Le colpe di Tsipras
Nicola Melloni
, da esseblog.it
Il Summit europeo si è concluso con un accordo rovinoso. Tsipras ha perso su tutta la linea, frutto di una strategia assurda e dilettantesca che è completamente deragliata nel corso dell’ultima settimana.
Andiamo con ordine. Che gli spazi di negoziazione fossero molto limitati era in realtà chiaro fin da Febbraio. La Grecia era ed è isolata in Europa e nessun governo era davvero disponibile a spendersi in suo favore. Non solo, ma la struttura politica e istituzionale dell’Europa è tale da escludere qualsiasi tipo di accordo che ne metta in discussione la natura.
Tsipras si trovava davanti ad una impresa immane, delle moderne fatiche di Ercole. Lo sbaglio dunque non è stato certo l’ incapacità di modificare i rapporti di forza, ma non averli compresi fin dal principio. E’ colpa, non dolo. Ma non è detto che i risultati siano migliori.
Per cinque mesi si è andati avanti con una pantomima, con i Greci che offrivano via via sempre di più mentre l’Eurogruppo continuava a dire no, senza spostarsi di un millimetro. Fino allo show down delle ultime settimane, con la UE ormai stanca che poneva un ultimatum e Tsipras che rispondeva convocando un referendum.
Una mossa che allora tutti abbiamo applaudito ma che si è rivelata un suicidio. Il referendum aveva un senso se e solo se si aveva un piano in tasca per qualsiasi dei due esiti. Tsipras ha sostenuto che il NO gli avrebbe dato più forza per ottenere un accordo migliore. In realtà era l’opposto, perché Atene ha così scoperto le sue carte e fatto vedere che in mano non aveva nulla.
Tsipras sarebbe dovuto essere pronto per la Grexit, che invece ha solo indirettamente minacciato, sperando di spaventare i partner, ma apparentemente non ha neppure esplorato dal punto di vista tecnico. Ed invece, come ha raccontato lo stesso Varoufakis, l’uscita della Grecia era la soluzione preferita dalla Germania – e di conseguenza dai suoi alleati.
Se queste erano le premesse, è davvero incomprensibile il bluff di Tsipras. Per assurdo sono stati gli elettori greci a chiamare il bluff del loro Primo Ministro. Una volta vinto il NO, il governo greco si è ritrovato immediatamente molto più debole invece che più forte. Non c’era nessun piano B.
Diventa dunque molto realistica la ricostruzione fatta da un osservatore attento – e decisamente pro-Tsipras – come Ambrose Evans Pritchard che sostiene che Tsipras il referendum in realtà sperasse di perderlo, una resa dignitosa che lasciava agibilità politica a fronte di un muro europeo compatto davanti alle richieste di Atene.
Salvo poi ritrovarsi col cerino accesso in mano una volta vinto il NO. Prima ha licenziato Varoufakis come chiesto dai creditori ed è poi tornato al tavolo con una bozza che ricalcava le richieste appena rispedite al mittente dal popolo greco. Era il segnale di una resa incondizionata.
Il resto è storia recente. I tedeschi non si sono fatti sfuggire l’occasione per umiliare Atene. E’ geopolitica, non un ballo di gala, per parafrasare Mao. Hanno avanzato richieste che Krugman ha definito follia, che lo stesso Tsipras ha definito umilianti. Che erano fatte per essere rifiutate, come spiegato per due giorni da tutti i giornali, salvo che rifiutate, a quel punto, non potevano essere. Quale era l’alternativa? Una uscita disordinata senza una valuta per ripristinare il sistema dei pagamenti che avrebbe aperto la strada a caos, anarchia, fors’anche guerra civile.
Si tratta di una resa completa, che commissaria il governo, cancella la legislazione fatta da Syriza in questi mesi, trasferisce in un fondo nominalmente greco ma supervisionato dalla UE 50 miliardi – un quarto del PIL – di asset greci da privatizzare.
Un accordo molto peggiore di quello sul tavolo due settimane fa. Un accordo che rinnega cinque anni di politiche di Syriza e che non si discosta in nulla e per nulla – e se lo fa, lo fa in peggio – dai criticatissimi accordi firmati da Pasok e Nea Demokratia.
Tsipras ha giocato col fuoco e si è bruciato. Ha fatto dell’euro un feticcio, ha sfidato paesi potenti senza avere nessuna arma credibile. Come scritto argutamente da Yves Smith, si è presentato ad una sparatoria con un cappuccino.
E’ una sconfitta devastante per Tsipras, per Syriza, per la Grecia. E’ una sconfitta per tutta l’Europa che sperava nel cambiamento, ed il rischio è che questo possa pregiudicare anche la chance di Podemos, screditando qualsiasi movimento di alternativa. Rischia anche di far avverare la sinistra previsione di Alba Dorata – Syriza fallirà e poi arriverà il nostro turno.
E’ una sconfitta da cui bisogna ripartire, imparando le lezioni durissime che ci arrivano da Bruxelles e da Atene. Non ci sono partner, non ci sono accordi. L’establishment, geo-politico ed economico non ha nessun interesse a trattare ma solo a punire chi si oppone. Non a caso un funzionario europeo ha candidamente ammesso al Guardian che l’accordo imposto è stato molto più duro dopo il NO del referendum. Bisognava punire chi alza la testa.
E’ una guerra, ed in guerra bisogna andare preparati per ogni evenienza. Le improvvisazioni, per quanto spinte da ragioni ottime ed intenti onesti, sono destinate alla più umiliante delle sconfitte.
(15 luglio 2015)
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