L’egemonia del ciarpame

Pierfranco Pellizzetti

Quando nel 1994 Karl Popper (di cui tanto avevamo amato “La società aperta e i suoi nemici”) pubblicò la controversa saggina “Cattiva maestra televisione”, con cui invocava la censura per le trasmissioni TV in quanto diseducative dei bambini, molti di noi pensarono a una forma di indurimento arterioso dell’anziano epistemologo liberal-riformista. Alle sue tesi apocalittiche in materia di new media rispondevamo che la tecnologia è per sua natura neutrale; ancora alla fine degli anni Novanta lo studioso del WEB Franco Carlini definiva “datata e piuttosto bigotta” la contrapposizione tra virtual life e real life.

Poi è successo qualcosa, che ci ha costretto a cambiare drasticamente parere. La percezione di un processo in atto assai più inquietante delle crudezze esposte a sguardi innocenti. Semmai, una mastodontica operazione di potere che utilizzava con assoluta spregiudicatezza le potenzialità insite nei nuovi strumenti di informazione, comunicazione e intrattenimento a puro scopo di dominio. Ovvio citare – al riguardo – Michel Foucault, visto che l’intellettuale francese è stato tra i primi a esplorare le strategie di “sottomissione dei corpi per mezzo del controllo delle idee”.

Due recentissimi volumi analizzano gli effetti anche di costume derivati da questa epocale operazione di conquista. Il primo ("Il mondo non è una pesca – frammenti di informazione globalizzata", Socialmente) raccoglie il settimanale bloc-notes di Giuliano Galletta, storico cronista culturale de Il Secolo XIX; il secondo ("L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al Gossip", Einaudi) analizza – ad opera del giovane semiologo Massimiliano Panarari, docente di Analisi del linguaggio politico all’Università di Modena e Reggio – le forme egemoniche dell’immaginario canalizzate dal tubo catodico.

In modalità diverse, una denuncia comune; sintetizzata con efficacia da Moni Ovadia prefacendo il testo di Galletta: “dilagano senza argini come un’epidemia forme di stupidità di massa, magari in forma tecnologica o digitale e l’impressionante crescita di possibilità di accesso al ‘mondo’ invece di migliorare l’intelligenza di noi stessi, la ottunde. L’ipertrofia dei processi virtuali ci sottrae la capacità di dare senso alla nostra esistenza e ci fa regredire a meccanismo di processi socioeconomici che noi stessi abbiamo innescato senza prevederne gli esiti”; diffondendo una sorta di weltanshauung pop in cui – secondo Panarari – la TV della pubblicità e delle ballerine scosciate “ha commesso il ‘delitto perfetto’ ai danni della realtà, inaugurando la stagione della fine della storia”.

Dunque, la creazione di un eterno presente gabellato come il migliore dei mondi possibili, quale paravento per ciclopiche operazioni di accaparramento di ricchezza a vantaggio dei controllori nella produzione di contenuti e dei gruppi finanziari loro alleati: la stagione thatcheriano-reaganiana, che ha ridisegnato il mondo liberando il Turbocapitalismo dai vincoli regolativi del trentennio precedente. Che per ottenere i risultati prefissi ha riconfigurato la stessa composizione sociale frantumando l’antico “blocco newdealista”, supporto di intere stagioni politiche democraticamente inclusive; accantonando la politica e le sue pretese di governare/regolare gli spiriti animali.

Galletta e Panerari ne esplorano gli effetti dall’angolo visuale del costume. Quello che ne emerge è una sorta di clamorosa legittimazione del becero (qualcuno lo chiamerebbe “ciarpame”) come norma costitutiva di una nuova Costituzione Materiale che mette al bando con la cultura qualunque esercizio dello spirito critico: le esibizioni cafone della possessività nelle sue forme più dissipatorie e trucide quali modalità di accreditamento dello stile auspicabile. Legittimate per consentire a quanto Giulietto Chiesa chiama “il ponte di comando” di proseguire indisturbato nella propria opera di occupazione colonizzativa.

Gramscianamente – sull’esempio di Panarari – potremmo parlare di costituzione del nuovo Blocco Storico a supporto del Principe: la coalizione tra sistema mediatico e Capitale globalizzato. Che si impone diffondendo una parola d’ordine ad acronimo: TINA (there is no alternative, non ci sono alternative). Noam Chomsky la definisce “il nuovo fascismo del XXI secolo”. Ancora più acuminato Galletta: “il problema attuale non è più la lotta della democrazia contro il fascismo ma quello del fascismo nella democrazia”.

– Giuliano Galletta, "Il mondo non è una pesca – frammenti di informazione globalizzata", Socialmente, Granarolo nell’Emilia 2010

– Massimiliano Panarari, "L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al Gossip", Einaudi, Torino 2010

(16 luglio 2010)

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