Le due Germanie
Roberto Petrini
, da repubblica.it
C’è una Germania delle birrerie, sostenuta da umori ruvidi ed egoistici, ed una Germania ricca di senso dello Stato e dell’Europa. La pancia si è fatta sentire con forza negli ultimi due anni con i ritardi di Berlino sul lancio del fondo-salva stati, i "no" sugli eurobond e la mano pesante sulla Grecia. Per scorgere i sentimenti peggiori basta guardare il popolare tabloid "Bild": "Basta ai miliardi per Atene", "Cacciate finalmente i Greci dall’euro", ha gridato il giornale tedesco che ha anche appoggiato l’idea della Csu bavarese di un referendum anti-Grecia.
Eppure se si va a ripercorrere la storia dell’avventura europea, si scopre che grandi uomini di stato tedeschi l’hanno promossa e favorita, andando ben oltre gli interessi di bottega. Willy Brandt, alla fine degli Anni Sessanta, con una mano aprì alla Ostpolitik verso il blocco sovietico e con l’altra, parallelamente, diede avvio al processo che portò alla realizzazione nel 1970 del Rapporto Werner e del successivo "serpente monetario". Uno dei primi passi verso l’unione, senza tener conto delle aperte riserve della Bundesbank.
Dieci anni dopo, nel 1979, dopo il crollo del sistema regolato di cambi internazionali di Bretton Woods, Valéry Giscard D’Estaing e il cancelleriere tedesco Helmut Schmidt presero l’iniziativa dello Sme per far fronte al disordine monetario, alle svalutazioni competitive e al pericoloso deprezzamento del dollaro. Anche in quel caso la Bundesbank fece sentire la propria voce.
Ancora dieci anni e si giunse alla fatidica data del 1989 quando arrivarono il Rapporto Delors, che per la prima volta disegnava il profilo della moneta unica, e la caduta del Muro di Berlino. Il cancelliere Helmut Kohl e il suo ministro delle Finanze, il liberale Genscher ritennero che l’unificazione tedesca fosse un obiettivo talmente grande da poter, ancora una volta, accantonare le perplessità della Bundesbank. Si aprì così la strada alla conferenza intergovernativa e alla firma del Trattato di Maastricht all’inizio del 1992. Anche se c’è chi ricorda che proprio in quell’anno mancò la ciambella di salvataggio alla lira e alla sterlina della Bundesbank e le due valute furono costrette ad uscire dallo Sme.
Oggi il tema è altrettanto importante: la crisi economica, la più grande dopo il 1929. La Germania ha frenato sul salvataggio della Grecia, ha ottenuto la creazione del rigorosissimo "fiscal compact" (che impone il pareggio di bilancio nelle Costituzioni di tutti gli Stati membri), ha detto "no" ad un allargamento delle funzioni della Bce. Anche in questo caso ha subito pressioni e defezioni da chi ha evidentemente giudicato la linea Merkel troppo accomodante: nel 2011 la Bundesbank ha fatto sentire la propria voce con le dimissioni del suo presidente Alex Weber (aprile 2011) e del membro del comitato esecutivo di Francoforte Juergen Stark (settembre 2011). Senza contare che l’euro resta una risorsa per la Germania: si è calcolato infatti che, se non fosse stato introdotto, oggi il marco si sarebbe rivalutato del 40 per cento riducendo notevolmente l’export di Berlino.
(21 febbraio 2012)
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