Liberaloidi, anarcoliberisti e Keynes
Pierfranco Pellizzetti
La riedizione degli scritti politici di John Maynard Keynes, avvenuta negli ultimi scampoli dell’anno scorso (Sono un liberale? Adelphi Editore, Milano), non è di certo un’operazione-nostalgia; semmai un intervento profilattico indirizzato alle idee, altamente opportuno e meritorio. Soprattutto di questi tempi, in cui la fauna che si definisce “liberale” appare molto diversa dal distinto gentiluomo britannico che rivoluzionò il panorama intellettuale e politico del proprio tempo, dimostrando praticamente che la libertà non è tale se non diventa costruzione del futuro. Con evidente disdoro e malcelata insofferenza da parte di chi non era (è) capace di capire (o non vuole ammetterlo) che una libertà rivolta al passato è ben altra cosa: si chiama conservatorismo.
Questo vale in particolare per il nostro Paese, dove impera una spaventosa confusione terminolgica (regolarmente creata ad arte), per cui a parlare di libertà sono per lo più “liberaloidi” o “anarco-liberisti”.
Confusione che concorre da par suo a immiserire il dibattito pubblico. Infatti non basta farsi crescere barbette risorgimentali e inforcare occhialetti rotondi per atteggiarsi a cavouriani, come piacerebbe ad esempio a Piero Ostellino. Forse sarebbe più appropriato ricordare “il libera Chiesa in libero Stato” e la lotta contro il potere temporale del papato legati al nome di Camillo Benso di Cavour; magari domandandosi in aggiunta se lo statista piemontese – a differenza del “liberaloide” Ostellino – mai avrebbe circondato delle proprie “liberali” benevolenze un Silvio Berlusconi che abbatte l’ICI per il patrimonio immobiliare ecclesiastico e finanzia la scuola confessionale, nel mentre manda a ramengo quella pubblica.
Lo stesso vale per gli odierni “anarco-liberisti”, barricati nelle aule bocconiane e nelle stanze in penombra di via Solferino (sede milanese de Il Corriere della Sera), oppure emigrati carichi di risentimenti negli States. Perché non basta la prosopopea meneghina o il linguaggio insultante da oltreoceano per spalmare una patina di effettiva novità sulla battuta di un mercante marsigliese secentesco, tal Legendre: laissez-nous faire.
Infatti Keynes dichiarava “la fine del laissez-faire” la bellezza di quasi un secolo fa, nel 1926. Perché aveva capito con grande anticipo che la filosofia de “l’avido è bello” era una pericolosa scempiaggine, come le recenti crisi finanziarie si sono premurate di confermare. Purtroppo sulla pelle di tanta gente incolpevole. E – arcipurtroppo – senza che i propagandisti di Mani Invisibili, dimostratesi anchilosate, riducessero prosopopea e tracotanza.
Perché a questi signori mancano sia la virtù della misura, sia l’atteggiamento ironico/autoironico fattosi mentalità; quando – invece – essi scorrono ancora potenti nelle antiche pagine keynesiane.
La misura di riconoscere che l’economia non è la padrona della nostra vita ma – semmai – una scienza sui generis, magari limitrofa al genere letterario (come lo sono un po’ tutte le cosiddette “scienze dell’uomo”); l’ironia di mettersi costantemente in gioco, sostenendo che “metà della scolastica saggezza della nostra classe dirigente si basa su assunti che un tempo erano veri – o parzialmente veri – ma che lo sono sempre meno ogni giorno che passa. Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti”. Ancora Keynes, annata 1926.
Molto difficile pensare che questo propugnatore di tesi “problematiche e pericolose” avrebbe sottoscritto l’affermazione “io sto con la FIAT di Sergio Marchionne”, si sarebbe schierato con il Cavaliere contro la legalità e i giudici. A differenza di tanti liberaloidi e liberisti, magari sedicenti di sinistra.
Un reperto antiquario, il nostro Keynes? Indubbiamente un “grande inattuale”, in tempi in cui domina l’arroganza a livelli incommensurabili. Arroganza incommensurabile che si fa plutocrazia in politica (dal conflitto di interesse come norma fondativa della nuova costituzione materiale alla compravendita sistematica di parlamentari), economicismo dappertutto (con la convenienza del privilegio a scapito della stessa democrazia).
Al contrario, un esempio prezioso. Se percepiamo nell’aria le prime note di una musica nuova, suonata sulle corde della saggezza ritrovata. La saggezza che recupera due idee intrise di libertà alla maniera keynesiana: il vero problema che abbiamo di fronte è quello di “escogitare politiche e strumenti per controllare il funzionamento delle forze economiche, così che non interferiscano in maniera intollerabile con l’idea di che cosa sia appropriato e giusto nell’interesse della giustizia sociale”; lo Stato resta ancora l’unico spazio in cui si può esercitare plausibilmente la solidarietà. Alla faccia di Bossi e degli altri spregiatori da operetta dialettale dell’unità nazionale. E di chi tiene loro bordone nell’ignobile quanto devastante pagliacciata in corso d’opera.
(17 gennaio 2011)
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