Liberalismo ideale e liberalismo reale
Stefano G. Azzarà
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Da molto tempo Pierluigi Battista denuncia la refrattarietà delle culture filosofico-politiche italiane a riconoscere l’intangibilità delle libertà personali e il primato dell’individuo, assieme al pervicace attaccamento del nostro “costume di casa” allo Stato interventista (la sinistra), agli interessi corporativi e di categoria (la destra), ad una comunità spirituale che guarda ad un orizzonte sovraordinato rispetto a quello laico e pluralistico della mondanità (il pensiero cattolico). E non c’è dubbio sul fatto che la sua ironia sulla superficialità con la quale, subito dopo il crollo del Muro di Berlino, gran parte dell’intelligentsja nazionale si è frettolosamente riposizionata, autoattribuendosi una patente di liberalismo, colga con efficacia nel segno.
È, la sua, un’insofferenza che si lega ad un’altra esigenza non meno importante: il rimpianto non rassegnato per una rivoluzione liberale che fosse in grado di modernizzare il paese ma che sinora è mancata. Nel suo ultimo intervento, però (La fine dell’illusione liberale, “Corriere della Sera – La Lettura”, 29 gennaio 2012), Battista va oltre questo discorso, sino a denunciare il dilagare di una deriva illiberale globale che ha contagiato persino una delle patrie più antiche del liberalismo stesso, gli Stati Uniti. Qui, e non solo qui, «nel nome della sicurezza si limita e si comprime la libertà di tutti, come è avvenuto con il Patriot Act all’indomani dell’11 settembre» e per dare il loro contributo alla lotta contro il terrorismo i liberali americani «sono stati acquiescenti persino con la tortura».
Ha ragione Battista nel sottolineare soprattutto quest’aspetto, deplorando il fatto che «in guerra, che richiede silenzio e disciplina, la critica liberale è fuori posto». A questo punto, però, egli finisce – in maniera involontaria ma a mio avviso meritoria – per sollevare una questione che investe l’intera storia del liberalismo, una tradizione che ha sempre saputo confrontarsi pragmaticamente con crisi storiche acute anche mettendo in discussione quell’idea di libertà negativa che era stata teorizzata da Benjamin Constant e ridefinita nel Novecento da Isaiah Berlin. Perché se il discrimine tra ciò che è liberale e ciò che non lo è viene misurato dalle «meraviglie dell’habeas corpus», ovvero, come dice Battista, dall’«idea stessa di un ambito individuale protetto dalle incursioni del potere pubblico», allora è innegabile che questa definizione taglia fuori dall’ambito del liberalismo interi periodi della storia dell’Inghilterra e degli Stati Uniti.
Esclude cioè almeno quelle fasi nelle quali questi paesi sono stati alle prese con la guerra (per non parlare della Guerra di Secessione americana, diretta dal “giacobino” Lincoln, possiamo limitarci alla Prima e alla Seconda guerra mondiale, due momenti che hanno comportato drastiche misure di controllo e irreggimentazione dell’opinione pubblica ma anche operazioni di deportazione e internamento di interi gruppi etnici). Oppure con conflitti politico-sociali particolarmente intensi (pensiamo ai metodi di repressione dei movimenti socialisti e anarchici negli Stati Uniti nei primi decenni del Novecento e poi al maccartismo). Oppure ancora, guardando più indietro nel tempo e tornando ad epoche “fondative”, con l’esigenza pressante – se è consentito usare un’argomentazione che spesso viene riferita alle pagine più tragiche degli esperimenti socialisti – di sviluppare le forze produttive (penso alla scarsa considerazione verso l’intangibilità della sfera privata nelle Poor Laws inglesi, promulgate in nome della sicurezza sociale; oppure alla lunghissima persistenza nel mondo anglosassone della schiavitù legale, che da Grozio a Locke è stata giustificata anche tramite il diritto di guerra e che non può certo essere considerata in particolare sintonia con l’habeas corpus…).
Ma, continuando il ragionamento, lo stesso si potrebbe dire dell’altro fondamento del liberalismo al quale Battista fa riferimento: l’idea della «persona» come «prius» rispetto allo Stato. Nel rivendicare questo principio Battista è certamente coerente, come attesta anche la sua sacrosanta avversione nei confronti di quei provvedimenti legislativi che, nel tentativo pur nobile di arginare forme indegne di negazionismo, pretendono di imporre una sorta di “verità storica di Stato” (Libertà d’espressione ma non per tutti, “Corriere della Sera”, 30 gennaio 2012). Molteplici esempi e riferimenti storici, però, potrebbero attestare che, sempre durante periodi di crisi acuta, anche nel mondo anglosassone non c’è mai stato dubbio sul fatto che «l’individuo, il singolo, la persona» – nella sua esistenza fisica, oltre che nella sua libertà di manifestare il proprio pensiero e il proprio dissenso – potesse essere sacrificato «senza indugi, nel nome di un principio superiore e intangibile»; se non per la «marcia trionfale del Bene e della Giustizia», ideali cari per lo più a giacobini e rivoluzionari, quantomeno per la marcia della Democrazia e, paradossalmente, della stessa Libertà, come tutte le guerre del XX secolo, da Wilson sino a quelle ancora in corso, attestano. Se è poi vero che «per i liberali i dittatori dovrebbero essere solo dittatori e basta», senza «contorsioni giustificazioniste», come spiegare il sostegno dei paesi liberali alle dittature di mezzo mondo durante la Guerra fredda se non ricorrendo all’argomento per cui durante lo stato d’eccezione – e questo è stato, dal discorso di Churchill a Fulton in poi, il confronto con il blocco socialista – anche drastiche sospensioni della Rule of law sono lecite?
La questione è certamente complessa. Alle sue origini, nel XVII secolo, il liberalismo aveva poco a che fare con quell’idea universalistica di libertà individuale professata oggi da tutti coloro i quali in tale corrente si riconoscono. Tanto più che per almeno qualche centinaio d’anni le classi dirigenti e i principali pensatori liberali, da Locke fino a Burke e Tocqueville, hanno avuto qualche remora nel riconoscere l’esistenza del concetto universale di uomo, e dunque di una eguaglianza di fondo per quanto riguarda i principi e i diritti inalienabili, tra le classi subalterne o i popoli coloniali da un lato e l’individuo bianco e proprietario dall’altro. Solo il conflitto politico-sociale e il conflitto tra le nazioni e per la loro indipendenza, solo l’urto con la realtà, con altre soggettività e altre tradizioni filosofico-politiche ha promosso un’evoluzione del liberalismo stesso nella direzione della democrazia. E in tale conflitto la grandezza di questa tradizione è consistita appunto nella sua flessibilità e capacità di apprendimento. Nel suo saper comprendere le situazioni storiche concrete e i rapporti di forza reali, modificandosi e modernizzandosi senza identificare se stessa con uno stereotipo e senza preoccuparsi troppo di far scandalo presso i puristi. E così, quando è stato il caso, già in passato il liberalismo ha teorizzato e praticato «lo statalismo, il dirigismo, il “colbertismo”, l’interventismo pubblico». Pensiamo alla prima parte del Novecento, quando l’Inghi
lterra abbandona il Gold Standard e le misure britanniche di integrazione corporatista e protezionistica tra Stato e agenti economici suscitano l’invidia della Rivoluzione conservatrice tedesca. Oppure pensiamo agli anni Trenta, caratterizzati da una crisi economica paragonabile a quella odierna, e alla pragmatica adozione di misure interventiste sia in Inghilterra che negli Usa. Oppure ancora all’Età dell’oro degli anni ’50-‘70, quando, anche per fronteggiare la Guerra fredda, il liberalismo ha saputo farsi keynesiano, per tornare in seguito a riscoprire le proprie radici protoliberali (la «rivoluzione» tatcheriana cara a Battista) nel momento in cui la situazione concreta glielo ha consentito.
Proprio quest’ultima constatazione ci riporta all’oggi e alle possibili trasformazioni in corso nel liberalismo, tanto più che a mio avviso ha senz’altro ragione Corrado Ocone nel far notare come non esista «un’autorità garante e super partes del liberalismo autentico» (“Austriaci”, virtuisti, radicali e anticlericali: un arcipelago litigioso, “Corriere della Sera – La Lettura”, 29 gennaio 2012). È così fuori dal mondo riflettere sull’incapacità del neoliberismo di governare quei processi che esso stesso, scommettendo sull’equilibrio spontaneo dei mercati, ha negli ultimi decenni promosso e che hanno condotto alla situazione attuale? Ed è così folle ritenere che lo stesso liberalismo, in quanto espressione di istanze legittime, di bisogni e interessi che fanno riferimento a determinati soggetti, abbia bisogno di trovare un contrappeso, anche conflittuale, in posizioni che rappresentano istanze, bisogni e interessi diversi ma ugualmente legittimi? La crisi della tradizione socialista, insomma, non ha finito per amplificarsi come una crisi dello stesso liberalismo contemporaneo, come ha cercato di indicare Paolo Ercolani parlando del «contributo di Marx alla democrazia» da tutti dimenticato? Un discorso a parte, infine, che qui non può essere svolto, meriterebbe anche la questione del rapporto tra il tipo di liberalismo prevalente negli ultimi decenni e la diffusione di quella cultura postmodernista la cui pervasività anche molti liberali, oggi, avvertono con fastidio.
Forse sarebbe utile riflettere anche su queste cose, se non si vuole che l’alternativa alla «deplorazione del liberismo» giustamente criticata da Battista consista in una sua apologia acritica che rifiuta di fare i conti con la grave realtà dei nostri giorni.
* Università di Urbino
(10 febbraio 2012)
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