Un decalogo per il conflitto sociale
Pierfranco Pellizzetti
Pubblichiamo un estratto dal libro "Conflitto. L’indignazione può davvero cambiare il mondo?" di Pierfranco Pellizzetti, in questi giorni in libreria per Codice edizioni. la recensione.
L’orizzonte verso cui stiamo tendendo in questo nostro ragionamento è quello della democrazia presa sul serio. Avendo chiaro che l’essenza democratica non si riduce certo a un mero meccanismo di conta (una testa, un voto), semmai è l’espansione di un assunto gravido di valori: la legittimazione della protesta.
«La storia politica della modernità è, in definitiva, per molti aspetti una storia di incorporazione di simboli dell’opposizione e della protesta al centro della società, di trasformazione delle relazioni centro-periferia e della continua rimessa in causa dei confini della società civile rispetto a quelli dello Stato»[1]. In quella che John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti, definiva «un’insurrezione contro il rango e la nascita» [2].
Date queste premesse, sorgono svariati problemi operativi non da poco. Il primo è quello della perimetrazione dello spazio fisico su cui un movimento sociale può far convergere i propri potenziali adepti perché si riconoscano reciprocamente. Se per il movimento operaio tale punto di incontro e socializzazione primaria è stato il luogo di lavoro, la fabbrica, oggi – secondo alcuni – questo è il territorio. Soprattutto le città. Dunque, il focus di partenza può essere la militanza civica. Da ciò consegue un secondo nodo da sciogliere: l’individuazione del principio che attiva la coscienza di sé. Pur nell’esaurimento del conflitto industriale, alcuni suoi cardini rimangono riproducibili: la presa d’atto dell’esproprio di futuro operato dai patriziati plutocratici a danno dei più, da tradurre in lotta per la conquista della dignità e della responsabilità che rende possibile l’affermazione di autonomi progetti di vita. Dunque un mix di speranza e liberazione: la proiezione in un domani che può essere progettato e conquistato, rompendo il cerchio stregato dell’eterno presente, immobile e immutabile, in cui la soggettività è stata imprigionata dall’incantesimo di un Economico che si pretende come l’unico ordine possibile.
Anche la morsa della comunicazione mediatica, fattasi disciplinamento postmoderno, può essere infranta grazie all’autocomunicazione orizzontale di massa [3] (siti, blog, social network, tecnologie indossabili come quella della telefonia wireless). Magari accantonando la pretesa che tale autocomunicazione possa anche produrre una coscienza collettiva, e limitandosi a coglierne le notevoli potenzialità organizzative in materia di mobilitazione. Il sociologo dei media Manuel Castells ne parla come «effetto rendezvousing» [4]. Un effetto, tanto per dire, che il 5 dicembre 2009, con il No B Day, ha fatto convergere a Roma non meno di un milione di manifestanti contro il governo Berlusconi, mobilitati da un gruppetto di under trenta fuori da ogni circuito partitico; semplicemente attraverso il tam-tam di Facebook. Il movimento denominato Popolo Viola.
Per cui, riassumendo il “come fare” in una sorta di decalogo:
1) Raccordare le molteplici sensibilità, iniziative di controinformazione e azioni spontanee (riviste, associazioni, blogosfera, radio libere, gruppi di base ecc.) come intelligenza collettiva da mettere all’opera sul tema della reinvenzione della democrazia.
2) Predisporre modalità non burocratiche per “immagazzinare” l’energia spontanea attivata dall’autoco-municazione di massa (come in quel 5 dicembre 2009 a Roma…) e assicurarne la manutenzione a regime.
3) Afferrare e sciogliere il groppo teorico del come stabilizzare soggettività tendenzialmente “situazionali”, grazie ad architetture relazionali che aggreghino senza gerarchizzare, professionalizzare e dunque normalizzare.
4) Smascherare le strategie comunicative del potere per far emergere l’effettiva consapevolezza di sé e dei propri interessi reali dei dominati, al fine di iniziare a pensarsi come soggetto collettivo. A fronte di ricorrenti operazioni di depistaggio per indurre falsa coscienza (anticamera di “lotte tra poveri” diversive).
5) Utilizzare gli spazi fisici non ancora presidiati alla periferia dal potere (i luoghi decentrati) quali laboratori per esperienze di militanza attiva.
6) Piegare le tecnologie comunicative al fine di connettere esperienze locali disperse e aggregare “masse critiche” (in senso sia materiale sia politico).
7) Indirizzare l’ordine del giorno della riflessione democratica alla sperimentazione finalizzata a forme effettive di partecipazione/controllo (un débat public preso sul serio in materia di grandi opere? Piani strategici urbani come produzione di pensiero sulla città? Che altro?).
8) Ricostruire l’indispensabile capitale sociale di cittadinanza attraverso la pubblica discussione, quale momento di reciproco riconoscimento in chiave deliberativa.
9) Avviare “campagne” su temi che siano concreti, inerenti tangibilmente ai vissuti di uomini e donne situati in uno specifico ambito spaziale (tanto fisico come virtuale), e al tempo stesso coerenti con le cornici concettuali e gli obiettivi strategici generali di cui sopra.
10) Ultimo ma non ultimo (anzi, esattamente il contrario): individuare il nuovo fattore “S”, ossia un punto sensibile su cui fare leva per la trasformazione. Un posizionamento di campo delle lotte sociali le cui condizioni concrete presentino una qualche analogia con quelle dell’archimedico conflitto centrale al tempo dell’industrialismo. Se ne riparlerà più avanti.
Certo, qui non c’è più un Palazzo d’Inverno da assaltare; semmai identità sociali da costruire, in cui la sfera del simbolico diventa determinante. Mentre tutte le chiavi di lettura della trasformazione si sono usurate e brancoliamo nel vuoto. Sicché andiamo precipitando all’indietro, quasi in uno smarrimento analitico ante 1848.
Ma come dimenticare che Marx, quando elaborava il concetto di proletariato, ci faceva stare dentro pure gli osti e i barbieri, insorti assieme agli operai e agli artigiani al tempo della Comune parigina? Di fatto una grande invenzione politica. Perché, per cambiare il mondo, prima bisogna interpretarlo in modo diverso.
Ora occorrerebbero risposte davvero innovative all’ipotesi di autorganizzazione della democrazia, nel rapporto a geometria variabile tra forme dirette e indirette della partecipazione. Tema che venne abbozzato una quindicina di anni fa e subito sepolto sotto la pietra tombale del liberismo dominante. Scriveva allora Pierre Lévy, docente presso il dipartimento parigino Hypermédia: «Si possono distinguere tre tipi ideali nella grande varietà delle tecnologie politiche. Le famiglie, i clan e le tribù sono gruppi organici. Gli Stati, le istituzioni, le chiese, le grandi aziende, ma anche le “masse” rivoluzionarie sono gruppi organizzati, gruppi molari che ricorrono a una trascendenza o a qualcosa di esterno per costituirsi o mantenersi. Infine, i gruppi autorganizzati, o gruppi molecolari, realizzano l’ideale della democrazia diretta in una situazione di mutazione e deterritorializzazione» [5].
NOTE
[1] Shmuel N. Eisenstadt, Pa
radossi della democrazia, il Mulino,Bologna 2002 p. 44,
[2] Citato in Paolo Flores d’Arcais, Democrazia!, ADD Editore,Torino 2012, p. 86.
[3] «Chiamo autocomunicazione di massa questa forma storicamente nuova di comunicazione. È comunicazione di massa perché ha la potenzialità di raggiungere un pubblico globale […] è contemporaneamente autocomunicazione perché la produzione dei messaggi è autogenerata»; Manuel Castells, Comunicazione e Potere, EGEA, Milano 2009. p. 60.
[4] Manuel Castells (a cura di), Mobile communication e trasformazione sociale, Guerrini Associati, Milano 2008, p. 188.Capitolo 3 62
[5] Pierre Lévy, L’intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano1996, p. 64.
(2 aprile 2013)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.