Le ombre del decreto Bankitalia
Guglielmo Forges Davanzati
Il Ministro Saccomanni ci assicura che il decreto che consente l’aumento di capitale della Banca d’Italia non è un “regalo alle banche” (come nell’opinione delle opposizioni), ma un provvedimento necessario per conferire maggiore stabilità patrimoniale alle banche italiane e per reperire risorse – tramite tassazione delle stesse – per cassare definitivamente la seconda rata IMU.
Per provare a fare chiarezza sulla questione, occorre una puntualizzazione preliminare. E’ opinione diffusa che gli Istituti di credito non facciano altro che raccogliere risparmi ed erogare prestiti a imprese e famiglie. Si tratta di una tesi errata sul piano logico e fattuale: il sistema bancario nel suo complesso può creare moneta senza incontrare vincoli di scarsità, ovvero senza aver bisogno di una preventiva raccolta di depositi.
Ciò a ragione del fatto che, essendo la moneta una pura convenzione sociale (ovvero, si accetta un’unità monetaria solo in quanto si sa che verrà accettata da altri), il suo costo di produzione è prossimo allo zero; e ogni risorsa la cui produzione non comporta costi è producibile ad infinitum. La convinzione che le banche agiscano come pure intermediarie attiene semmai al piano normativo, ovvero a ciò che si ritiene dovrebbero fare[1].
In tal senso, appare corretta l’interpretazione secondo la quale la rivalutazione del capitale di Banca d’Italia – che è e resta un Istituto di diritto pubblico – altro non è se non un trasferimento di risorse pubbliche alle banche private che partecipano (senza diritto di gestione) al suo capitale, ovvero una “privatizzazione del signoraggio della moneta legale”[2]; privatizzazione dalla quale – da questo provvedimento – traggono il massimo beneficio Banca Intesa, Unicredit e Assicurazioni Generali.
Il dibattito politico sulle misure di finanziamento pubblico del sistema bancario (del quale il provvedimento su Bankitalia è l’ultimo in ordine di tempo) ruota, in ultima analisi, intorno a questa domanda: esistono criteri oggettivi (o quantomeno affidabili) per quantificare il grado di “sottocapitalizzazione” di una banca? Se la risposta fosse affermativa e se la banca fosse effettivamente sottocapitalizzata, potrebbe essere ragionevole utilizzare risorse pubbliche per accrescerne il capitale, sia per tutelare i risparmiatori, sia per fornire credito per finanziare investimenti e consumi. Ma due considerazioni inducono a dubitare della ragionevolezza di questi interventi.
1) Nonostante i numerosi provvedimenti di “ricapitalizzazione” di banche effettuati negli ultimi anni in molti Paesi OCSE, e nonostante queste operino in un contesto di politiche monetarie fortemente espansive, l’offerta di credito a imprese e famiglie si è costantemente ridotta dal 2008 a oggi. La principale causa di questo fenomeno la si può rintracciare nella caduta della domanda aggregata, indotta soprattutto dalle politiche di austerità. La riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento dell’imposizione fiscale), riducendo i mercati di sbocco, ha ridotto i profitti delle imprese, fino a determinarne il fallimento. E’ aumentata, a seguire, la rischiosità dei progetti di investimento, con conseguente contrazione dei finanziamenti alle imprese. In più, le banche hanno trovato più conveniente far profitti mediante la speculazione sui mercati finanziari e l’acquisto di titoli del debito pubblico. Da ciò si può dedurre che la ricapitalizzazione del settore bancario non è una strategia efficace per contrastare la restrizione del credito.
Più in generale, si può rilevare che una politica monetaria espansiva non associata a una politica fiscale espansiva è del tutto inadatta a creare le condizioni per un aumento dell’offerta di credito e per la crescita dell’occupazione, e che in un assenza di crescita economica non vi è da aspettarsi che – solo perché dispongono di maggiori capitali – le banche inondino di liquidità il sistema. D’altra parte, in una fase recessiva caratterizzata dal peggioramento delle aspettative di profitto, sono le stesse imprese a domandare meno credito.
2) Neppure si può sostenere, con assoluta certezza, che una banca necessita di essere ricapitalizzata, dal momento che i criteri di misurazione del rischio – applicati al settore bancario – sono significativamente diversi fra loro, e possono dar luogo a risultati diversi. Questa conclusione, pur di carattere generale, deve ovviamente tener conto dell’eventualità che diversi criteri di misurazione della sottocapitalizzazione bancaria possano dar luogo a risultati uguali. Per ciò che è dato sapere, vi è convergenza sul fatto che, in Europa, il sistema bancario italiano non è sottocapitalizzato e lo è, invece, quello tedesco.
In questo scenario, si è ritenuto opportuno accelerare la costituzione dell’unione bancaria europea. Nelle intenzioni dei promotori, essa costituirebbe uno strumento necessario ed efficace per intervenire laddove si prefiguri il fallimento di banche dei Paesi aderenti, attingendo a un fondo che le banche stesse contribuiscono ad alimentare, evitando in tal modo che l’onere del salvataggio ricada sui contribuenti[3]. E tuttavia, alla luce della dubbia affidabilità dei criteri di misurazione della capitalizzazione bancaria, l’operazione suscita una duplice perplessità.
a) Se è vero che sono le banche tedesche quelle maggiormente sottocapitalizzate, il meccanismo ipotizzato potrebbe tradursi nel trasferimento di denaro dai Paesi periferici dell’eurozona (Italia in primis), nei quali è minore la probabilità di default di Istituti di credito, ai Paesi centrali, accentuando i disequilibri all’interno dell’Unione Monetaria.
b) Non è chiaro – se non adducendo motivazioni esclusivamente ideologiche[4] – per quale ragione una banca prossima al fallimento debba essere “salvata” da altre banche e non direttamente dallo Stato, assumendone proprietà e controllo. Nel primo caso, si tratterebbe di una partita di giro, che probabilmente eviterebbe crisi bancarie, ma che non aggiungerebbe liquidità al sistema. Nel secondo caso, la probabilità di crisi bancarie sarebbe sostanzialmente nulla e, anche ammettendo – il che è tutto da dimostrare – che la gestione pubblica è meno efficiente di quella privata, la quantità di credito erogato non potrebbe che essere maggiore. In generale, come evidenziato fin dal 2008 da Paul Krugman, la nazionalizzazione ha effetti positivi sulla stabilità del sistema.
D’altra parte, casi di nazionalizzazione di banche ci sono stati e, in loro assenza, quando si è reso necessario, nessun Governo si è sottratto dalla responsabilità di immettere fondi pubblici nei bilanci di banche in difficoltà, a carico dei co
ntribuenti[5].
NOTE
[1] Sulla questione si rinvia, fra gli altri, a Cardim de Carvalho, F.J. (2012). Aggregate savings, finance and investment, “Intervention”, vol.9, n.2, pp.197-213.
[2] E’ questa la definizione datane da Claudio Gnesutta nell’articolo su “Sbilanciamoci” qui richiamato. Sulla definizione di signoraggio, si rinvia a quanto scritto dalla stessa Banca d’Italia: “Per signoraggio viene comunemente inteso l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Per le banche centrali, il reddito da signoraggio può essere definito come il flusso di interessi generato dalle attività detenute in contropartita delle banconote (o, più generalmente, della base monetaria) in circolazione”. Nel bilancio delle banche centrali, questo reddito è incluso nella definizione di "reddito monetario". V. http://www.bancaditalia.it/bancomonete/signoraggio.
[3] Per gli aspetti tecnici della questione, si rinvia a http://www.lavoce.info/unione-bancaria-europea-crisi-bancaria-bail-in-titoli-di-stato/
[4] E se non adducendo esplicitamente motivazioni (estranee alla razionalità economica) che rinviano alla tutela degli interessi degli azionisti.
[5] Fra i casi di nazionalizzazione di banche, si può ricordare quanto fatto dal Governo Britannico per la Northern Rock, acquisita dal Tesoro nel 2008 (e venduta a Virgin Money nel 2012). E’ emblematico il caso Monte dei Paschi di Siena per gli interventi pubblici di salvataggio. Il caso Lehman Brothers ha sue peculiarità, per le quali si rinvia a http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/contagio-strategico/
(12 febbraio 2014)
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