Lettura e civiltà

Pierfranco Pellizzetti

Scrive Albert Hirschman: “Ceci tuera cela [questo ucciderà quello] è il titolo di un famoso capitolo del romanzo di Victor Hugo Notre-Dame de Paris. Qui ceci sta per la stampa e il libro, che – spiega Hugo – con l’invenzione dei caratteri mobili soppianterà cela, cioè le cattedrali e le altre espressioni dell’architettura monumentale, nel ruolo di principale veicolo della cultura occidentale. Molto più recentemente, un analogo tracollo è stato annunciato per il libro medesimo: secondo Marshall McLuhan, la stampa e l’industria editoriale – mezzi ‘lineari’ – erano a loro volta condannati all’obsolescenza dinanzi all’affermarsi dei ‘circuiti elettrici’, e segnatamente della televisione” (Retoriche dell’intransigenza, Il Mulino, Bologna 1991 pag. 122).

Il vecchio saggio di Princeton liquida queste affermazioni perentorie con una battuta fulminante: “le profezie si rivelano assolutamente esatte… salvo quando non lo sono”.
Parlare del libro, di questo manufatto la cui ergonomia si è affinata in due millenni di storia umana al punto di renderlo difficilmente soppiantabile, significa affrontare il tema di una pratica fondamentale per la storia della mentalità chiamata lettura.
In questa sede lo si fa registrando la singolare conversazione ininterrotta, lungo l’arco temporale di quindici anni, che lega tra loro due libri: Storia della lettura di Guglielmo Cavallo e Roger Chartier (Laterza, Bari 1995) e Il futuro del libro di Robert Darnton (Adelphi, Milano 2011).

Il primo raccoglie saggi di autori diversi ed è curato da due storici europei (Guglielmo Cavallo della romana La Sapienza e Roger Chartier della parigina École des Hautes Études), il secondo ripropone vari interventi dello studioso americano di Harvard (che tuttavia mantiene fortissimi legami scientifici e affettivi con il Vecchio Continente. “E Parigi… Parigi è il paradiso”, annota Robert Darnton a pagina 87 del suo testo). Ma sempre concentrando l’attenzione sul rapporto testo-fruitore.

Un rapporto decisivo per il consolidarsi della Civiltà quale noi la conosciamo, possiamo concepirla, nel passaggio dal discorso parlato a quello scritto. Dalle conseguenze che “la lettura visiva ebbe per il formarsi di una coscienza critica” (Cavallo-Chartier) fino al suo ruolo nell’influenzare il “modo di pensare di persone appartenenti a una cultura fondata su premesse diverse dalle nostre” (Darnton). Proprio perché comune a tutti gli autori è la consapevolezza che l’approccio al libro e le pratiche di lettura si sono profondamente modificate nel tempo: l’oralizzazione dell’opera scritta, nella lettura in pubblico dei primi alfabetizzati greci, che gradatamente diventa lettura silenziosa nelle grandi biblioteche del tardo medioevo, che riprendono la pianta della chiesa gotica e segnano il passaggio dall’isolamento monastico alla nuova fase urbana.

Nasce anche così il Moderno, accompagnato dalle grandi trasformazioni nel modo di leggere. Su cui insistono Cavallo e Chartier, indicando almeno tre “rotture rivoluzionarie della lettura”:
1. la creazione di nuovi supporti grazie ai caratteri mobili e il torchio da stampa (l’invenzione di Gutenberg) che abbatterono i costi di fabbricazione consentendo la circolazione dei prodotti tipografici su una scala prima impensabile;
2. la svolta quantitativa settecentesca diventata qualitativa, grazie alla nascita dell’industria libraria che scatena una vera e propria corsa alla lettura (ad esempio, quella “rabbia di leggere” che si impadronisce della Germania al tempo di Goethe);
3. la smaterializzazione del testo grazie all’elettronica nell’odierno passaggio di millennio, che consente al lettore un ruolo attivo quale mai in passato, al limite di farsi coautore.

Rotture che non possono mai prescindere dal ruolo originario dell’alfabetizzazione, riconosciuto persino dal suo primo critico, Platone: quello della conservazione di un elaborato orale, sottratto ai limiti di immagazzinamento della memoria umana. E al riguardo Darnton ribadisce la funzione irrinunciabile della carta (“il miglior sistema di conservazione che sia mai inventato è antiquato e premoderno”).

Le minacce per il libro non giungono dalle nuove tecnologie (questo NON ucciderà quello), semmai dall’indebolimento della capacità di fruirlo; la crisi è tutta sul fronte delle pratiche, della lettura. Da qui i nuovi “nemici del manufatto” quale strumento al servizio del pensiero, che Armando Petrucci indica nel saggio conclusivo del volume coordinato da Cavallo e Chartier: “l’analfabetismo crescente nelle aree urbane e quello del progressivo abbassamento del livello della preparazione scolastica degli studenti medi ed universitari delle scuole pubbliche: in realtà due aspetti diversi del medesimo fenomeno” (“Leggere per leggere: un’avvenire per la lettura”, pag. 420).

Ma questo diventa un altro problema, di ancora più vaste dimensioni. Il problema del futuro non del libro, quanto dell’intera civilizzazione umana.

Guglielmo Cavallo e Roger Chartier, Storia della lettura, Laterza, Bari 1995
Robert Darnton, Il futuro del libro, Adelphi, Milano 2011

(11 ottobre 2011)

Condividi Bookmark and Share



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.