Letta-Napolitano, chi tocca i fili muore

Alessandro Gilioli

I 101 del Pd che impallinarono Prodi aprirono la strada alle larghe intese. La votazione sulla Cancellieri di ieri ha confermato l’asse tra l’attuale premier e il Quirinale: di mezzo gli interessi di poteri economici (cullati da VeDrò) e del Vaticano. Ecco così il sostegno di Alfano & Co. Mentre Renzi – in un Pd balcanizzato – ha rimandato l’attacco al castello al dopo l’8 dicembre e l’immortale B. ha preso la china di una destra sempre più populista.

C’è un filo tutt’altro che esile che collega il 20 aprile al 20 novembre. In quella giornata di primavera successiva all’impallinamento di Romano Prodi, è stata spalancata la porta a un nuovo ordine di potere basato sull’asse tra Giorgio Napolitano (confermato al Quirinale) ed Enrico Letta (subito nominato a Palazzo Chigi). Ieri, il blocco in questione, ha comunicato all’Italia di ritenersi intoccabile.

In mezzo sono accadute molte cose, che hanno allo stesso tempo aumentato e dimostrato la capacità centripeta del nuovo asse. Ad esempio, quello che doveva essere un “governo di servizio” e “a termine” è rapidamente diventato un esecutivo politico e senza scadenza; l’establishment democratico che lo aveva inizialmente appoggiato tra imbarazzi e mugugni ci si è accomodato fino ad aggrapparvisi; mezzo Pdl è stato attratto nella sua orbita al punto di lasciare il Capo carismatico per investire lì il proprio futuro.

L’ultimo atto è stato appunto la fiducia a Cancellieri, il cui valore simbolico, in quanto prova di forza, va molto oltre la salvezza del ministro: si è trattato soprattutto di un’esibizione muscolare, di un messaggio d’inespugnabilità della roccaforte costruita in questi sette mesi.

Fin dall’inizio – e ancora nei giorni scorsi – si è visto come alla base di questo asse ci sia, fondamentalmente, un elemento: il ricatto. Prima per il Quirinale: caduto Prodi, «non c’era alternativa» al Napolitano bis se non il caos, la notte della democrazia, la guerra civile, l’invasione delle cavallette. Con la stessa logica sono state presentate le larghe intese: «Nessun’altra alleanza è possibile, c’è lo spread, l’asta dei Bot, se non si fa il governo si finisce come la Grecia». Fino all’aut aut presentato dal premier l’altra sera all’assemblea del gruppo democratico: «Se fate cadere Cancellieri, fate cadere l’esecutivo e portate il Paese alle elezioni proprio alla vigilia della presidenza Ue». In mezzo, il mantra ripetuto all’infinito della “stabilità” e della “responsabilità”, divenuti alibi di fronte ai quali nessuna opposizione è più possibile e ogni battaglia civile ed etica – come quella su Cancellieri – deve inevitabilmente infrangersi e trasformarsi in risacca.

In questo senso, le cronache i retroscena di quanto avvenuto nella riunione del gruppo parlamentare del Partito democratico, il 19 sera, sono agghiaccianti. Il capogruppo Roberto Speranza che chiede di non aprire neppure il dibattito. Il presidente del Consiglio Enrico Letta che parla solo tre minuti: non c’era bisogno di alcuna argomentazione politica, il premier era semplicemente lì a compiere un’estorsione. Il candidato alla segreteria Gianni Cuperlo che immediatamente si adegua e riceve lo scrosciante applauso di almeno duecento deputati. Il rappresentante dei renziani Paolo Gentiloni che capisce di non avere più margini e rinuncia a presentare l’ordine del giorno contro Cancellieri che lo stesso Renzi in mattinata aveva preparato. Infine, l’outsider Pippo Civati che parla nel gelo, tra le smorfie e le risate dei più, capitolando rapidamente.

Chi tocca i fili muore, insomma. E i fili, adesso, stanno tra Palazzo Chigi e il Quirinale, con diverse estensioni altrove: dai poteri economici che Letta ha cullato già dai tempi di VeDrò fino a quei pezzi di Vaticano che hanno promosso la nascita del partito di Alfano, Formigoni e Giovanardi.

In tutto questo, a pochi giorni dall’8 dicembre, resta da capire non tanto quali saranno le mosse di Renzi, ma soprattutto quali sono le sue intenzioni.

Secondo i suoi, è come un condottiero che ha stretto l’assedio del castello, ma il 20 novembre ha capito che le mura sono ancora troppo solide, quindi ha deciso di rinviare l’attacco a primarie vinte. Si tratta di un’ipotesi possibile, certo. Anche se nelle sue divisioni hanno fatto ingresso – in massa – ingenti truppe già nemiche e pronte a giocare di nuovo in proprio: parliamo di quasi duecento parlamentari e di colonnelli che, oltre a occupare i gangli vitali del Pd, sono fortemente intrecciati con l’attuale asse di potere Palazzo Chigi-Quirinale: a iniziare da Franceschini. Che cosa farà, il sindaco di Firenze, quando sarà segretario, con questi suoi pelosi supporter dell’ultima ora? Se sceglierà la strada della mediazione, è probabile che sia il castello a ingoiare lui e non lui a conquistare il castello.

Il tutto è reso ancora più incerto da quello che si rivelerà essere, nelle scelte politiche concrete, il "contenitore Renzi". Perché, ad esempio, è facile dire in tivù «se fossi stato segretario, Cancellieri non l’avrei salvata»: più difficile è scegliere di farlo, quando si è il segretario, accettandone le eventuali conseguenze. Ma più in generale tutt’altro che precisa sembra essere l’identità politica che il sindaco di Firenze intende dare al partito e al centrosinistra che vuole guidare, aldilà della confezione nuovista e del (fondatissimo) obiettivo di far fuori l’attuale establishment. Di vaghezze simili, trent’anni fa, in America, esplose la bolla di un leader che per molti aspetti aveva anticipato il fenomeno e l’entusiasmo suscitato da Renzi: Gary Hart.

E c’è chi non aspetta altro, come il redivivo Massimo D’Alema, tornato nei talk-show a minacciare contro Renzi una guerra che rischia si somigliare a un cecchinaggio continuo, dai tetti e da dietro i muri. Di questo tipo di conflitti del resto D’Alema è esperto, se non maestro: e proprio lo scorso aprile se n’è avuta l’ultima conferma.

Lo scenario di un Pd trasformato in una nebbiosa Bosnia, tra l’altro, rischia di essere ancora più concreto se la vittoria di Renzi avverrà con uno scarso afflusso ai gazebo e – soprattutto – con una percentuale sotto il 50 per cento: per regolamento, in questo caso il segretario non è più automaticamente il vincitore delle primarie, ma viene scelto (con un ballottaggio fra i due più votati) dall’assemblea emersa dalle liste collegate dai diversi candidati (articolo 11, comma 4). Se si concretizzasse questa eventualità, ogni corrente, sottocorrente e cordata avrebbe modo di alzare la testa e far pagare dazio.

E di qui si arriva presto al punto interrogativo più grande, cioè le modalità della scelta del nuovo candidato premier del Pd. Il segretario uscente Guglielmo Epifani, pochi giorni prima del grottesco intervento a Montecitorio sul caso Cancellieri, ha detto che Letta avrebbe tutte le carte per contrapporre il proprio nome a quello del prossimo segretario. E lo statuto del partito, con le sue possibili variazioni in corso d’opera, è lontano dall’essere una garanzia che questo non avvenga. Con conseguenze che ora si fatica perfino a immaginare.

Intanto, però, fuori dalla bolla democratica accadono molte altre cose, che rendono le prospettive ancora più complicate e inquietanti.

Ad esempio, la riedizione di Forza Italia si appresta a diventare la versione italiana di quella destra populista che in altri
Paesi sta sfondando, a iniziare dalla Francia. Con l’aggravante che da noi è dotata del gigantesco apparato mediatico ed economico che fa capo al suo proprietario. È così che alle prossime elezioni Berlusconi cercherà di pescare nell’elettorato “anti Casta”, “anti tasse” e “anti euro” che a febbraio ha in parte scelto il Movimento 5 Stelle. Con l’obiettivo di svuotare il partito di Grillo e proporsi come unica alternativa a un centrosinistra i cui equilibri – ma soprattutto i cui ideali e obiettivi di cambiamento in termini di diritti civili e sociali – sono, appunto, sempre più incerti.

(21 novembre 2013)



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