.

Non andavano poi sottovalutati i benefici indiretti che ne sarebbero derivati, quali l’eliminazione dei costi di transazione e di cambio tra le valute e la riduzione dei tassi d’interesse, maggiori nelle nazioni dove più alta era l’inflazione. Il vantaggio originato dall’allargamento del mercato e dalla nuova architettura istituzionale, nel breve periodo, era calcolato in un aumento della ricchezza del 4,5%, cui andava aggiunto uno 0,7% per l’introduzione stessa della moneta unica, una riduzione del livello dei prezzi del 6% e una crescita dell’occupazione non inferiore a 2 milioni di unità
Il costo più significativo dell’intera operazione era individuato nella cancellazione di fatto, grazie all’adozione di una moneta comune, della possibilità di agire sul tasso di cambio da parte dei singoli Stati, comunque permessa – pur se all’interno di una banda di oscillazione ben definita – dal Sistema monetario europeo [1].

I PARAMETRI DI MAASTRICHT E I VIZI DI PARTENZA

II Trattato istitutivo dell’Unione Europea del 7 febbraio 1992, noto come Trattato di Maastricht, altro non fece che codificare gran parte dei contenuti dei due documenti descritti, in particolare del Rapporto Delors, e parametrarli con dei valori di riferimento ormai ben noti: rapporto deficit/pil non superiore al 3%; rapporto debito/pil non oltre il 60%; tasso d’inflazione non maggiore di 1,5 punti al tasso dei tre paesi più virtuosi; tasso d’interesse a lungo termine non al di sopra della media delle nazioni con saggio d’interesse a lungo termine più basso.

Inoltre, il Trattato vietava alle banche centrali, nazionali o alla Banca centrale europea di concedere credito agli Stati, alla Comunità o ad altre istituzioni pubbliche.
Questo divieto e l’inizio del monitoraggio dell’ottemperanza degli Stati a quei parametri rappresentarono la seconda fase verso la moneta unica. La terza avrebbe segnato il passaggio a regime dell’euro come banconota, dal 1° gennaio 2002, dopo la fissazione della parità tra le diverse valute; l’introduzione dell’euro solo come moneta bancaria, il primo gennaio del 1999; e soprattutto, l’attuazione del processo di convergenza per l’ammissione dei singoli Stati all’eurosistema, stabilita per la fine del 1997, dopo un primo monitoraggio al 31 dicembre 1994 dei parametri sopra descritti, e in via definitiva entro il primo luglio 1998.

Fatti salvi gli obiettivi relativi all’inflazione e ai tassi d’interesse a lungo termine – entrambi pressoché raggiunti anche per la recessione causata dai sacrifici imposti dalla convergenza – per quanto riguarda la sostenibilità delle finanze pubbliche è interessante sottolineare che già prima della stipula del Trattato di Maastricht, al 31 dicembre 1991 quattro paesi su 12 registravano un parametro deficit/pil superiore al 3% (Portogallo e Belgio 7,2%; Grecia 11% e Italia 11,4%) e cinque un rapporto debito/pil oltre il 60% (Belgio, Grecia, Irlanda, Italia, Olanda). Al monitoraggio di fine 1993, il rapporto deficit/pil era diminuito al 10% per l’Italia, si era mantenuto stabile per il Belgio, aveva raggiunto il 4,2% in Austria (entrata ufficialmente nell’ue il primo gennaio 1995 insieme a Svezia e Finlandia) e il 5,9% in Francia.

All’atto della valutazione al 31 dicembre 1996, nove Stati avevano un rapporto deficit/ pil superiore al 3% e sette un rapporto debito/pil maggiore del 60%. Nonostante i miglioramenti registrati per l’indebitamento, all’ultima verifica al 31 luglio 1998 – che doveva
determinare la rosa delle nazioni che, nel rispetto dei parametri del trattato, avrebbero potuto essere ammesse all’adozione della moneta unica – il rapporto debito/pil restava superiore ai valori prescritti sempre in sette paesi, ma era aumentato in molti altri: 20,1 punti in Germania, 22,3 punti in Francia, fino al 31,8 in Grecia. Alla fine delle tre valutazioni furono ammesse all’adozione della moneta unica 11 nazioni su 12. La Grecia fu ammessa con deroga, che poi fu ben presto superata.

Quel giudizio positivo, che ignorava le criticità delle finanze pubbliche, fu possibile grazie a una certa interpretazione dell’articolo 104c del trattato già adottata nelle precedenti valutazioni. Si decise cioè di attribuire maggiore rilievo, ai fini dell’obiettivo da raggiungere, al rapporto deficit/pil rispetto all’altro parametro, il rapporto debito/pil. Poiché nel dicembre 1991 – quando era stato raggiunto l’accordo sul Trattato ma ancora non si era proceduto alla sua ratifica – già cinque Stati, come notato, registravano ben oltre il 60% del rapporto debito/pil, si decise che non esisteva un limite definito al volume del debito e che era sufficiente che quel rapporto fosse in via di riduzione, in modo da avvicinarsi al valore di riferimento a ritmo adeguato, senza in alcun modo specificare i tempi e la velocità necessari per raggiungere dell’obiettivo.
Per il parametro relativo al rapporto deficit/pil, invece, si ammetteva un suo superamento in via temporanea ed eccezionale. Solo quest’ultimo, perciò, era condizione necessaria e sufficiente per la convergenza ai fini della moneta unica.
Il gioco era fatto. L’inizio dell’euro ne segnava anche la fine.

ALCUNI L’AVEVANO DETTO

L’inadeguatezza del Trattato di Maastricht non è sfuggita a illustri economisti e a non pochi premi Nobel per l’economia, che temevano che le rigidità e il rigore fiscale – in seguito ribaditi dal Patto di Stabilità e Crescita – avrebbero rappresentato un forte vincolo allo sviluppo. Dal 1993 in poi, studiosi come Franco Modigliani, Paul Samuelson, Robert Solow, Olivier Blanchard e altri hanno ripetutamente consigliato di abbandonare il progetto della moneta unica per perseguire l’obiettivo di un maggiore livello occupazionale, in sintonia con la teoria delle aree monetarie ottimali di Robert Mundell (altro premio Nobel per l’economia), che individuava nella bassa mobilità del lavoro il vincolo maggiore alla creazione di regioni geografiche a moneta comune.
Nel 1998, anno di nascita della Banca centrale europea, alcuni di questi illustri economisti sottoscrissero, con altri noti studiosi quali Jean-Paul Fitoussi e Dennis Snower, un “Manifesto contro la disoccupazione in Europa” [2].

L’approccio politico ai temi del lavoro nell’ue assumeva la disoccupazione come un problema da risolvere all’interno di ciascun paese, senza un esplicito coordinamento delle politiche tra gli Stati membri, “nonostante il fatto che con l’ingresso nel sistema dell’euro i paesi membri rinuncino alla possibilità di adottare una politica autonoma di gestione della domanda, sia monetaria sia fiscale, ed entrino in concorrenza serrata tra di loro sulle politiche dell’offerta”. A giudizio degli autori del Manifesto, la soluzione alla stagnazione – in termini di crescita e di occupazione – causata dal raggiungimento dei parametri di convergenza andava individuata in un’interpretazione più ampia e costruttiva della normativa che definiva il ruolo della Banca centrale europea, normativa all’epoca largamente condivisa e oggi da più parti criticata.

La bce, com’è noto, ha un solo obiettivo inderogabile: la lotta all’inflazione. “Noi – scrivevano nel Manifesto – sollecitiamo un ampliamento radicale di questa interpretazione che, al pari della normativa relativa alla Federal Reserve statunitense, comprenda almeno un altro obiettivo al quale attribuire lo stesso rilievo: tenere la disoccupazione sotto controllo. Siamo convinti che la bce possa svolgere tale compito senza rinunciare al proprio impegno sul fronte dell’inflazione […]. Riteniamo che concentrarsi su una lotta concorrenziale con il dollaro, combattuta attraverso un’escalation dei tassi d’interesse, rappresenti per la bce un errore gravissimo, che andrebbe a scapito della ripresa economica”.
Questi concetti erano stati in parte già sostenuti anche da un altro nutrito gruppo di economisti in un diverso “Manifesto against European Monetary Union”, che giudicava prematuro il progetto della moneta unica e puntava piuttosto il dito sulla scarsa mobilità del lavoro nel vecchio continente.

Agli appelli di questi autorevoli studiosi si rispose accelerando il processo di unificazione monetaria, ricorrendo anche a strumenti di finanza creativa al momento di stabilire quali paesi potevano accedere all’euro. Per mostrare che il rapporto deficit/pil era già rispettato prima del 1998, la Francia scorporò dal bilancio statale i trasferimenti di capitale alle imprese pubbliche che avevano un bilancio in rosso. L’Irlanda, la Svezia e l’Austria anticiparono la riscossione delle imposte e quest’ultima istituì un’Agenzia per le autostrade, con autonomia giuridica, e le imputò una quota dell’indebitamento pubblico pari al 3,2% del pil. La Bundesbank rivalutò le riserve e utilizzò le plusvalenze per coprire il deficit dello Stato. E gli esempi potrebbero continuare.

LO SCARSO ENTUSIASMO DEI POPOLI EUROPEI PER L’EURO

L’euro non funziona non solo per la mancata soluzione alla crisi dei debiti sovrani – che, come abbiamo visto, trova origine nell’interpretazione data al Trattato di Maastricht – ma soprattutto perché lo stesso Trattato, privilegiando il rigore rispetto alla crescita, avvantaggia alcune nazioni a scapito di altre. Il cosiddetto processo di germanizzazionedell’Europa ne è un esempio evidente.

La nascita dell’Unione monetaria europea era il prodotto di un accordo tra il presidente francese Mitterrand, che puntava a limitare l’espansione economica della Germania attraverso uno stretto controllo del cambio, e il cancelliere Kohl, che voleva accelerare l’unificazione tedesca all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Ciò nonostante, anche autorevoli esponenti della Bundesbank sottolinearono che l’accordo raggiunto a Maastricht richiedeva una più attenta precisazione dei contenuti. Alla sua ratifica, inoltre, il cancelliere inglese era assente; e, come è noto, la Gran Bretagna non aderirà all’euro.

Nei numerosi paesi dove esso fu sottoposto a referendum popolare, i cittadini europei mostrarono col voto scarso entusiasmo per il progetto europeo. La Norvegia rifiutò di partecipare; la Danimarca ottenne deroghe sulla moneta unica, sulla politica sociale e sulla difesa. In Svezia, il Trattato fu approvato con il 54% dei voti e in Francia con appena il 51%. Quest’ultimo risultato è particolarmente significativo, sia perché esprimeva la volontà popolare di una nazione che, a livello politico, era stata tra i maggiori sostenitori della moneta unica, sia perché molti anni dopo, al referendum sulla Costituzione europea del 2005, i francesi, al pari degli olandesi, votarono “no”.
Nel 1992, i cittadini europei esprimevano la loro volontà sul progetto e, forse, su una speranza; nel 2005, su una realtà ormai consolidata e che già mostrava non poche criticità: l’aumento dei prezzi che si era registrato dopo l’introduzione dell’euro; il superamento del 3% del rapporto d
eficit/pil imposto dal Trattato e non rispettato propriodalla Germania e dalla Francia; la recessione conseguente agli eccessivi vincoli in tema di pareggio di bilancio e di stabilità decisi a Maastricht dalla Germania stessa [3].

LO STRAPOTERE DELLA GERMANIA

È interessante notare che a tutt’oggi la rigidità finanziaria espressa dalla Merkel – con i suoi dinieghi ad aumentare il finanziamento del nuovo European Stability Mechanism (che sostituirà dal 1° luglio l’attuale Fondo salva Stati, e all’emissione di Eurobond), con il suo rifiuto di aderire alla lettera d’intenti sulla crescita sottoscritta da dodici paesi dell’Unione Europea, compresa l’Italia, e con la sua imposizione agli altri Stati del vincolo del pareggio di bilancio da inserire in costituzione, o del fiscal compact – è considerata addirittura dannosa dal ministro degli Esteri della Finlandia, Erkki Tuomioja, perché al servizio della “politica interna tedesca”. Le condizioni di affidabilità economica di Berlino, per esempio, attirano capitali dall’estero sottoscritti in Bund a tasso d’interesse zero e poi in parte reinvestiti in nazioni quali Grecia e Italia, dove maggiore è lo spread.
Perciò, lo status quo è l’unica condizione che assicura lo sviluppo della Germania.
D’altronde, la recente proposta tedesca di commissariamento della Grecia – unanimemente respinta e mai arrivata al tavolo delle trattative – mostra che la Germania può spingersi fino a causare, potenzialmente, la limitazione della sovranità di uno Stato.

Uno dei padri fondatori dell’Ue, Jacques Delors – ormai diventato uno dei suoi maggiori critici – in un’intervista al Daily Telegraph ha dichiarato che i problemi dell’Unione monetaria nascono da “una combinazione tra l’ostinazione tedesca a tenere sotto controllo la moneta e l’assenza di una visione chiara da parte di tutti gli altri paesi”, anche se resta la speranza che a fronte dell’entità della crisi “persino la Germania” cercherà di trovare una soluzione all’incertezza dei mercati. Anche parte della stampa tedesca, come la Suddeutsche Zeitung, invita la Merkel a sostenere le nazioni impegnate nei piani di austerità, dopo aver imposto ai loro cittadini non pochi sacrifici; e lo stesso giornale, già il 28 maggio 2009, pubblicava un’intervista all’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer che, riferendosi alla cancelliera, affermava che “l’ue è sempre più considerata meramente come una cornice per il rafforzamento dei propri interessi particolaristici, e non più un fine di per sé della politica europea della Germania” [4].

COME L’EURO AVVANTAGGIA BERLINO

L’impressione è che il governo di Angela Merkel abbia trasformato il principio fondamentale sancito dalla Corte di Giustizia europea della sovranità condivisa tra gli Stati in una sorta di sovranità subalterna degli Stati: una condizione che – proprio grazie alla moneta unica – offre non pochi vantaggi all’economia tedesca. È stato dimostrato, infatti, che se non fosse stato introdotto l’euro il marco si sarebbe rivalutato di oltre il 40%, riducendo notevolmente i flussi commerciali verso l’estero della Germania. Questa è stata favorita anche dal fatto che la moneta unica ha impedito agli altri partner europei di ricorrere a svalutazioni, che avrebbero permesso un recupero di competitività sui mercati internazionali.

La politica economica di Berlino, a ben vedere, non è mutata da oltre trent’anni: da quando, con la nascita del Sistema monetario europeo nel dicembre del 1978, riuscì a imporre la sua egemonia a scapito degli altri paesi aderenti al Sistema monetario europeo. Per aumentare le esportazioni, il governo tedesco operò un’attenta politica del cambio, compensando l’attivo della bilancia commerciale con la fuoriuscita di capitali. In questo modo la svalutazione del marco causava automaticamente la rivalutazione delle altre monete europee e la conseguente riduzione delle esportazioni delle altre nazioni. Fino al 1992, la svalutazione del marco rispetto alla lira è stata continua.

Ancora oggi, molte proposte e decisioni della Merkel sembrano in funzione più di obiettivi politici contingenti che del rilancio di una cultura e di uno spirito europeisti.
Basti ricordare l’enorme ritardo nel concedere la precedente tranche di 110 miliardi di aiuti alla Grecia, per non scontentare la componente del suo elettorato più a destra e più intransigente circa i prestiti all’Europa; o il perfetto tempismo tra l’approvazione del Fondo salva Stati e le elezioni in Westphalia. E gli esempi potrebbero continuare.
Ha dunque ragione il premio Nobel per l’economia Christofer A. Sims nel sostenere che “è inutile continuare a chiedere agli economisti: il salvataggio dell’euro, a questo punto, è solo una decisione politica”.

NOTE

[1] Giuseppe Guarino, Eurosistema. Analisi e prospettive, Giuffrè Editore, 2006, pp. 126-141. Si veda anche “L’Europa tradita. Dall’economia di mercato all’economia del profitto”, in Francesco Capriglione (a cura di), La nuova disciplina della società europea, Cedam, pp. 21-63, e “The internationalization process in southern Italy”, in Review of economic conditions in Italy, 2011/2-3, pp. 495-517, entrambi di Giuseppe Di Taranto. Sull’euro, si veda Max Otte, Fermate l’euro disastro, Chiarelettere, 2011; Giovanni Moro, La moneta della discordia, The Cooper Files, 2011; Bruno Amoroso, Euro in bilico, Castelvecchi, 2011.
[2] Modigliani, Solow, Snower, Fitoussi e altri, “Manifesto contro la disoccupazione in Europa”, in Moneta e Credito, vol. 11, n. 203, settembre 1998, p. 383.
[3] Augusto Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta unica, Bollati Boringhieri, 2001, pp. 167-183; Bruno Jossa, La moneta unica, Carocci, 1999, p. 85; Giorgio La Malfa, L’Europa legata. I rischi dell’euro, Rizzoli, 2000.
[4] Silvia Bolgherini, Florian Grotz, La Germania di Angela Merkel, il Mulino, 2011, p. 113.

(4 maggio 2012)



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