Le muse nel Palazzo. Imbarazzate

Marco Romanelli

Da Franceschini a Bondi, da Pisicchio a Veltroni passando per Luxuria e Vendola, gli onorevoli scrittori che siedono sugli scranni del parlamento italiano dimostrano di essere prolifici e ‘ispirati’: ci sarà un rapporto fra cattiva letteratura e cattiva politica? Un’esilarante rassegna delle ultime tre legislature.

, da MicroMega 6/2009

Politica e letteratura, si sa, sono due attività dello spirito che spesso nella storia hanno proceduto fianco a fianco, a partire dai salmi del biblico re David per giungere, attraverso la grandiosa esperienza della Commedia dantesca, alle poesie dell’onorevole Bondi. Proporsi di offrire una sintesi esauriente delle forme assunte da questa convivenza ci è sembrato dunque un compito immenso, da lasciare volentieri a studiosi più competenti (e più pazienti) di noi. Abbiamo quindi deciso di osservare il fenomeno nel contesto più limitato della politica italiana, e anzi, ulteriormente circoscritto ai politici-scrittori del parlamento repubblicano. Restavano quindi esclusi nomi di primissimo piano della politica nazionale, dal «bardo della democrazia» Felice Cavallotti, deputato della sinistra storica e fervido poeta, a Giuseppe Garibaldi, autore del feuilleton Clelia ovvero il governo dei preti, furibondo pamphlet anticlericale in cui papa Pio IX viene chiamato senza troppi riguardi «il vecchio imbecille» e «la jena di Roma» (ma non va meglio ai cardinali del Sacro Collegio, definiti «serpi della città santa»). Restavano fuori anche altri classici della letteratura degli onorevoli, come le poesie sociali di Filippo Turati o il romanzo di Benito Mussolini Claudia Particella, l’amante del cardinale. E come non rammaricarsi di non potersi occupare di Redenzione, potente dramma in tre atti del ras di Cremona Roberto Farinacci? Ma tant’è, dalla vita non si può aver tutto, e del resto chi volesse dedicarsi a questi svaghi non avrebbe che da cercare i testi là dove si trovano, ossia nelle Biblioteche nazionali di Roma o di Firenze (almeno finché restano aperte).
Nonostante l’imposizione di questi limiti, tuttavia, la presenza degli onorevoli scrittori continuava a risultare così massiccia da richiedere, per un esame esaustivo, uno spazio molto superiore a quello normalmente occupato da un articolo, tanto che abbiamo dovuto comprimere ulteriormente i termini cronologici restringendo l’analisi ai parlamentari letterati delle ultime tre legislature, quelle cioè che vanno dal 2001 a oggi. L’operazione ha comportato altri tagli dolorosi: non potremo parlare, per esempio, di Davide Lajolo e della sua indomita volontà di «non invecchiare a tavolino, ma di giocare questa pellaccia in combattimento», che lo condusse dalla guerra di Spagna (versante fascista) alla guerra partigiana (versante comunista) senza cambiare sostanzialmente né il suo modo di vedere la vita né il suo stile da dannunziano delle Langhe; non potremo parlare di un onesto narratore come Luigi Preti e del suo romanzo Giovinezza giovinezza, né della lunga fedeltà alla poesia che ha condotto Pietro Ingrao dall’ingenua celebrazione mussoliniana per l’inaugurazione di Littoria (1935) alle intense liriche di L’alta febbre del fare (1994); né potremo dilettarci con i sonetti romaneschi di Maurizio Ferrara, deputato comunista epigono del Belli, di cui però non possiamo fare a meno di citare il delizioso incipit L’artrojeri mi fijo, un regazzino / che ’gni giorno che passa è più balordo, verosimilmente dedicato al figlio Giuliano.
Dal nostro frettoloso resoconto saranno anche esclusi quegli onorevoli che hanno dedicato il loro talento a generi come la biografia, la storia, la memorialistica. Qui la rinuncia, almeno sotto il profilo quantitativo, sarà meno importante perché, fatta naturalmente eccezione per Giulio Andreotti, si tratta di generi che sono stati praticati molto raramente dai nostri politici. Peccato, sia detto per inciso, dato che, come insegna la grande memorialistica francese, inglese e americana, tanti anni passati a diretto contatto con personaggi famosi e all’interno di eventi decisivi costituiscono una miniera preziosa di notizie, indiscrezioni, rivelazioni e pettegolezzi che di solito risultano assai più utili e divertenti di tante effusioni liriche e romanzesche.
Sarà opportuno anche chiarire un altro criterio a cui ci siamo attenuti in questo lavoro, quello cioè di occuparci non di scrittori-politici, ossia di letterati che a un certo punto della loro vita sono stati cooptati dalla politica come Montale, Sciascia, Volponi, Arbasino e altri che sono entrati in parlamento grazie al loro prestigio di intellettuali, ma di politici-scrittori, cioè di professionisti della politica che trovano occasionalmente il tempo di dedicarsi anche alla poesia o alla narrativa.
Un’ultima avvertenza: i sei onorevoli scrittori di cui si parlerà qui costituiscono solo una ridottissima rappresentanza della sterminata legione di poeti e narratori che è dato reperire consultando le edizioni della Navicella (l’annuario biografico dei parlamentari) degli ultimi dieci anni. Tanto da indurre l’apprensivo lettore a chiedersi se la presenza nelle istituzioni di una tale miriade di prolifici autori non sia per i destini della patria più minacciosa della crisi economica e dell’invasione rumena. Ma a questo proposito vorremmo smentire ogni allarmismo con una rassicurante considerazione: tutto il tempo che gli onorevoli dedicano alla letteratura lo sottraggono, per nostra fortuna, alla politica.

Vladimir Luxuria

Le peggiori cose sono sempre fatte con le migliori intenzioni.
Oscar Wilde

In omaggio alle donne, così poco rappresentate nel parlamento italiano, avevamo stabilito di aprire la nostra rassegna di politici scrittori con una onorevole. Memori di uno spassoso articolo di Umberto Eco (L’industria del genio italico, 1970) in cui veniva documentata con precisione la prevalenza, fra gli scrittori dilettanti, delle poetesse con due cognomi (Carlotta Ettorè Tabò, Edvige Pusineri Chiesa, Giselda Cianciola Marciano e tante altre pescate nei cataloghi degli editori a pagamento), anche noi avevamo riposto speciali aspettative in parlamentari come Adriana Poli Bortone e Patrizia Paoletti Tangheroni: sbagliavamo, perché l’onorevole Paoletti Tangheroni sembra nutrire una cordiale avversione per tutto ciò che ha a che fare anche lontanamente con la letteratura, mentre dal canto suo l’onorevoli Poli Bortone, docente di filologia classica, è autrice di un pregevole opuscolo sull’esametro in Persio ma non ha mai scritto un verso in vita sua. Non solo, ma la presenza femminile nella letteratura degli onorevoli si è rivelata nel complesso così esigua che per trovare una parlamentare scrittrice degna di attenzione abbiamo dovuto ripiegare su Vladimir Luxuria, che essendo transgender è, a suo stesso dire, «non riconducibile né al sesso maschile né a quello femminile». In ogni caso, l’immagine pubblica dell’onorevole Luxuria è indiscutibilmente e gradevolmente femminile, e tanto basta a soddisfare il nostro proposito di cominciare con una politica scrittrice.
Per la verità Vladimir Luxuria, a differenza di tanti suoi colleghi, non è una poligrafa: le bibliografie riportano solo due titoli, Chi ha paura della Muccassassina? (Bompiani 2007) e Le favole non dette (Bompiani 2009). Ma già nell’opera prima (una autobiografia) si può c
ogliere il carattere essenziale della poetica di Luxuria, e cioè la nativa, totale, disarmante innocenza con cui riconduce le sue trasgressioni all’interno del modello piccolo borghese del «posto» e dei sacrifici necessari per ottenerlo. Quando per esempio l’autrice, narrando le vicissitudini che l’hanno portata dalle natie Puglie ai fasti di Montecitorio, ci dice che nel 1991, dopo la laurea in Lettere, iniziò a Roma «una piccola attività cinematografica. Anni difficili, che mi costrinsero a prostituirmi per mantenermi», ci accorgiamo subito di essere all’interno della classica tipologia ottocentesca della prostituta vittima di una società ingiusta e in attesa di redenzione (che nella fattispecie si paleserà prima nel Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, che affiderà a Luxuria la direzione del festival «Muccassassina», e poi in Fausto Bertinotti, pigmalione antagonista che la condurrà in parlamento). I genitori gli avranno scritto: «Caro Vladimiro, noi quaggiù stiamo tutti bene. Tu cosa fai a Roma? Come te la passi?». E Vladimir: «Cari genitori, non mi lamento. Per il momento faccio la prostituta, ma ho buone speranze di diventare deputato». A noi francamente piaceva di più Moana, che almeno non si poneva tanti problemi.
Ma è nelle Favole non dette che meglio emerge il talento narrativo di Luxuria. Si tratta di una raccolta di cinque favole, di cui quattro hanno per protagonisti dei bambini e una, tanto per variare un po’ il contesto e non annoiare i piccoli lettori, un travestito brasiliano. Ne tentiamo una breve sintesi. Nella prima storia (Italia anni ’50) una bambina si scopre una vocazione animalista guardando «gli occhi spauriti» degli animali prigionieri in uno zoo e non riesce a resistere all’impulso di liberarli. Apre quindi i cancelli delle gabbie fra l’esultanza delle povere bestie ma provocando qualche malumore nell’opinione pubblica più reazionaria a causa delle strade invase da giraffe, orsi e serpenti a sonagli. Mentre è intenta a questa operazione, la bimba si imbatte nella mostruosa donna barbuta, anch’essa reclusa nel circo dove viene esposta al ludibrio del pubblico. Decide allora di liberare anche lei e, dopo averla travestita da gorilla per non dare nell’occhio, la restituisce allo stato brado e si invola con lei verso una vita più libera e giusta. Segue Sedicesimo secolo, storia di un bambino poverissimo che è però dotato di una voce straordinaria. Notato da emissari del Vaticano che battono le campagne alla ricerca di voci bianche, accetta per soccorrere la sorella malata di lasciare la sua famiglia ed entrare a far parte del coro papale della Cappella Sistina. Portato a Roma e debitamente castrato, vi condurrà un’esistenza comoda e sicura ma quando vedrà un altro bambino come lui in procinto di subire la sua stessa sorte, riuscirà (presumibilmente per gelosia) a convincere i cardinali a lasciar perdere commuovendoli con la sovrumana bellezza del suo canto che saprà scuotere i cuori di pietra dei prelati. Il terzo racconto, intitolato Sicilia, risulta il più oscuro, intessuto com’è di arcane simbologie: ne è protagonista un singolare bambino, Davide, che sostiene di parlare con il vulcano Etna, da lui chiamato «Issu». I suoi coetanei giustamente lo deridono e il babbo, che avrebbe voluto farne un ragioniere, spesso e volentieri lo prende a sberle. Anche il vulcano, infastidito dalle uggiose lamentele del ragazzino, comincia a trattarlo male. Una vita d’inferno. Per fortuna c’è la mamma, che è cieca ma «sopperisce alla mancanza degli occhi con la vista dell’anima»: grazie al suo amore, la madre saprà restituire al figlio la fiducia nel futuro e ricostruire il rapporto di amicizia fra «Issu» e Davide, che si avvierà verso un luminoso avvenire (sembra di capire che diventerà ordinario di vulcanologia all’Università di Catania, dove una cattedra non si nega a nessuno). La favola che segue, Un pinocchio di oggi, racconta di un bambino che vive con il babbo (la mamma non si sa che fine abbia fatto) e che, oltre a essere svogliato, perdigiorno e neghittoso si dimostra anche fuori di cervello perché sostiene di essere stato partorito dal padre. Questa ferma convinzione gli procura svariati inconvenienti, finché l’amore di una donna che non può avere figli e che gli si affeziona non riuscirà a ricondurlo sulla retta via e a restituirgli il senso della vita. In chiusura abbiamo Una sirenetta dei nostri giorni: la vicenda inizia con l’interessante descrizione di un travestito brasiliano che si sta preparando a scendere sul marciapiede per la sua serata di lavoro. Mentre è lì che si sta dando gli ultimi ritocchi, ecco che qualcuno suona alla porta: è un bel principe con i riccioloni in preda a una micidiale crisi di astinenza da cocaina. Il buon travestito lo ospita nella sua povera casa e, dopo averlo rianimato grazie a una macumba che gli aveva insegnato la nonna quando abitavano in una favela, chiama l’elicottero e lo fa ricondurre al suo meraviglioso palazzo in collina. Il principe conserverà un vago ricordo di quella notte di prodigi, ma lei, perdutamente innamorata, non potrà più dimenticarlo e da quel giorno indosserà sempre la felpa della Fiat che il principe ha dimenticato sul letto. Il libro si chiude così con un interrogativo pieno di suspence che non mancherà, come dice il risvolto di copertina, di «intrigare» il lettore: chi è il principe?

Nichi Vendola

Gli eroi son sempre giovani e belli.
Francesco Guccini

In un dimenticato e graziosissimo libro di Giovanni Mosca (Non è ver che sia la morte, 1941) si può leggere la disputa fra due esilaranti critici letterari, il Bellotti-Bon e il Perozzi, sulla corretta interpretazione di un testo pseudo-ermetico che inizia col verso La vedova di sé avvolge gli alberi. La difficoltà, sostiene il Bellotti-Bon nella sua esegesi, è in quel «sé»: può esistere una vedova capace di avvolgere di sé gli alberi? «No» risponde recisamente il Perozzi, autore del volume Vedove e le loro possibilità, «Una vedova, per quanto grossa essa sia, non può avvolgere alberi». Ma, replica il Bellotti-Bon, «non dobbiamo prendere la parola vedova nel significato specifico che assume nel matrimonio. Qui vedova sta per orba, priva. Quindi la vedova di sé è la notte, o meglio, è la luce, che venendo privata di sé si tramuta in tenebre, cioè in notte. E la notte può avvolgere di sé, ossia delle sue tenebre, gli alberi». L’enigma è risolto e l’autore del verso, il poeta Faburro che ha la curiosa caratteristica di non comprendere minimamente il senso di ciò che egli stesso scrive, può ritenersi soddisfatto.
Ora, leggendo i versi di Nichi Vendola, la prima domanda che viene in mente è: che ne direbbe il Bellotti-Bon? Immaginiamolo, per esempio, alle prese con un testo come quello che segue:

Ti spio i tuoi silenzi vivi
adorni di riccioli e d’insonnia
io vengo ad incontrarti lungo i rivi
disamorato per sogno
ed unto d’altri arrivi
noi smorti in questo sonno penitenza
noi per pigrizia ancora vivi.
Lontano dai silenzi e dai declivi
ti trovo caro e caro amico caro
t’annuso vago parlo mordo e baro
domani noi saremo forse vivi

Oppure, pensiamo a quali riscontri darebbe il metodo dell’insigne studioso applicato a versi come questi:

Caleidoscopio di dolore
nera città s’adagia
ne
ll’umido pallore
di pupilla randagia

Ora, è del tutto evidente che prendendo sul serio l’ermeneutica del Bellotti-Bon si finirebbe col ridicolizzare buona parte della poesia contemporanea (e non solo): si tratta ovviamente di un gioco, che tuttavia può essere di qualche utilità. Se infatti proviamo a giocarlo con un autore di ardua comprensibilità ma che sia un poeta vero (pensiamo, per esempio, ad Andrea Zanzotto) vediamo che il gioco non funziona perché anche il lettore più sprovveduto intuisce che dietro le impervie costruzioni verbali si nascondono rivelazioni e verità definitive che possono essere dette solo in quella forma. Ma se, invece, ci troviamo di fronte a uno pseudo poeta che pensa (come è diffuso convincimento) che per fare poesia sia sufficiente mettere in fila una serie di parole possibilmente poco comuni ordinandole in righe di differente lunghezza, allora il metodo Bellotti-Bon può smascherare l’impostura e riproporre in corpore vili la classica distinzione fra poesia e non poesia.
Certo, va riconosciuto che le poesie di Nichi Vendola non sono sempre pane per i denti del Bellotti-Bon: non mancano, specialmente nella raccolta Ultimo mare (Franco Manni, 1983) momenti ricchi di dolorosa intensità e di passione vera che si impongono senza bisogno di mediazioni manieristiche all’attenzione del lettore. Per esempio Ospiti:

Black out del cuore
e un letto che gronda sudore
perle, schizzi di nulla:
rapido incontro
nella notte brulla

Oppure l’ungarettiana Le attese:

Nostalgia di noi
perduti nella folla
delle nostre solitudini

Purtroppo, l’ultimo lavoro di Vendola, Lamento in morte di Carlo Giuliani (Frilli, 2001), non conferma quanto di buono emergeva dalla produzione precedente: a partire dal titolo che, con il suo paludamento fra Jacopone e Garcia Lorca si propone subito come un concentrato di fastidiosa retorica. La situazione è poi resa ancora più pesante da una sconclusionata introduzione di Fausto Bertinotti, che con insopportabile allure politicamente corretta scrive che «la poesia oggi non è un lusso per i giorni di festa [e quando mai lo è stata?] e la cattedrale del pensiero unico è insicura e assediata [mah]. La poesia può parlare a ognuno e ognuna di questa moltitudine critica. Le poesie di Nichi spero arrivino a molti [qui manca «e a molte»] affinché molte altre se ne possano scrivere [ma che vuol dire?]».
Ma, giustamente, le colpe del padre Fausto non devono ricadere sul figlio Nichi. Il fatto è che anche Vendola fa la sua parte per trasformare questo Lamento in una goffa mitologia dell’eroe giovane e bello sottratto all’inferno di questo mondo e assunto nelle elisie sfere: roba da far rabbrividire Vincenzo Monti. Ecco l’inizio:

Carlo
al primo segnale
tu fatti più lieve ed aspetta:
la nube che sale,
il puzzo, la vetta.
Il fumo a girandola, a spruzzo
è un cielo convesso e smagrito
la ghiandola pulsa ed è un rito,
un’orgia paurosa di struzzo.
Ma l’argine è rotto oramai.
Tu aspetta (lametta, vendetta)
i tempi del mito

Anche qui, peraltro, urgerebbe il magistero del Bellotti-Bon. Si consideri, per esempio, il verso un’orgia paurosa di struzzo: non c’è dubbio che questo struzzo che si abbandona a riti orgiastici sollevi non poche perplessità, considerando anche la natura dell’animale di indole notoriamente schiva e non particolarmente incline a dissipazioni erotiche. Ma forse qui il termine «struzzo» non va inteso nel suo significato zoologico bensì come metafora del codardo, attesa la pavidità dello struzzo e la sua abitudine di nascondere la testa sotto la sabbia in caso di pericolo; di conseguenza l’«orgia paurosa» assumerà il senso di un affannoso tentativo da parte dell’animale, sopraffatto dal terrore nell’infuriare degli scontri di piazza, di nascondere la testa sottoterra, tentativo però frustrato dal fatto che le vie cittadine non sono coperte di sabbia ma di solido asfalto: ecco quindi che l’«orgia paurosa» (l’impeto di terrore che induce la povera bestia a sbattere la testa sul selciato) si trasforma in un vano rituale («ed è un rito») che ha l’unico effetto di provocare una dolorosa emicrania («la ghiandola pulsa»). È un’interpretazione che parrebbe confermata anche dal prosieguo del testo, là dove si legge la ghiandola è un rebus / un’ansia spalmata / nel bus: qui torna il mal di testa di cui però l’ingenuo struzzo, che nel frattempo è salito su un autobus per mettersi al sicuro, non riesce a capire l’origine («è un rebus») e che anzi si estende a tutti gli struzzi che per sfuggire alle violenze repressive hanno trovato rifugio sul mezzo pubblico («un’ansia spalmata / nel bus»).
Come si vede, applicando il metodo Bellotti-Bon, anche i momenti più enigmatici dell’arduo linguaggio vendoliano risultano alla fine decodificabili. Non resta allora che augurarsi con Fausto Bertinotti che Nichi Vendola possa scrivere molte altre poesie come queste, compatibilmente, beninteso, con i suoi impegni istituzionali. Ma siamo sicuri che l’onorevole Vendola, maestro in utroque iure, riuscirà a conciliare politica e letteratura ottenendo sia nell’uno che nell’altro campo gli stessi lusinghieri risultati che ha conseguito finora.

Pino Pisicchio

Certa gente scrive perché non ha abbastanza carattere per non scrivere
Karl Kraus

In apertura di questa ricerca abbiamo dichiarato il nostro proposito di occuparci degli onorevoli scrittori solo per quanto riguarda opere poetiche e narrative, tralasciando la produzione saggistica. Dobbiamo però fare un’eccezione per l’onorevole Pisicchio, se non altro per rendere conto della sua sbalorditiva capacità di scrivere una profluvie di pagine sugli argomenti più eterogenei, spaziando dalla storia all’economia, dalla filosofia alla politica, dal diritto all’urbanistica, dal giornalismo alla medicina. Nel momento in cui scriviamo la bibliografia pisicchiesca a noi nota conta ben quarantacinque titoli, fra cui spiccano Cronache della prima repubblica (1990); Il centro del Centro: per un manifesto dei moderati italiani (1992); Dell’Andro deputato: il ricordo di un buon maestro (1992); Baedeker del perfetto giornalista (1992); Il nettare di Ippocrate: breviario per difendersi dai medici e migliorare la vita (1993); L’errore del Mattarellum (1996); I Bianchi. Storia dei pensatori cattolici in tre ore e mezzo (2000); Utopie leggere: 6 modi di ripensare Bari (2003); I prescelti (2005); Controcorrente: sette proposte non conformiste per cambiare la politica italiana (2007). Ma l’opera che più ci ha colpito per la straordinaria capacità di sviluppare in uno spazio estremamente ridotto una incredibile varietà di contenuti è La mela dolce. Il diritto costituzionale alla felicità (Levante, 2002). Per l’esattezza, si tratta di ventisei temi che, distribuiti in settantasei pagine, danno una media inferiore a tre pagine per argomento. Per dare un’idea della stupefacente densità del volume riportiamo alcune delle questioni affrontate riprendendole dai titoli del sommario: «Dalla politica dell’assenza a quella dell’incombenza»; «La stagione delle Costituzioni illuministe»; «Carte dei diritti e Padri pellegrini»; «Jefferson padre della felicità; Giacobinismo e giusnaturalismo»; «La felicità vegetativa»; «Il diritto alla
bellezza»; «La felicità nel regno di Dio»; «La felicità purissima degli yogi»; «Kant: volontà versus felicità; Hegel e Marx: la storia degli uomini»; «Hobbes: nella morsa del piacere e del dolore»; «L’utilitarismo di Bentham e Mill; Rousseau: una pedagogia della libertà»; «La felicità misurabile»; «I moderni e il trionfo dell’infelicità»; «Gli ideologismi dell’uomo a due dimensioni»; «Tra Aristotele e Hannah Arendt».
Ma l’attività letteraria non esaurisce l’esuberanza dell’onorevole Pisicchio: oltre a produrre quantità industriali di volumi egli infatti è deputato, ricercatore presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari, direttore della rivista Il Centro, militante di quattro diversi partiti (Popolari, Udeur, Rinascimento italiano, Italia dei valori, non si capisce bene se in successione o in contemporanea), animatore del gruppo folkloristico I tarantolati di Barletta, presidente, allenatore, direttore sportivo e massaggiatore della società calcistica «Pisicchiese» da lui fondata, corrispondente dell’Accademia filosofica «Rocco Buttiglione» di Gallipoli, socio onorario della corale Gli usignoli del Salento, membro del Comitato per la valorizzazione del lampagione (varietà di cipolla molto apprezzata nelle Puglie); inoltre, essendo venuto a sapere che il suo conterraneo onorevole D’Alema ha creato la fondazione ItalianiEuropei, ha replicato organizzando a sua volta la fondazione PugliesiSpaziali che si propone di inviare al più presto su Marte una delegazione capeggiata da Lino Banfi. Che dire? Siamo con ogni evidenza di fronte a una forza della natura che le strutture arcaiche del sistema politico italiano faticano a contenere e che in un futuro certamente non lontano esploderà in tutta la sua potenza con effetti al momento imprevedibili ma sicuramente clamorosi (c’è chi mormora, non sappiamo con quanta fondatezza, di aspirazioni al soglio pontificio).
Ma torniamo al punto che ci interessa, ossia all’onorevole Pisicchio autore di testi creativi. Al riguardo, i repertori bibliografici riportano quattro titoli: le raccolte di liriche Diabasi (1981), Grand hotel Weimar (1991), Luna di Groenlandia (1993) e il romanzo Onorevoli omicidi (2007). Nell’ambito della produzione poetica, il libro più interessante è senz’altro Luna di Groenlandia (Levante, 1993), anche perché presenta un’introduzione di Mino Martinazzoli da cui ci sembra utile partire. Martinazzoli dunque, da quell’onest’uomo che è, avverte subito con l’abituale franchezza che «di questi tempi ci vuole un bel coraggio per un deputato ad ammettere una frequentazione con la poesia». E poi aggiunge: «Dovrebbe ricordarsi, Pino Pisicchio, che poesia e politica hanno a che fare con l’imprudenza» (ma forse voleva dire «con l’impudenza»). E in conclusione: «È una bontà, quella della poesia, che non si nega a un ascolto fraterno, che insinua e quasi costringe alla concordanza di un sentimento». Come a dire, insomma, «caro Pino, io come io farei volentieri a meno di parlare delle tue poesie che sinceramente fanno schifo, ma lo faccio come puro atto di carità cristiana» (non per nulla Martinazzoli è stato l’allievo prediletto dell’onesto Zac). A questa allarmante introduzione di Martinazzoli fa da contraltare una osannante postfazione di tale Lino Angiuli, che si esprime in questi termini: «In definitiva Pino chiede questo alla poesia: che lo aiuti nell’esercizio di un ethos avvertito come bene primario, che alimenti la capacità di distinguere l’uomo dalle ombre colorate e vuote». Questa tensione etica unita a una spietata lucidità di visione emerge senza incertezze da tutte le liriche di Luna di Groenlandia. Si legga, per esempio, questa struggente meditazione sulla fine del comunismo sovietico:

Nel cuore del cuore
nel transito sublime
delle estreme narrazioni
la madre Russia sugge
i nettari blasfemi
dei dollari grigioverdi
e delle mannequin sottili
dalle piccole tette capitaliste
modello europa.

Si noti qui come il richiamo, che non avrà mancato di impensierire l’onorevole Martinazzoli, alle «piccole tette capitaliste» faccia emergere il virile rimpianto del Pisicchio per i monumentali reggipetti di cui si ornavano le lavoratrici sovietiche. Forse è proprio la condivisione di questo rimpianto all’origine del lamento del «lupo transilvano» (trasparente metafora del proletario russo arrapato) con cui il testo prosegue:

Ulula il lupo transilvano
neghittoso satrapico opaco
di opacità ancestrali
squarciate a un tratto
un buco una bandiera
una cocacola

Ma niente paura: anche se non si possono negare le difficoltà della transizione, il futuro sarà radioso, come del resto garantiscono i grandi narratori mitteleuropei:

Ancora poca luce appare:
le grosse parole
opache ancora
nascono figli
in parabole lituane e lettoniche [forse voleva dire «lettoni»]
in sussulti mitteleuropei
elaborati già da Kafka, da Svevo,
da Joice (sic)

Varrà anche la pena notare, di passata, il prestigioso plurilinguismo del Pisicchio che accosta e fa interagire voci italiane e straniere a dimostrazione di una sicura padronanza delle lingue. Citiamo a conferma alcuni riscontri tratti da Luna di Groenlandia (che peraltro appare due volte come «Groelandia»): «Nietzche», «yachtmen», «Joice», «tank you», «liasion», «Helzappopin».
Tuttavia, pur nel ribadire l’alto profilo della lirica pisicchiesca, dobbiamo dire che a nostro avviso è nella narrativa che l’autore giunge a dare il meglio di sé. Il romanzo Onorevoli omicidi (Koinè, 2007), che ha fatto giustamente gridare alla nascita del Dan Brown italiano, ne è una prova inconfutabile. Anche in questo caso, anzi a maggior ragione trattandosi di una detective story, sarà opportuno dare qualche ragguaglio della trama. Dunque, il libro inizia con la descrizione di una giornata a Montecitorio dell’onorevole Franco Segantini, parlamentare di prima nomina molto compiaciuto di sé, del suo ruolo e del suo stipendio. Mentre il Segantini, in attesa di iniziare le sue fatiche di legislatore, dà un’occhiata ai giornali su un divano del Transatlantico, ecco che la sua attenzione viene attirata dal passaggio di una bionda assistente parlamentare: «Sollevò lo sguardo per osservare il passaggio di una assistente parlamentare bionda e procace che attraversava il piccolo mondo in chiaroscuro di quei corridoi portando appiccicato addosso un paio di jeans. “Questa sta facendo il tira-tira a qualcuno”, pensò Segantini mentre la salutava. La ragazza rispose al saluto con un sorriso: era alta e portava i tacchi a spillo. Segantini pensò che somigliava a Jessica Lange in Il postino suona sempre due volte di Bob Rafelson prima di quell’amplesso feroce con Jack Nicholson sul tavolo di cucina. La seguì con lo sguardo mentre saliva le scale facendo ondeggiare le natiche come un animale selvaggio». Come si vede, si tratta di un passo in cui l’ intensità erotica si coniuga con una raffinata eleganza formale. Tuttavia, non possiamo fare a meno di osservare che qui l’autore si perde un po’ nel generico: nonostante minuziose ricerche non siamo infatti riusciti a trovare quale sia esattamente l’animale selvaggio che abitualmente si allontana facendo ondeg
giare le natiche, al quale il testo fa riferimento. In assenza (e in attesa) di un chiarimento da parte dell’autore, non resta che avventurarsi in qualche congettura, partendo dal fatto che l’immagine suggerisce un bipede a portamento eretto: si tratta forse di un pinguino? Di un panda? Di uno scimpanzé? Lo ignoriamo, e dobbiamo dire che questa mancanza di perspicuità non giova alla qualità della pagina, per altri versi di esemplare efficacia. In ogni caso, l’onorevole Segantini prosegue la sua mattinata incontrandosi con un faccendiere che gli propone, in cambio di una generosa ricompensa, di dimettersi lasciando il posto al primo dei non eletti, un certo Trifone Sardonico. L’ onorevole Segantini, sdegnato, rifiuta. Risultato: il giorno dopo lo trovano cadavere in una toilette di Montecitorio, apparentemente vittima di un infarto. Gli subentra quindi il Sardonico, che viene immediatamente nominato sottosegretario all’Ambiente. Questo Sardonico è un interessante individuo che viene così descritto: «Nessuno sapeva di lui. Di lui ricordavano soltanto il suo motto: “Io ho un solo comandamento: va (sic) dove ti porta il culo”». Qui è chiara l’allusione al famoso romanzo di Susanna Tamaro, che potrà forse dispiacere agli ammiratori della delicata scrittrice ma che conferma quel registro di fine ironia così peculiare al Pisicchio. Nel frattempo viene trovato morto anche Tonino Panicucci, il portaborse del defunto Segantini, assassino, ladro, falsario, puttaniere, alcolista, corrotto, imbroglione, ruffiano e doppiogiochista ma fondamentalmente onesto. Queste morti improvvise mettono sull’avviso il deputato dell’opposizione Walter Petri, un integerrimo e combattivo ex magistrato che inizia a indagare aiutato da Roberta Lorenzi, giornalista parlamentare dotata anch’essa di natiche ondeggianti che sembra uno spot pubblicitario ambulante: «Inguainata in un paio di jeans di Armani, se ne stava distesa su una dormeuse di Mies Van der Rohe sorseggiando dell’Armagnac». Dopo aver subito un’aggressione da parte di un misterioso killer, i due coinvolgono nelle indagini anche l’ispettore Narducci, brillante funzionario della Polizia di Stato. Nel frattempo giunge notizia che è precipitato l’aereo privato su cui viaggiava l’ onorevole Sardonico col suo assistente: tutti morti. Ma ecco che l’onorevole Petri riceve una lettera del Panicucci, in cui il defunto confessa di avere ucciso Segantini con una iniezione letale che provoca i sintomi dell’infarto. L’episodio offre all’autore il destro per soffermarsi in una severa digressione su vita e costumi dei parlamentari: «Il parlamento italiano è una chiavica. Ci sono quelli che portavano la frutta e le verdure alla moglie del capo, leader maximo o satrapo che si voglia dire; ci sono quelli che hanno consumato la loro lingua a lustrare le scarpe del segretario; quelli che invece potevano contare sulle risorse di una bella moglie che ha svolto le migliori pubbliche relazioni con il presidente» (l’onorevole Pisicchio, con la ben nota riservatezza, non ci dice a quale categoria appartenga egli stesso). Alla fine, il caso è risolto dalla tenacia investigativa dell’ispettore Narducci aiutato dall’intuito della bella Roberta: si tratta di un losco affare gestito dalla mafia che intendeva, grazie alla complicità dei politici corrotti, mettere le mani su un traffico di smaltimento illegale di rifiuti tossici. Questo, per sommi capi, il plot di Onorevoli omicidi. Quanto agli aspetti stilistici, al lettore filologicamente più avvertito non sfuggirà la presenza di evidenti fenomeni di intertestualità. Ci riferiamo in particolare a occorrenze come «chicchesia», «i deputati chiunque», «la question time», che recano l’impronta inconfondibile dell’onorevole Di Pietro, della cui opera omnia il Pisicchio, in qualità di militante dell’Idv, è assiduo frequentatore e attento studioso. Concludiamo osservando che l’imponente mole di lavori fin qui prodotti non ha certo esaurito la vena inesausta dell’onorevole Pisicchio. Sappiamo infatti da buona fonte che egli sta attualmente lavorando a otto raccolte di poesie, sei romanzi, diciotto saggi, una proposta di riforma della legge elettorale in versione componibile da cui se ne possono ricavare altre quattro, tredici biografie di pugliesi illustri e una guida alle riunioni di condominio. Auguri e, come direbbe l’onorevole Di Pietro, ad maggiora per aspra ad astra.

Dario Franceschini

Più si cambia, più è la stessa cosa.
Alphonse Karr

Parafrasando Georges Clemenceau che sosteneva essere il patriottismo l’ultimo rifugio dei mascalzoni, potremmo dire che il realismo magico è l’ultimo rifugio degli scrittori dilettanti. In effetti il realismo magico consente all’autore di togliersi sempre dagli impicci, in quanto presenta il duplice vantaggio di non obbligare alla coerenza logica (essendo magico) né, d’altro canto, a sottoporsi a tour de force fantastici (essendo realistico). Fissando così dei confini molto elastici al suo patto finzionale con il lettore, anche l’onorevole Franceschini, adepto dichiarato di questa scuola, si è trovato avvantaggiato nella stesura del suo primo romanzo, Nelle vene quell’acqua d’argento, che, uscito in Italia nel 2006 (Bompiani), dopo avere riscosso unanime consenso in patria è stato prontamente tradotto in francese (Dans les veines ce fleuve d’argent) dando così anche a quelle popolazioni l’opportunità di conoscere uno dei nostri più interessanti esempi di politico-scrittore.
Il libro inizia con un capitolo proemiale in cui il protagonista Primo Gottardi, un uomo di mezza età che vive in una cittadina sul basso Po, è tormentato dal ricordo di una domanda che in anni lontani gli era stata rivolta dal compagno di scuola Massimo Civolani il giorno prima che questi partisse per andare a stabilirsi in un’altra città. Da allora i due non si erano più rivisti, ma ora, dopo tanti anni, Primo sente che è venuto il momento di rispondere. Una notte la moglie Maria, donna di carattere estremamente apprensivo, si accorge che il marito non si trova nel letto: impressionata «si alzò di scatto, uscì affannata dalla camera e vide Primo in piedi davanti al water». Ora, vedendo di notte un uomo in questo atteggiamento, chiunque ne dedurrebbe che stesse facendo pipì. L’ansiosa Maria, invece, pensa subito al peggio: «“Stai male?”, gli chiese sottovoce. “Sto solo pisciando”, rispose lui senza girare la testa». Secco ed essenziale, come un vero uomo della bassa. Ma Maria non è convinta: «“È la prima volta che ti alzi di notte da quando siamo sposati”, gli disse fissandolo preoccupata». Il buon Primo, che non intende per virile riserbo diffondersi su problemi di prostata, cerca allora di cambiare discorso: «Ti ho mai parlato di Massimo Civolani?», le risponde, dopodiché le racconta la storia della famosa domanda e le comunica la sua decisione di rintracciare l’amico per dargli finalmente una risposta. Ed è a questo punto che comincia la vicenda vera e propria. Infatti la mattina seguente di buon’ora Primo telefona al professor Miraglia, suo vecchio insegnante del liceo, per sentire se sa qualcosa di Civolani. Il professore gli risponde che anni prima ha ricevuto una cartolina firmata appunto da Civolani e da Scabbia, altro antico scolaro dotato di una curiosa caratteristica: «il suo sguardo profumava sempre di lenzuola bagnate e fin dai tempi della scuola Primo capiva di essere osservato dagli occhi appannati del compagno sentendo qu
ell’odore pulito di bucato» (l’appannatura degli occhi di Scabbia dipende probabilmente dall’effetto deleterio della varechina sulle cornee). Scabbia abita in un paese vicino, Cantarana, e Primo decide di andare a trovarlo. Arrivato in un pomeriggio di nebbia fittissima, riesce a localizzare l’abitazione dell’amico grazie all’odore di lenzuola bagnate e lo trova occupato a trascrivere la musica che il fratello morto gli invia dall’aldilà. Dopo una confusa spiegazione del singolare fenomeno, Scabbia riferisce di avere incontrato casualmente Civolani il quale gli ha riferito di vivere in un paese rivierasco con una donna padrona di una trattoria famosa per lo stufato di storione: lui pesca e lei cucina. Scabbia non ricorda il nome della località, ma deve essere un posto a monte di Cantarana perché Civolani, dispettoso come al solito, gli aveva fatto notare «che loro a Cantarana bevevano l’acqua in cui lui aveva pisciato». Dopo molto almanaccare, finalmente il nome viene fuori: si tratta del paese di Lenticchia, dove Primo si reca immediatamente. Lì, parlando col barbiere, viene a sapere che Civolani, conosciuto in zona come «Capocia», dovrebbe essere reperibile presso l’osteria della Nora. Trovata l’osteria e fatta conoscenza con la padrona, Primo le chiede notizie di Capocia, ma la buona donna, come tutti i personaggi del libro, anziché rispondergli a tono si abbandona a un verboso flash-back in cui rievoca i suoi complicati rapporti col Civolani: «si erano incontrati una domenica d’estate in una balera montata in golena», e via andare per cinque pagine. Alla fine si viene a sapere che, travolto dalla passione per la pesca allo storione, Capocia ha abbandonato Nora ed è andato a vivere col Bregola, il re dei pescatori della bassa. Si tratta ora di raggiungere la dimora di questo Bregola, e Primo ottiene un passaggio su un carro condotto da un certo Artioli, che è dotato nell’ordine: a) di «una faccia che sembrava una zucca» b) di «un petto ricolmo di voce tonante» c) di «mani buone». Artioli approfitta del fatto che Primo si trova sul carro alla sua mercé per propinargli con voce tonante la lunghissima storia della grande alluvione del ’54 (sette pagine), dopodiché indica con le mani buone il paese di Piano dove deve consegnare un pacco alla madre pazza del medico di Bonello (cinque pagine sulla storia del medico di Bonello). Infine, quando Primo è ormai giunto al limite della sopportazione umana, l’Artioli si ferma per cenare all’osteria. Lì c’è l’incontro con Ariodante il mago: storia di Ariodante il mago (quattro pagine), poi finalmente si va a letto. Al mattino riprende il viaggio e Artioli ne approfitta per raccontare la storia della grande secca del ’57 (tre pagine). Finalmente si arriva alla casa del Bregola: salutato l’Artioli, che risponde a cenni essendo ormai diventato afono, Primo si presenta davanti all’abitazione sperando di trovarvi il Civolani. C’è invece il Bregola, che gli dice che Capocia si trova a vendere il pesce a Riotto, dall’altra parte del fiume, e che se lo vuole incontrare deve prendere il traghetto. Primo si mette quindi in cammino insieme a un pastore che lascia nell’aria «lo stesso odore di pane caldo degli occhi dei neonati» (è una caratteristica costante dei personaggi di Franceschini avere gli occhi che odorano di qualcosa). Arrivato al traghetto, però, Primo scopre che per le cattive condizioni del tempo il fiume non si può attraversare. Non c’è che aspettare. Nell’attesa Nina, la donna del traghetto, approfitta bassamente della presenza di Primo per raccontargli la storia della propria vita (cinque pagine). Mentre ascolta ormai rassegnato al peggio, Primo si accorge che sull’altra sponda del fiume un uomo sta facendo frenetici segnali: è Civolani! In quel mentre arriva un signore che porta in bicicletta uno storione di un quintale e che vuole traghettare a tutti i costi. Dopo molte discussioni Nina alla fine acconsente e, nonostante la burrasca, tutti si imbarcano. Ma, giunti al centro del fiume, il disastro: un’onda alzata dal vento riempie la barca e lo storione rianimato dall’acqua comincia a dibattersi e a demolire lo scafo a colpi di coda. Primo è sbalzato nel fiume in piena, e mentre sta per affogare scorge Civolani che lo guarda da riva. E allora tenta di gridargli la risposta alla vecchia domanda: «Sì Massimo», avrebbe voluto dirgli, «sì, avevi ragione tu, si capisce prima quando stai per morire». E mentre cerca disperatamente di farsi sentire, la corrente lo afferra e lo travolge in un gorgo d’acqua e di fango.
Così dunque termina il romanzo, lasciando impresse nella mente del lettore le immagini indelebili del meraviglioso mondo di Dario Franceschini, un universo incantato fatto di occhi che profumano, di uomini avventurosi, di donne misteriose, di paesaggi fiabeschi, di sogni e di prodigi, di violenza e di tenerezza, a cui manca una sola cosa: la serietà.
Sul secondo romanzo dell’onorevole Franceschini, La follia improvvisa di Ignazio Rando (Bompiani, 2007), ci tratterremo meno perché oggettivamente si tratta di un testo più esile e lineare, poco più che un apologo sul fatto di vivere in un mondo popolato di pazzi che si credono normali (qui è chiaro come l’autore si sia ispirato alle riunioni della direzione del Pd). La trama è presto detta: Ignazio Rando, impiegato della regia conservatoria delle ipoteche di Ferrara, dopo trentasette anni, cinque mesi e quattro giorni trascorsi dietro una scrivania a sbrigare con diligenza montagne di pratiche polverose, ha un improvviso attacco di follia: nell’ora di massima affluenza balza sul bancone che separa gli uffici dal pubblico e comincia a camminarci sopra calpestando pratiche e documenti, mentre colleghi e utenti lo guardano esterrefatti. Dopodiché esce e scompare. Viene incaricato di rintracciarlo un collega, il ragionier Garbioni, personaggio di astioso attaccabrighe che disprezza e odia il suo lavoro e tutto ciò che vi è connesso (l’autore non lo dice, ma si capisce chiaramente che si tratta di un dirigente dei Cobas del pubblico impiego). Mentre Garbioni svolge le sue indagini, la conservatoria prende fuoco (l’incendio è presumibilmente appiccato dal Garbioni stesso) e quintali di incartamenti che giacevano negli scaffali da tempi immemorabili vanno (finalmente) in cenere: per i cittadini di Ferrara si prepara così un futuro senza verità, in cui vi saranno solo «parole, ricordi, dubbi, cause, liti infinite» (invece prima no, come sa ogni utente dei pubblici servizi). In ogni caso, le ricerche di Ignazio Rando non conducono a niente, finché il Garbioni non riceve nel bar Scandiana, il locale dove Ignazio andava abitualmente a farsi il suo mezzo litro prima della crisi, una illuminazione in cui il collega scomparso gli appare e gli rivela di essere ormai nell’altrove, dove i sogni diventano realtà, dove ogni cosa è chiara e bella, dove tutto è vero: là dove si capisce che «non ha senso aspettare la morte per arrivare a comprendere come avremmo dovuto vivere la vita». Profondamente toccato da queste parole, anche il materialista Garbioni scopre la verità e abbandona i Cobas per iscriversi alla Cisl. Il libro si chiude con il commovente lamento della madre di Ignazio, vedova Rando, che in una pagina memorabile ispirata al monologo di Molly Bloom e alla tecnica joyciana dello stream of consciousness, conclude dicendo: «Ci sono le vedove, gli orfani, ma noi che abbiamo perso un figlio come ci chiamiamo? […] Per noi è un dolore così grande che non c’è nemmeno un modo per spiegare
cosa siamo diventati». La critica si è occupata ampiamente del secondo romanzo dell’onorevole Franceschini (abbiamo contato trentasette recensioni apparse sulla stampa nazionale) cogliendovi la presenza, oltre a Joyce, di Beckett, Kafka, Borges, Pirandello, García Márquez, Melville e Freud. Ma il successo del libro (come già era accaduto con Nelle vene quell’acqua d’argento) si è allargato anche oltre i confini nazionali: La follia improvvisa di Ignazio Rando sarà infatti tradotto in francese (La folie subit de Ignace Rando), in inglese (The sudden madness of Ignazio Rando), in tedesco (Der plötzliche Wahnsinn von Ignatz Rando), in spagnolo (La locura repentina de Ignacio Rando). Ci piace anche ricordare che l’onorevole Franco Marini ne sta curando una libera versione in abruzzese (Lu jurne che ’gnazio Rando se ’mpazzò) che la protezione civile distribuirà gratuitamente ai terremotati dell’Aquila.

Walter Veltroni

Con i buoni sentimenti si scrivono cattivi libri.
André Gide

Ci sono molte ragioni per cui si scrive: lo si può fare per vanità, per interesse, per insopprimibile vocazione, per noia, per diletto. Walter Veltroni scrive per generosità, sospinto dal sincero impulso di far vincere i buoni contro i cattivi, senza però mai dimenticare che anche i cattivi possono diventare buoni e che anzi spesso quelli che sembrano cattivi si rivelano alla fine più buoni di quelli che sembrano buoni e che invece sono cattivi, ma non propriamente cattivi, solo un po’ meno buoni di quelli che sembrano cattivi essendo in realtà buoni. Per un altro verso, però, un lettore sospettoso potrebbe intravedere nella sovrabbondanza di derelitti, emarginati, reietti e sciagurati di ogni genere e grado che popolano le pagine dell’onorevole Veltroni l’indizio di una segreta vena di sadismo che, come già qualcuno ha rilevato nei romanzi di Dickens, indurrebbe l’autore a un morboso compiacimento nel rappresentare le sofferenze di vittime innocenti e indifese. Come veramente stiano le cose lo decideranno i lettori; quello che per parte nostra noi ci sentiamo di dire è che non c’è dubbio che l’onorevole Veltroni miri dritto a colpire i cuori e scuotere le coscienze senza risparmio di effetti speciali, di riferimenti all’attualità e di personaggi-simbolo, come si vede dalla sua prima opera narrativa, i racconti di Senza Patricio (Rizzoli, 2004).
Di fronte a un titolo di questa fatta, lì per lì si potrebbe pensare che il libro affronti le vicissitudini di un allenatore costretto a far giocare la squadra senza la punta brasiliana titolare. Invece questo Patricio è uno sconosciuto ragazzino a cui un anonimo babbo ha dedicato la scritta «Patricio te amo. Papà» tracciata a lettere cubitali su un muro di Buenos Aires. Perché Buenos Aires e non, tanto per dire, Frosinone? Perché, come ci spiega Veltroni stesso nell’introduzione, «un giorno della mia vita, uno qualunque, passando per una strada di Buenos Aires ho visto una scritta su un muro. Vernice colorata su una superficie senz’anima. Quattro parole: Patricio te amo. Papà». Colpito dall’insolito caso di un graffito dedicato da un padre a un figlio, l’autore ha deciso di immaginare e scrivere una serie di storie che in modi e con protagonisti diversi rendessero ragione di quel gesto. È nato così Senza Patricio, una silloge di cinque racconti lunghi che spaziano dalle avventure dei pionieri dell’aviazione alla dittatura di Videla, dall’attentato dell’11 settembre al calcio, in un tributo all’amore fra padri e figli che sorprende, commuove e fa capire perché tanti dei nostri giovani preferiscano vivere come punkabbestia piuttosto che sopportare famiglie di questo genere. Ma vediamo in breve di dare un’idea delle cinque storie immaginate dall’onorevole Veltroni.
La prima è ambientata negli anni Trenta e l’anonimo protagonista è un giovane appassionato di aviazione che aspira a diventare pilota. Si presenta così alla sede della «Aeroposta Argentina», filiale sudamericana della francese «Aéropostale», un mito nella storia dell’aviazione commerciale. Il direttore della società è un francese chiamato Tonio, ma si scopre ben presto che in realtà si tratta dello scrittore-aviatore Antoine de Saint-Exupery, il quale effettivamente per un certo periodo diresse l’«Aeroposta». Il protagonista si presenta dunque a Tonio-Antoine: «Quando entrai nel suo ufficio, un luogo meravigliosamente disordinato, mi tolsi il berretto e lo tenni fra le mani, che non sapevo dove mettere» (ma dove le doveva mettere se reggeva il berretto?). Questo Tonio è uno strano datore di lavoro. Ecco come, nel suo singolare stile telegrafico, spiega al protagonista in che cosa consistono le sue mansioni: «Non sorrida. Non ancora. Le ho detto “vedrà”. Non le ho detto “farà”. Perché lei ha, immagino, letto e visto gli aerei. Parole, fotografie. Ma un aereo è altro. È molto di più. Io voglio solamente che lei guardi. Guardi l’aereo, tutto. Guardi i comandi, le eliche, i bulloni, a uno a uno. Voglio che l’aereo sia il suo vestito, la sua pelle. Voglio che guardi intorno all’aereo, tutto. La assumo per osservare». Ben contento della comodità del nuovo impiego il protagonista, approfittando della lontananza del ministro Brunetta, inizia lietamente la sua carriera di fannullone aeronautico. Un giorno, mentre era lì che osservava i bulloni ecco che arriva un collega, Patricio, che fa la sua apparizione vestito da nazista cavalcando una moto in giacca di cuoio «in una nuvola di polvere che faticava a diradarsi». Patricio esordisce con una frase memorabile che, confessa il protagonista, «me lo rese subito simpatico: “Tu sei quello nuovo, vero?”». Segue un altro gesto originale e assolutamente imprevedibile: «e con fare cordiale mi tese la mano». Commozione del protagonista: «Patricio, con quella stretta di mano, mi entrò nel cuore e nel cervello». Il pilota si rivela veramente un grande, tanto che il narratore ammette: «Se fossi stato una donna me ne sarei innamorato. Sarei fuggito da lui, con lui, per lui» (si noti l’eco liturgica intesa ad esorcizzare certe esuberanze sentimentali fra uomini). Inizia qui un lungo flash-back in cui viene rievocata la storia di Patricio: il padre, un professore francese appassionato di volo, nel 1909 si recò con la moglie a Brescia, dove si teneva una delle prime gare aeree internazionali. Lì c’erano anche Kafka, Max Brod, Puccini e D’Annunzio, con cui il professore la sera gioca memorabili partite a scopone scientifico. Fu una vacanza indimenticabile, tanto che il professore, probabilmente ringalluzzito dalle confidenze di D’Annunzio, «nel grande letto della stanza 16 dell’albergo Paradiso concepì quella notte stessa il figlio Patricio». Conclusa la digressione, la storia passa a descrivere il sodalizio fra il pilota veterano e il novellino, postini volanti nei cieli del Sudamerica legati ben presto da un’intimità che induce Patricio a chiamare l’amico col soprannome di «papà» perché gli ricorda suo padre, anche lui dedito al curioso passatempo di contare i bulloni degli aerei. Il tutto va avanti per cinque anni finché una notte Patricio non torna: «Guardavo il cielo, quella sera c’erano poche stelle. E troppe nuvole. Aspettavo che Patricio ne bucasse una. Non successe. Non è mai più tornato». Il protagonista, però, non perde
rà mai la speranza di rivedere l’amico, e per incoraggiarlo all’atterraggio scriverà sul muro di cinta dell’aereoporto «Patricio te amo. Papà». Dopodiché si sistema a bordo pista dove resterà pazientemente ad aspettarlo per cinquant’anni: «Patricio tornerà. Io lo so. E lo aspetto. Su questa sedia. Al vento caldo, in una notte di stelle argentine». Olé.
Nella seconda storia il contesto è meno immaginoso e più legato alla drammatica realtà dei nostri giorni. Siamo infatti nell’Argentina degli anni Settanta, durante il sanguinario regime di Jorge Videla. Raùl, uno storico specializzato in studi su Marc Bloch (di cui peraltro conosce un solo libro, l’Apologia della storia), ama la giovane Laura Estrela, e «in una notte umida tra l’erba del giardino del parco Palermo» concepiscono un figlio. Uomo dalla memoria di ferro, Raùl «ricorda ancora il momento esatto in cui il bambino uscì goccia dal suo corpo di uomo ed entrò, trasformandosi, in quello di sua madre». Laura gli comunica di essere incinta mentre lui sta rileggendo per la quindicesima volta l’Apologia della storia, e insieme decidono che il figlio si chiamerà Patricio. Raùl e Laura sono però fra gli oppositori di Videla, e il giovane professore una notte viene arrestato dalla polizia politica del dittatore. Tenuto in galera e interrogato per molti mesi, Raùl risponde solo con citazioni di Marc Bloch e alla fine, per sfinimento degli aguzzini, viene rimandato a casa. Lì, oltre a ricominciare a leggere l’Apologia della storia, si mette alla ricerca di Laura che nel frattempo è sparita senza lasciare tracce. Interrogati i vicini, Raùl viene a sapere che la ragazza è stata portata via da una squadra di poliziotti in borghese guidati da «un uomo vestito di scuro, con baffetti sottili e un ghigno cattivo» (qui il lettore più accorto non esiterà a riconoscere una proiezione dell’onorevole D’Alema). Ulteriori testimonianze sveleranno la tragica verità: Laura fa parte di quelle centinaia di oppositori che il regime ha eliminato precipitandoli da aerei in volo sull’oceano. Prima di essere uccisa, però, la sventurata ragazza aveva fatto in tempo a partorire il figlio che attendeva, mettendolo al mondo esattamente il 25 giugno 1978, giorno in cui l’Argentina di Maradona vinceva i mondiali di calcio. Frattanto Videla è caduto, e Raùl può liberamente mettersi alla ricerca del figlio perduto. Ma tutto è vano, Patricio non si trova e non si troverà mai. In una notte di disperazione Raùl esce di casa e, come estrema testimonianza del suo amore, scrive su un muro la fatidica frase «Patricio te amo. Papà».
Ed eccoci alla terza storia. Qui Patricio è un giovinetto di carattere chiuso e tenace, che quando ha deciso una cosa è quella: «una volta a pranzo, avrà avuto diciotto anni, disse una frase semplice, per lui definitiva. Disse, senza alzare lo sguardo dalla minestra: “Io vado via”. La madre, donna rude e di poche parole, gli rispose: “Almeno finisci la minestra”. Nulla da fare: Patricio parte e comincia così una vita avventurosa «che lo porta lontano, Dio solo sa quanto. Ha viaggiato perché voleva conoscere. Ha conosciuto perché voleva fuggire». Nel consueto flash-back (preziosa risorsa narrativa veltroniana) affidato alla voce del padre, scopriamo che Patricio, oltre a essere testardo come un mulo, era uno strano ragazzo che invece di svagarsi col tango e col calcio si appassionava a questioni teologiche e citava abitualmente Hegel. Sconvolto dall’attentato alle torri gemelle e temendo «la rinascita di Babele» (la questione non è chiara) Patricio decide di andarsene per dare un senso alla sua vita «ricca e vuota». Le uniche notizie su di lui pervenute alla famiglia in ansia sono che gira il mondo «seguendo l’estate». Ma alla fine, quando tutto sembra perduto e ogni speranza svanita, una telefonata: «Domani sarò a casa». La prima cosa che vedrà al suo ritorno sarà la scritta che suo padre disperato aveva tracciato sul muro la sera della sua partenza: «Patricio te amo. Papà».
Il Patricio della quarta storia è una giovane promessa del futebol argentino. Il racconto comincia così: «Forse Patricio non sbaglierà il rigore. È lì, davanti al portiere che lo guarda come una gazzella guarda il leone». A questo punto l’azione si ferma per l’immancabile flash-back: Patricio ha perduto la mamma quando era ancora un bambino ed è stato quindi allevato dal babbo, uomo laborioso ma povero che tuttavia non gli fa mancare nulla e si leva il pane di bocca per tirarlo su sano e forte, vedendo in lui un futuro da grande campione di calcio: «Tutto sarebbe stato per lui, il mio campione, il mio puntero, il re d’Argentina» (se ne deduce che se Patricio fosse stato una schiappa sarebbe morto di fame). E ora finalmente, dopo tanti sacrifici, Patricio è lì che sta per battere il rigore decisivo che lo consacrerà campione. Ma chi è il portiere? Qui veramente Veltroni supera se stesso con una trovata geniale: è Osvaldo Soriano giovane, che trarrà spunto dall’episodio per scrivere il famoso racconto Il rigore più lungo del mondo. E mentre Patricio sta per tirare, il babbo decide che, comunque andrà, scriverà sul muro dell’ufficio postale nel quartiere della Boca «le parole più vere di quel giorno magico: Patricio te amo. Papà».
Quinta e ultima storia: Patricio è un adolescente solitario e foruncoloso in crisi di crescenza. Scrive poesie. È innamorato senza speranza della coetanea Conchita, la futura direttrice dell’Unità. È anche molto religioso e bravo a scuola. Il suo unico amico è padre Alvarez che però un giorno gli confida che sta per partire missionario in Amazzonia. A questo punto Patricio si sente veramente molto solo: don Alvarez è fra i selvaggi, Conchita lo tradisce con Marco Travaglio, il padre Eduardo se ne è andato pochi mesi dopo la sua nascita e la mamma non la vede quasi mai perché lavora dalla mattina alla sera per mantenere la famiglia. Per fortuna però il tempo passa e anche per Patricio arriva l’età dello sviluppo: il ragazzo «osserva incuriosito» (lo sarebbe chiunque) «la rapida evoluzione della sua materia, come cambiano le sue mani e la peluria che gli è arrivata tra il naso e la bocca». Giustamente allarmata la mamma lo porta da uno specialista che la rassicura: tutto è normale, tanto è vero che poco dopo Patricio, nonostante l’aspetto da licantropo, si fidanzerà con una bella guapa. Restano tuttavia nel giovanotto alcune manifestazioni preoccupanti, come conferma il testo quando ci rivela che «il suo cuore la notte si alzava dal letto per correre da lei». Comunque tutto finisce bene e il giorno prima di sposarsi Patricio decide di regalarsi anche un messaggio di auguri da parte del padre scomparso scrivendo sul muro davanti a casa: «Patricio te amo. Papà».
La seconda prova narrativa dell’onorevole Veltroni, il romanzo La scoperta dell’alba (Rizzoli, 2006) è un libro troppo noto (ne sono state vendute oltre duecentomila copie) perché si debba darne qui un resoconto dettagliato: basterà dire che il protagonista, il quarantenne Giovanni Astengo, lavora all’Archivio di Stato dove cataloga i diari di persone comuni che hanno riversato in quelle pagine la testimonianza della loro vita. Una persona per bene, senza grilli per la
testa, affezionato alla sua famiglia composta da una moglie in carriera, un figlio che sa a memoria tutti i libri di Calvino e una bambina down, indispensabile per l’impegno civile e la denuncia contro ogni discriminazione nei confronti dei diversi. Ma nel suo passato c’è una ferita che non si è mai rimarginata: quando aveva appena tredici anni, una domenica mattina suo padre se ne è andato via di casa per non farsi più rivedere (è caratteristica ricorrente dei padri veltroniani quella di scomparire in cerca di avventure lasciando figli, mutuo e suoceri a carico della moglie). Ossessionato dall’enigma del padre, Giovanni all’alba di una mattina di agosto invece di andare a Fregene avverte l’irresistibile impulso di tornare al vecchio casale di campagna della sua famiglia, il luogo della felicità perduta abbandonato da decenni. Giunto sul posto e addentratosi nelle stanze polverose, scopre in un angolo un vecchio telefono di bachelite. Incuriosito prova a comporre vari numeri, senza ovviamente ottenere risposta. Ma quando per gioco fa il numero della vecchia casa della sua infanzia, incredibilmente qualcuno gli risponde: «Pronto». Chi è? È la voce di lui stesso bambino: «stavo parlando con me stesso. Per qualche ragione la linea di quel telefono aveva attraversato non lo spazio ma il tempo». Grazie a questo inspiegabile fenomeno (siamo anche qui, evidentemente, nella galassia del realismo magico) Giovanni Astengo può ricostruire il suo passato e soprattutto risolvere il mistero della scomparsa del padre: dalla testimonianza di una donna che era stata la sua amante, risulta che il professor Giacomo Astengo era in realtà il capo di una colonna delle Brigate Rosse, mandante dell’omicidio politico del suo miglior amico. Sentendosi braccato dalla polizia, era fuggito (probabilmente all’estero) per non più riapparire. Ricostruito così il suo passato, Giovanni Astengo può finalmente dare un senso anche al suo presente. Questa, per sommi capi, la storia. Quanto agli aspetti stilistico-formali, qui (come anche in Senza Patricio) la lingua veltroniana si configura come un idioletto fortemente marcato dalla prevalente costruzione paratattica, dalla brevità e secchezza dei periodi, dall’abbondanza di frasi nominali, dalla densità semantica dei procedimenti analogici, da un lessico vivace e immaginoso. Un esempio per tutti: «Accendo il televisore e lo lascio muto, come un colore di traverso. E ogni tanto sposto gli occhi. E mi sembra, nel fresco del mattino, di poter vivere in pochi istanti il senso del nostro tempo. La meravigliosa possibilità dell’alba. I suoi colori che annunciano, prevedono, ingannano. Il senso lieve di un tempo come speranza. Poi quelle tinte di traverso, forti come un grido. Non ho bisogno delle parole della tv. Che è comunque muta. Vedo il rosso di colori e quell’impiastro che sono le carcasse delle auto esplose. Vedo il blu diventato grigio del mare che si riduce a onda, enorme onda. Vedo il celeste pacchiano di costumi ridotti di ballerine che non ballano». Confessiamo che al primo contatto con questa prosa abbiamo subito provato la sensazione di una forte intertestualità, della presenza decisiva di un modello ispiratore che non riuscivamo però a identificare, finché per fortunata combinazione, rovistando su una bancarella di fumetti d’annata, non abbiamo finalmente individuato l’archetipo tanto a lungo cercato: si tratta, al di là di ogni dubbio, degli albi dell’Intrepido, e segnatamente delle indimenticabili saghe di Billy Bis e dei Laramie della valle (senza peraltro escludere una qualche influenza, meno consistente ma ben documentabile, di Lone Wolf). Nonostante questo suo legame genetico con le fonti più autentiche della nostra tradizione nazionalpopolare, il romanzo dell’onorevole Veltroni è stato apprezzato anche all’estero, e in particolare in un mercato esigente e altamente competitivo come quello americano. A proposito della traduzione inglese di La scoperta dell’alba siamo in grado di rivelare un gustoso retroscena che ci è stato riferito da testimoni tanto confidenziali quanto attendibili. Dunque, nella primavera del 2006 si teneva a Roma il Festival internazionale della matematica, alla cui inaugurazione Walter Veltroni intervenne nella sua funzione di sindaco della capitale. Nell’occasione si incontrò con il famoso matematico e informatico americano Douglas Hofstadter, a cui ebbe modo di fare omaggio di una copia del suo romanzo uscito da pochi mesi. Mentre Hofstadter educatamente ringraziava, un funzionario della casa editrice colse l’occasione per chiedere allo scienziato se sarebbe stato disposto a tradurre il romanzo in inglese. Con tipica schiettezza yankee Hofstadter rispose che ne sarebbe stato onorato, ma che purtroppo non conosceva l’italiano; quando però il funzionario gli replicò che non lo conosceva nemmeno Veltroni, abbandonò ogni riserva e accettò volentieri il prestigioso incarico. Fu così che nacque The Discovery of Dawn, presentato nel settembre del 2008 all’Istituto di Cultura Italiana di New York in una commovente cerimonia alla presenza di Kathleen Kennedy, di Luciano Violante, di Gianni e Pinotto, di Rin-tin-tin, di Francis il mulo parlante, di Lassie e di altri protagonisti di primo piano del mondo della cultura e dello spettacolo.
Proprio mentre eravamo intenti a redigere queste note, siamo stati sorpresi dall’uscita dell’ultima fatica veltroniana, il poderoso romanzo Noi (Rizzoli, 2009). L’attenzione che l’opera ha suscitato, con un’ondata di recensioni e il sostegno di una miriade di presentazioni in cui si è impegnato l’autore stesso battendo a tappeto il territorio nazionale, rende forse superflua una minuziosa analisi del libro, oramai noto fino nelle più sperdute contrade d’Italia. Ci limiteremo dunque a un rapido riassunto della trama e a qualche impressione senza nessuna pretesa di organicità (anche perché la lettura delle trecentoquarantasette pagine del volume esaurisce per un periodo non breve le facoltà critiche di un normale essere umano). Quello che si può subito dire è che Noi si inserisce nel solco di una grande tradizione, quella del romanzo intergenerazionale, che conta nella letteratura italiana precedenti illustri come I viceré di Federigo De Roberto o, per venire al Novecento, la saga dei Fratelli Rupe di Leonida Repaci o Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli. Veltroni però fa qualcosa di più rispetto ai predecessori: egli infatti non si limita ad arrivare con la sua narrazione ai giorni nostri, ma con audace inventiva si spinge nel futuro giungendo addirittura al 2025. Insomma, sarebbe come vedere i fratelli Rupe alle prese con il computer o donna Teresa Uzeda in discoteca. Straordinario. Nel complesso la storia si distende in un arco di tempo di oltre ottant’anni, dal 1943 al 2025, e si divide in quattro sezioni contrassegnate ciascuna da un anno eponimo (il 1943, il 1963, il 1980 e il 2025). Protagonisti di ogni sezione sono tre ragazzi e una ragazza (rispettivamente Giovanni, Andrea, Luca e Nina) tutti appartenenti alla famiglia Noi, nome che l’autore ha scelto con ardimentosa ambiguità semantica per indicare una specifica famiglia e, insieme, l’intera collettività nazionale. Nella prima sezione (1943: l’estate) l’eroe è Giovanni, un quattordicenne romano che vive con i suoi il dramma dell’Italia distrutta dalla guerra. Il padre Alfredo, cameriere in casa di un alto gerarca, segue da vicino la crisi del regime e da fervente fascista si converte alla democrazia, non dimenticando però di aiutare nella fuga il vecchio padrone che era stato sempre buono con lui (qui l’attento lettore riconoscerà certamente l’i
nconfondibile tratto veltroniano). In quei mesi tumultuosi Giovanni Noi ha modo di assistere al bombardamento di San Lorenzo, alla visita di Pio XII, alla caduta di Mussolini, alla fuga del re e di Badoglio, all’armistizio, all’occupazione tedesca, ai rastrellamenti degli ebrei, all’arrivo degli Alleati e alla liberazione. L’ubiquità e il presenzialismo di Giovanni sono resi possibili dal fatto che egli, oltre a essere un ragazzo oltremodo curioso, possiede una bicicletta Bianchi Viaggio con la quale si sposta rapidamente dovunque ci sia qualcosa di interessante da vedere. Ecco una significativa descrizione del personaggio, nella caratteristica prosa sussultoria di Veltroni: «Era la cosa che più gli piaceva al mondo. Pedalare, con il gusto di guadagnarsi luoghi lontani, faticando. Pedalare, con il rumore della bicicletta che fende l’aria. Andare, il vento in faccia e fra i capelli. Andare, perché ovunque c’è qualcosa da scoprire. Andare, perché Giovanni aveva voglia di capire. Di conoscere, conquistare. Era curioso. Curioso di quel tempo febbricitante».
Nella seconda sezione (1963: la primavera) ritroviamo Giovanni, oramai diventato uomo e padre di famiglia, a Milano dove si è trasferito per lavorare alla Sovrintendenza come storico dell’arte. È sposato con Giuditta da cui ha avuto due figli, Andrea e Alberto. Giuditta però, figlia di genitori ebrei deportati ad Auschwitz, non è mai riuscita a superare la tragedia della sua famiglia e, colpita da terribili crisi depressive, è restata a Roma per curarsi. Ma ecco che un bel giorno arriva la grande notizia: la mamma sta meglio, si può andare a riprenderla. Così Giovanni parte per Roma col suo Maggiolino decapottabile insieme al figlio tredicenne Andrea. Il viaggio è una sorta di grand tour nell’Italia del miracolo economico, che riprende in chiave perbenista le scorribande che Alberto Arbasino faceva compiere in quello stesso anno ai protagonisti del suo Fratelli d’Italia. Qui, però, al posto dello sfrenato vitalismo dei raffinati e mondanissimi gay arbasiniani abbiamo la commossa adesione di un padre e di un figlio piccolo borghesi alle meraviglie del boom, in un succedersi di nostalgici cameos che hanno di volta in volta al centro l’Autostrada del Sole, gli autogrill Pavesi, il mangiadischi Philips, la Nsu Prinz, la Giulietta Sprint, le Seicento truccate con marmitta Abarth, le canzoni di Celentano e di Rita Pavone, di Sergio Endrigo e di Edoardo Vianello (testi riportati con ineccepibile rigore filologico), Cucciolo e Beppe, Tiramolla, il Corriere dei Piccoli, le figurine Panini, la Coccoina, l’Inter di Corso e Mazzola, le macchinine Corgi Toys e il Giro d’Italia con Adorni, Zancanaro e Balmamion: se Proust si fosse abbandonato a una tale orgia di madeleines non sarebbe sopravvissuto ai tè della zia Léonie. Come che sia, il tutto culmina con l’incontro di Giovanni e Andrea col signor Aldo, sanguigno rappresentante di elettrodomestici ed ex partigiano di Parma, che convince Giovanni a fermarsi un giorno da lui per visitare la città. Qui l’archetipo varia, perché si passa da Arbasino al Collodi di Giannettino: padre e figlio sono infatti condotti dal signor Aldo attraverso le meraviglie parmensi, con annessa declamazione di Dante (Paradiso XXXI, 112-132) da parte di Giovanni ispirato dagli affreschi del Correggio. Dopo che il signor Aldo ha approfittato dell’occasione per esporre la sua teoria del partigiano buono, che ha combattuto per la giustizia e per la libertà e non per la vendetta e che dopo il ’45 ha perdonato a tutti, il viaggio riprende sempre in chiave giannettiniana: padre e figlio si fermano infatti a San Gimignano dove visitano il Duomo, la Collegiata, il Palazzo del Podestà e altre indimenticabili opere d’arte. Mentre sono lì che ammirano gli affreschi di Taddeo di Bartolo e di Benozzo Gozzoli, ecco che si presenta un distinto signore: si tratta nientemeno che di Gianni di Venanzo, direttore della fotografia nei film di Fellini e di altri famosi registi, in quel momento impegnato proprio a San Gimignano nelle riprese del film La ragazza di Bube, diretto da Luigi Comencini e interpretato da Claudia Cardinale. Conquistato dall’intelligenza e dall’entusiasmo del piccolo Andrea (evidentemente a portrait of the artist as a young man), il di Venanzo lo invita sul set, dove il ragazzo ha modo di incontrare Claudia Cardinale e, ovviamente, di innamorarsene. Finalmente si riparte per Roma dove ha luogo l’happy end: Giovanni e Giuditta si ritrovano per riprendere insieme una nuova vita: «Andrea li guardava. Suo padre e sua madre avevano cominciato a ritrovarsi. E ora erano lì, di nuovo l’uno parte dell’altra» (in lontananza echeggia la voce di Mina che canta Città vuota).
La terza sezione (1980: l’autunno) si apre con le vicende di una coppia in crisi: ne sono protagonisti Andrea Noi, un ex sessantottino rimasto fedele ai suoi ideali che vivacchia facendo per quattro soldi il cronista di una radio libera, e la moglie Monica, donna manager in carriera con tailleur e ricco conto in banca che nei rari momenti in cui è in casa è solita deridere il marito accusandolo di essere un perditempo e un buono a nulla. Ecco un saggio delle invettive di Monica, riportate dall’autore con la consueta credibilità e assenza di ogni enfasi retorica: «A me sembrate dei frustrati che sperano di rivivere, dieci anni dopo, la loro giovinezza. Ma non lo vedi, il rosso che è restato non è più il colore della bandiera dei proletari, è quello del sangue dei morti». Andrea risponde citando i versi di una canzone di Lucio Dalla (Cara): «Cosa ho davanti, non riesco più a parlare, / dimmi cosa ti piace, non riesco a capire / dove vorresti andare/». La reazione del marito fa vieppiù imbestialire Monica (ci sembra giusto: non si risponde a una moglie inviperita cantando canzonette): «Volevate assaltare il cielo, che imbecilli. E se aveste vinto senza accorgervene? Avete conquistato il cielo, ma infilando le vostre belle bandiere nelle nuvole le avete bucate e ora vi grandina addosso» (gag strepitosa, quest’ultima dei rivoluzionari infradiciati, degna del migliore Tom e Jerry). Il figlioletto Luca (dieci anni) assiste non visto ai litigi dei genitori e da dietro la porta ne registra ogni parola sul suo portatile. Poi riascolta le registrazioni e piange. Alla fine Andrea e Monica si separano. Luca viene affidato allo zio Alberto, che però nel frattempo ha trovato lavoro nelle Brigate rosse e fra una sparatoria e l’altra non ha molto tempo da dedicare al nipote. Luca cresce praticamente solo, finché l’arresto dello zio Alberto, che si pente e intraprende un cammino di redenzione, non richiamerà Andrea al senso del dovere e alle sue responsabilità di padre. Della mamma yuppy si perdono le tracce.
Arriviamo così alla quarta e ultima parte (2025: l’inverno) costruita secondo i classici schemi della fantascienza sociologica alla Philip Dick: la protagonista è Nina, figlia di Luca Noi e di Silvia, che vive angosciata lo sfacelo della sua famiglia e dell’intera società: «La famiglia era esplosa, la società aveva spostato il suo baricentro esclusivamente lungo le ragioni e i desideri dell’individuo. I rapporti umani erano divenuti funzionali solo all’appagamento del bisogno del singolo. Il bisogno di quell’istante, forse una settimana o un mese». Smarrita in un mondo dominato da internet e dalla realtà virtuale, dove tutti sono controllati da un onnipresente grande fratello e la sola regola è quella del consumo fine a se stesso, Nina cerca di recuperare il senso della sua vita raccogliendo testimonianze della sua famiglia in una memory-card che poi abbandona su
l lungomare dove è solita trascorrere le sue giornate. Il finale è labirintico e si presta a molteplici interpretazioni: la memory-card è ritrovata casualmente da un ragazzo, un certo Ego, che la attiva e ascolta affascinato la storia della famiglia Noi. Dopodiché, chiamato dagli amici, lascia perdere e va a fare il bagno. L’incontro fra Ego e Noi resta dunque irrisolto: quale delle due istanze, quella individualistica e quella solidaristica, prevarrà? La risposta la avremo forse nel prossimo romanzo dell’onorevole Veltroni, del quale voci bene informate hanno già anticipato il titolo: Loro.

Sandro Bondi

Astuti come serpenti e candidi come colombe.
Vangelo secondo Matteo

La prima cosa che viene in mente guardando l’onorevole Bondi è una domanda: ma come fa uno così a essere un poeta? Certo, non è detto che all’esercizio della poesia siano autorizzati solo coloro che possiedono tratti fisiognomici appassionati e frementi come quelli, per dire, di un Foscolo o di un Byron, ma insomma, anche senza essere seguaci di Lombroso, l’aspetto vorrà pur dire qualcosa, e quello di Sandro Bondi a tutto fa pensare tranne che a rapimenti lirici. Ma, come si sa, l’apparenza inganna: e infatti a un’osservazione più attenta affiorano dettagli che a prima vista possono sfuggire ma che invece costituiscono da un punto di vista semiologico indizi rivelatori di assoluta rilevanza. Si faccia attenzione soprattutto all’abbigliamento dell’onorevole Bondi: egli usa indossare, sotto le decorose grisaglie ministeriali, certi maglioncini dolcevita color malva che testimoniano la presenza di una sensibilità estrosa e scapigliata, di una malcelata aspirazione a lasciarsi alle spalle l’universo sordo e grigio della politica per evadere in una dimensione di sogno e di bellezza, raffinata e insieme violentemente emotiva che richiama da vicino certe esperienze umane e stilistiche del Dolce Stil Novo. Il riferimento non è fatto a caso: si legga, a riprova, la poesia A Silvio, in cui l’allusione stilnovistica si fa assolutamente trasparente nella citazione conclusiva:

A Silvio

Vita assaporata
Vita preceduta
Vita inseguita
Vita amata
Vita vitale
Vita ritrovata
Vita splendente
Vita disvelata
Vita nova

L’intensa lirica ci permette di indicare da subito alcuni dati di fondo del linguaggio bondiano: primo, la scarsissima presenza di forme verbali a cui il poeta preferisce una successione di frasi nominali costruite con fulminante intuizione unendo un sostantivo e un aggettivo (sembra facile, ma, come diceva Marx del comunismo, è la semplicità che è difficile a farsi). Secondo, l’insistenza delle tecniche anaforiche, procedimento stilistico che nella convinzione popolare è in grado di conferire un’aura poetica a qualsivoglia enunciato. Terzo, la discrezione e quasi la ritrosia con cui vengono disvelati i sentimenti più intimi del poeta. A dimostrazione di quest’ultimo punto, ecco un altro testo fondamentale dedicato alla madre di Silvio, in cui l’identificazione della compianta signora con la Beata Vergine (e conseguentemente di Silvio con Gesù) è effettuata con delicatissime ed ermetiche allusioni metaforiche:

A Rosa Bossi Berlusconi

Mani dello spirito
Anima trasfusa
Abbraccio d’amore
Madre di Dio

Le poesie dell’onorevole Bondi, apparse sciolte sulla rivista Vanity Fair, sono poi state raccolte in due successivi volumetti, il primo sobriamente intitolato Perdonare Dio (Meridiana, 2007) e il secondo Fra le tue braccia (Aliberti, 2008), dai quali abbiamo tratto i testi qui citati. Dobbiamo dire che, al di là di un giudizio propriamente letterario, sul piano dell’immediatezza e della leggibilità la raccolta più interessante ci sembra la prima, per la sua diretta relazione con fatti e personaggi di stretta attualità. Qualche esempio:

A Fausto Bertinotti, comunista senza esserlo (definizione accolta con qualche perplessità negli ambienti di Rifondazione)

Immagini della storia
Orribile bellezza
Gloria mortale
Spenta pietà
Disperata speranza

A Giuliano Ferrara (dopo un’abbondante cena ai «Due ladroni» accompagnata da borborigmi e flatulenze)

Antro d’amore
Rombo di luce
Parole del sottosuolo
Fiume di lava

A Walter Veltroni (contemporaneamente padre, madre e figlio, nel segno della filosofia veltroniana del «questo sì, ma anche quest’altro»)

Tenero padre
Madre dei miei sogni
Anima ulcerata
Figlio mio Ritrovato
Per le nozze di Elio Vito (prima notte di nozze intercettata mediante cimici disposte dai servizi segreti)

Fra le tue braccia magico silenzio
Fra le tue braccia intenerito ardore
Fra le tue braccia campo di girasoli
Fra le tue braccia sole dell’allegria

Ma la ricca tastiera su cui l’onorevole Bondi intona i suoi canti va ben oltre la trasfigurazione lirica dell’attualità. Non gli è estraneo, per esempio, il malizioso esercizio dell’ironia, come dimostrano i versi dedicati a Luciana Littizzetto:

A Luciana Littizzetto

Sbirulino dispettoso
Celata malinconia
Capricciosa fantasia
Dolce malizia

Soprattutto, però, colpisce la vena di accesa sensualità che percorre la lirica bondiana, sempre pronta ad accendersi anche di fronte a personaggi insospettabili come l’onorevole Anna Finocchiaro:

Ad Anna Finocchiaro

Nero sublime
Lento abbandono
Violento rosso
Fugace ironia
Bianco madreperla
Intrepido mistero
Oppure, con toni ancora più audaci e quasi inclini al morboso:

A Michela Vittoria Brambilla

Ignara bellezza
Rubata sensualità
Fiore reclinato
Peccato d’amore

Crediamo a questo punto di poter indicare con sicurezza il motivo dominante della poetica dell’onorevole Bondi: è la benevolenza universale, l’abbraccio ecumenico in cui riesce a unire amici e nemici, il tratto prelatizio che superando ostilità e contrapposizioni accomuna in una solidale esperienza umana Bertinotti e Cicchitto, don Milani e Vittoria Brambilla, Anna Finocchiaro e Giuliano Ferrara, Stefania Prestigiacomo e Veronica Lario, tutti protagonisti delle sue poesie e tutti ugualmente immersi in una luce morbida e mite che inibisce qualsiasi reazione di fastidio e tanto meno di rigetto. È questa l’astuzia con cui l’onorevole Bondi rende innocui e disarmati i più accaniti avversari attraverso la candida profferta di un amore totale e incondizionato.
Va detto però che questa strategia burrosa contempla un’eccezione, isolata ma radicale: Emilio Fede. Fra i due non è mai corso buon sangue: femminiere, gavazzatore, giocatore, crapulone, incline al turpiloquio, il direttore del Tg4 non era certo fatto per piacere al pio e devoto onorevole, che anzi ha sempre visto in lui l’anima nera di Silvio, il tentatore responsabile di stravizi e trasgressioni in cui purtroppo ogni tanto il presidente si trova a inciampare con grave pregiudizio della sua immagine e soprattutto della sua anima immortale. Questa sotterranea ostilità è infine esplosa in un odio implacabile in seguito a un episodio che siamo in grado di documentare. Dunque, una sera dopo una cena di lavoro l’onorevole Bondi era riuscito a convincere Silvio a recarsi nella vicina chiesetta di Arcore per assistere alla celebrazione del mese mariano. Il presidente era in bagno che si stava dando l’ultima ravviata ai capelli con una lima, quand’ecco che si ode nell’atrio un
allegro vocìo: era appunto Emilio Fede già alticcio che arrivava dall’amico Silvio accompagnato dal consueto codazzo di veline e vallette gridanti con voci argentine: «Papi, portaci a ballare!». Poteva resistere il Cavaliere a un simile invito ammaliatore? Non poteva, e infatti, mollato su due piedi il pio Bondi, Silvio uscì saltellando con l’allegra brigata e filò verso la discoteca Hollywood per trascorrervi una nottata di sballo. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: da quella sera l’onorevole Bondi giurò odio eterno al ribaldo giornalista, distillando il suo rancore in lunghe e solitarie serate di macerazione e in tortuosi piani di vendetta di cui forse tra non molto vedremo i primi frutti. Intanto, in attesa di passare all’azione, l’onorevole Bondi si sfoga nel modo che gli è più congeniale, ossia dedicando a Emilio Fede versi velenosi per il momento ancora inediti ma dei quali possiamo offrire ai lettori una preziosa primizia che ci è pervenuta attraverso canali riservati e con cui ci piace concludere queste note:

A Emilio Fede

Lingua biforcuta
Cuor di coyote
Viscide trippe
Cervello di mulo
Faccia al posto del culo

Giunti così al termine di questa avventurosa ricognizione nei territori selvaggi della letteratura degli onorevoli ci guarderemo bene dal tentare una sintesi critica o una valutazione qualitativa: probabilmente non ne saremmo capaci, e poi di fronte alla singolarità di questi personaggi e di questi testi, nati e formati sotto la spinta di sollecitazioni così diverse e spesso del tutto estranee al milieu dello scrittore professionista, ogni giudizio di valore interno al consueto recinto della critica letteraria risulterebbe incongruo e inadeguato. Sarà invece lecito, semmai, porre qualche questione di carattere, per così dire, storico-sociologico. Per esempio: che cosa possiamo aspettarci da una classe politica che dedica una parte presumibilmente rilevante del suo tempo alle favole per bambini transgender, o al realismo magico «de noantri», o alle dichiarazioni d’amore per Michela Brambilla e Anna Finocchiaro? E quale contributo al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche dobbiamo attenderci da parlamentari che, come fa Pino Pisicchio, definiscono il parlamento della Repubblica (di cui peraltro egli fa parte da tre legislature) come una «chiavica»? E ci sarà un rapporto fra cattiva letteratura e cattiva politica, oppure si può essere insieme buoni politici e pessimi scrittori? E ancora, come giudicare, a fronte di una così ricca messe di testi creativi, la persistente assenza di studi economici, giuridici, storici, sociali, scientifici, insomma attinenti alle questioni specifiche di cui gli onorevoli sono chiamati a occuparsi? E infine, che pensare di un ceto intellettuale (giornalisti, critici, editori, accademici) che non perde occasione per manifestare la propria devota ammirazione per i letterati del palazzo?
Lasciamo le risposte, come direbbe Gadda, ai sagaci lettori e alle stupende lettrici.

(18 giugno 2010)

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