Liberismo: la malinconica storia di una parola ammaccata

MicroMega

E’ in libreria “Liberista sarà lei. L’imbroglio del liberismo di sinistra” (Codice edizioni). Gli autori sono due firme di MicroMega, Emilio Carnevali e Pierfranco Pellizzetti. Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la prefazione di Roberto Petrini

di Roberto Petrini

Non c’è da meravigliarsi se, alla fine, questa parola sia stata catalogata tra quelle sconvenienti, che provocano imbarazzati colpetti di tosse. Oggi è buona norma rispedirla al mittente, magari con un tono di risentito e sarcastico sdegno, come fanno gli autori di questo brillante saggio, non a caso intitolato Liberista sarà lei!.
Naturalmente c’era d’aspettarselo!

La travolgente crisi finanziaria del 2007-2008 ha messo prepotentemente a nudo la scarsa capacità delle teorie economiche mainstream (come i più acuti riconoscono) di avvistare la crisi; basti pensare che la Federal Reserve, forgiata dall’ultraliberista Alan Greenspan, nella primavera-estate del 2008, quando le due grandi banche, la Northern Rock e la Bear Stearns, erano già fallite, ancora prevedeva una crescita del pil degli Stati Uniti per il 2009 del 2-2,8%). Chi è dotato di memoria lunga può tornare con la mente alle parole di colui che sarebbe poi diventato presidente della stessa banca centrale americana. Ben Bernanke nel 2004 profetizzava la «grande moderazione», cioè un sistema economico ormai stabilizzato e immune dalle crisi, grazie al gigantesco meccanismo della distribuzione e frammentazione dei rischi finanziari e della loro assicurazione attraverso i tristemente celebri credit default swaps. La stabilità doveva essere assicurata proprio dal meccanismo, figlio delle teorie dominanti, che invece ha provocato la crisi. Prima freccia nel fianco delle teorie liberiste.
Lo stesso discorso vale per il quadro generale in cui si è sviluppato il crack 2007-2008. Sono in molti ad affermare, già da prima degli ultimi disastrosi eventi economici, che a monte della catastrofica turbolenza ci sia stata la grande disuguaglianza dei redditi della società americana. Lo notò con lungimiranza nel 2003 Paolo Sylos Labini, e oggi su questa lettura convergono economisti progressisti come Jean Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz. In altre parole le politiche neoliberiste, segnate dallo Stato minimo, dalla riduzione delle tasse per i più ricchi e dalla flessibilità del salario, hanno impoverito i ceti più deboli e li hanno spinti a indebitarsi (com’è accaduto con i mutui subprime, ma anche con le carte di credito e con il credito al consumo) provocando la finanziarizzazione dell’economia, le bolle e il susseguente crollo. È la seconda freccia nel fianco delle teorie neoliberiste.

La terza questione è ancora più generale e riguarda la vera e propria crisi del pensiero economico contemporaneo. Nelle loro molteplici varianti i liberisti, a partire da quelli delle più affermate università americane, credono che l’economia sia inesorabilmente avviata verso una crescita di lungo periodo, interrotta da crisi che rappresentano semplici incidenti di percorso. La domanda e l’offerta, considerate in modo astratto e irreale, dovrebbero alla fine sempre tornare in equilibrio. Per questo motivo uno dei padri del moderno neoliberismo, Robert Lucas (sodale di Milton Friedman a Chicago), nel 2005 disse che il problema di scongiurare le grandi depressioni era «ormai risolto». Vale solo la pena ricordare che la chiave di volta del pensiero di Friedman e Lucas è il concetto di aspettative razionali: gli operatori economici sono così scaltri da anticipare e scontare ogni mossa del governo. Di conseguenza, politica economica e politica monetaria sono inutili, e lo Stato se ne può stare tranquillamente con le mani in mano. Laissez faire, laissez passer. Finché non suona l’ora del crack. Terza e più dolorosa freccia nel fianco.

Questi tre “dardi” hanno provocato penose lesioni agli economisti; gli economisti che vanno per la maggiore, intendiamoci, cioè i liberisti, o, per usare un’efficace espressione, i «mercatisti». E oggi sono molti a chiedere la riapertura del dibattito in economia. La conseguenza è che il liberismo come formula esce con l’immagine scalfita, come se il suo lucido e oleato sistema fosse stato infestato da un incontrollabile virus. E la sua credibilità appannata, anche tra l’opinione pubblica.
C’è da chiedersi se in tre secoli di vita, che coincidono con la nascita della scienza economica, il liberismo si sia meritato questa fine poco decorosa. Forse sì. Di volta in volta il libero mercato è stato brandito come arma per scopi diversi, a volte nobili ma assai più spesso ideologici. Le sue analisi, come emerge dalla lettura delle ricche e documentate pagine di Carnevali e Pellizzetti, non sempre hanno colto la realtà, e le sue ricette hanno spesso fatto flop.

Esempi? Basta mettere in moto la macchina del tempo. Guardiamo alla nascita del liberismo e della sua formula più nota e calzante: il laissez faire, laissez passer les merchandises. È incerto l’autore di una definizione di così grande successo (per anglosassoni e francesi laissez faire è ancora oggi il termine valido per evocare ciò che noi indichiamo con la parola “liberismo”) e quasi leggendaria: «Que faut-il faire pour vous aider?» chiese il ministro del Re Sole, Jean Baptiste Colbert, notorio statalista, al mercante Legendre. «Nous laisser faire» fu la risposta. Quel che è certo è che l’espressione (e la filosofia sottostante) nasce nel Settecento francese, nella culla dell’Illuminismo, nella semifeudale società di quell’epoca che precedette la Rivoluzione del 1789.

In verità sarebbe stato sorprendente che in quegli anni in cui si susseguirono i fasti dei vari Luigi, delle Marie Antoniette e delle Pompadour, delle guerre di potenza ma anche della lotta della monarchia ai privilegi dell’aristocrazia, non fossero nati tra i ceti borghesi, che scalpitavano ai bordi del campo della partita del potere, gli alfieri del liberismo. Altro che economia bloccata! Ogni provincia francese aveva una dogana, esistevano circa 1500 pedaggi su fiumi, ponti e strade, il governo trasformava coattivamente molti mestieri liberi in corporazioni per riscuotere le carte di maestranza, i contadini erano tenuti all’odiosa corvée, la prestazione di lavoro gratuita a favore dell’aristocrazia. Tasse come non mai sui ceti poveri (i 3/5 delle imposte erano indirette) ed esenzioni dalle poche imposte sul reddito per nobiltà e clero.

Medici e uomini d’affari, borghesi, si ritrovarono nella massima del Marchese d’Argenson: per governare meglio bisogna governare meno. Il chirurgo di corte di Luigi xv, Francois Quesnay, protetto alla stregua di altri philosophes dall’amante del Re, Madame Pompadour, teorizzò l’alternativa razionale agli sprechi e ai privilegi (a Versailles Luigi aveva chiamato più di 4000 nobili, sostenendo spese enormi nel tentativo di distrarli dalle loro occupazioni e riformare lo Stato): si chiamava Tableau économique, un sistema dove grazie alla libera concorrenza e al perseguimento della felicità individuale la società prosperava attraverso armonici scambi commerciali tra le classi dei redditieri, degli imprenditori e dei lavoratori.
Quel liberismo era giustificato e benvenuto. Contestualizzato al periodo storico appare come una mann
a: se allora non si fosse affermato forse non avremmo avuto lo sviluppo degli ultimi tre secoli e la Rivoluzione industriale. John Maynard Keynes scrisse, nel magistrale La fine del lasciar fare del 1926, che allora si trattava di una strada quasi obbligata: tra le cause dell’ascesa del liberismo pose infatti la «corruzione e l’incompetenza dei governi del secolo xviii» e «l’inettitudine degli amministratori pubblici».

Ma dopo? I liberisti mantennero questo ruolo propulsivo? Prima di rispondere sgombriamo il campo da un equivoco storico su un personaggio di grande importanza: Adam Smith. Per anni è stato indicato come la bandiera del liberismo più radicale, ma come hanno dimostrato ormai in molti si è trattato di un’interpretazione errata. Smith non ha scritto solo la Ricchezza delle nazioni, ma anche il fondamentale Teoria dei sentimenti morali, tra l’altro pubblicato in Italia solo da una trentina d’anni. Ebbene, a leggere con attenzione Smith emerge che le basi del liberismo radicale dei giorni nostri non stanno proprio lì. Il concetto di egoismo, che dovrebbe essere il motore dello scambio e del mercato, è temperato dall’economista scozzese da quello di simpatia, che altro non è se non il desiderio di ciascuno di noi di essere accettato dagli altri. La bramosia di guadagno che dovrebbe guidare l’azione dell’uomo è smentita dalla seguente affermazione della Teoria dei sentimenti morali: «Che cosa si può aggiungere alla felicità di un uomo in salute, privo di debiti e con la coscienza a posto?». Resta la cosiddetta “mano invisibile”, il meccanismo in base al quale la migliore distribuzione possibile di quanto viene prodotto sarebbe guidata dall’impersonale meccanismo del libero mercato. Anche in questo caso è stato ampiamente dimostrato che Smith non basa la sua colossale analisi del sistema economico sulla “mano invisibile”, ma su un sistema che distribuisce la ricchezza tra le classi, attraverso la divisione del lavoro e il surplus della produzione. Smith resta dunque fuori dalla folta schiera dei patiti del laissez faire, benché i liberisti lo abbiano considerato, e ancora oggi lo considerino, una bandiera.
Ma torniamo al nostro excursus.

Con il passare degli anni il sincero impeto liberista della borghesia in ascesa e in lotta contro i lacci e lacciuoli di origine feudale – cui riconosce un ruolo positivo anche Karl Marx nel Manifesto del Partito Comunista del 1848 – comincia a tingersi, seppur vagamente, di ideologia. Con un salto a piedi pari di qualche centinaio di chilometri e di meno di un secolo, ci troviamo nella Torino post-unitaria e cavouriana: è un’Italia aperta al free trade e alle merci degli sponsor del Risorgimento, inglesi e francesi, ma anche un’Italia dove Cavour capisce l’importanza dell’intervento statale, promuove la nascita dell’Ansaldo e delle casse di risparmio postale, costruisce ferrovie. Il campione del liberismo in quegli anni è il siciliano-piemontese Francesco Ferrara: un uomo irrefrenabile che fa un’intensa attività giornalistica, traduce per la Biblioteca dell’Economista i liberisti francesi e inglesi, e fonda nel 1874 la Società Adamo Smith. È giudicato da tutti un grande economista, ma quello che è stato definito un suo «pregiudizio ideologico liberista» gli nuoce: a un certo punto molla persino Cavour perché lo giudica troppo interventista. Vede lo Stato, anche quello leggero dell’Italia liberale di allora, come un bau-bau: combatte contro i cosiddetti «socialisti della cattedra» tedeschi, che in quegli anni stanno invece gettando le basi della legislazione del lavoro e del sistema assicurativo pubblico che ancora oggi fa dell’Europa un avanzato avamposto di civiltà.

Che la forza propulsiva del liberismo settecentesco abbia subito una mutazione genetica e che i liberisti comincino a condurre battaglie ideologiche e fuori del bersaglio della storia? Vale la pena chiederselo. Anche perché, nel frattempo, sulla scena appare un nuovo protagonista: la classe operaia.

Qualche anno dopo, intorno al 1880, il quadro è ancora più limpido: la globalizzazione dei trasporti, con ferrovie e navigazione a vapore, consente alle merci e alle derrate agricole americane di invadere l’Europa, le esportazioni italiane crollano mentre l’ancora giovane Stato unitario deve consolidare infrastrutture e sistema industriale. La Sinistra al potere di Crispi e Depretis sceglie la via della tariffa protezionistica del 1887: dalla ghisa all’acciaio, dal grano alla lana, mentre le imprese ferroviarie e navali italiane vengono deliberatamente favorite nelle commesse statali. Alla fine, grazie a questa politica, l’Italia decolla: vengono costruiti migliaia di chilometri di rete ferroviaria, si amplia la viabilità nazionale, i porti, le poste e i telegrafi. Il prodotto medio per abitante aumenta del 29% dal 1861 al 1913. Una chiara dimostrazione del successo dell’Italia è la capacità di sopportare il primo grande e terribile conflitto mondiale.

In quegli anni si manifesta con tutta la sua gravità la questione sociale: le condizioni dei ceti operai e contadini sono drammatiche. «L’oggi era uguale allo ieri e al domani» aveva scritto Dickens appena trent’anni prima nel suo celebre Tempi difficili, descrivendo la giornata degli operai. Due tedeschi trapiantati a Londra, Karl Marx e Friedrich Engels, invitano alla ribellione i proletari di tutto il mondo. In Italia nel 1882 viene eletto il primo deputato socialista in Parlamento, Andrea Costa; e nel 1889 Turati fonda la Lega socialista.

La vera novità del mondo di quegli anni è l’Italia che decolla e la questione sociale, ma i liberisti guardano altrove. Uomini importanti, onesti e geniali come Maffeo Pantaleoni, Antonio de Viti de Marco, Ugo Mazzola e Vilfredo Pareto fondano nel 1890 il nuovo “Giornale degli Economisti”, con un indirizzo «strettamente liberista, antiprotezionista e, perciò, antisocialista». Picchiano duro sulla tariffa doganale del 1887; dalla loro parte hanno solo gli industriali serici del Nord, che l’acutizzarsi della guerra commerciale con la Francia aveva fortemente danneggiato. Li avversano industriali illuminati (cui la storia darà ragione) che conoscono bene gli Stati Uniti e hanno sviluppato esperienze sociali nei propri opifici, come il laniere Alessandro Rossi di Schio, secondo il quale «il liberismo era il protezionismo dei forti».

L’altra battaglia degli alfieri del liberismo è quella contro la nascita di un unico istituto di emissione. Paradossalmente è proprio uno di loro, Maffeo Pantaleoni, a passare nel 1892 a Napoleone Colajanni la relazione, tenuta segreta dagli imbarazzati Giolitti e Crispi, sullo scandalo della Banca Romana. Lo scoppio di quel bubbone apre le porte alla fondazione della Banca d’Italia, l’anno successivo, con tutti i vantaggi di stabilità e sviluppo che ne avrebbe avuto il paese. Ma ai liberisti questa mossa piace poco, come testimonia lo sfogo dello stesso Pareto in una lettera a Colajanni: «Mi rincresce che vogliate una banca di Stato: sarebbe soltanto una Banca Romana in grande!».

I liberisti italiani di fine Ottocento sono in prima linea, e pagano di persona la denuncia degli scandali finanziari e immobiliari di quell’epoca; sono loro a sollevare la questione morale e a puntare l’indice sulla corruzione dello Stato liberale. Fu tutto giusto? Sono in molti, in sede di meditato giudizio storiografico, a mettere in luce anche su questo delicato aspetto alcune responsabilità del liberismo radicale che contribuì «al d
i là delle intenzioni a gettare discredito sull’operare, ancora timido e incerto, della democrazia nel nostro paese». Lo stesso de Viti de Marco, in una «pensosa autocritica» contenuta nel celebre Un trentennio di lotte politiche 1894-1922 del 1930, scrive onestamente: «Noi avemmo in comune col fascismo un punto di partenza: la critica e la lotta contro il vecchio regime».

Del resto molti dei liberisti di allora non furono, a livello teorico, i “nonni” dell’antipolitica? Nasce proprio allora, sulla scia di Vilfredo Pareto, nominato senatore da Mussolini nel 1923, il filone sociologico della scienza delle finanze: i parlamenti non legiferano tenendo conto dei bisogni collettivi di coloro che li rappresentano, ma sono schiavi di interessi politici, dell’egoismo dei burocrati e di gruppi di pressione.

Sembra proprio che il liberismo, come giustamente contestano Emilio Carnevali e Pierfranco Pellizzetti, non solo non sia di sinistra, ma non lo sia mai stato. Ovvero, anche i liberisti hanno i propri scheletri nell’armadio.
Proprio in quegli anni, tra Losanna e Parigi, nasce il vero nucleo ideologico del laissez faire. È passato alla storia come marginalismo e teoria dell’equilibrio economico generale: il padre di questo indirizzo, ancora oggi nelle sue varianti alla base del pensiero dominante, è Leon Walras, infaticabile cacciatore della pietra filosofale del mercato con l’intento, neanche tanto nascosto, di smontare le idee di Marx e Proudhon che mettevano a rischio le società europee. I marxisti dicevano che la base del valore di una merce era il lavoro (mettendo un’ipoteca sul prodotto stesso)? Lui risponde che il valore di una merce dipende dall’utilità marginale – un modo per misurare l’intensità delle preferenze – che le assegna il nuovo protagonista di quei tempi, cioè il consumatore. Mille utilità, attraverso mille funzioni, tutto garantito dal libero mercato e dalla concorrenza in un magnifico equilibrio economico generale. Con un difetto: anche il lavoro deve obbedire alla legge della domanda e dell’offerta, e se chi lavora non accetta un salario più basso resti pure disoccupato. In equilibrio.

A ben guardare il liberismo, che pure in alcune fasi ha avuto una funzione propulsiva, esce abbastanza ammaccato dal giudizio della storia. Basti pensare a quando addirittura Mussolini, nel programma del nascente Partito Fascista, sposò la causa del libero mercato. Ernesto Rossi, ne I padroni del vapore, racconta questo episodio con grande lucidità: Mussolini fece la sua svolta liberista nel 1921, con una spregiudicata inversione di rotta, per attirarsi le simpatie della Confindustria che allora invocava l’“uomo nuovo” e temeva che il governo facesse pagare agli industriali il conto della guerra con la nominatività dei titoli azionari e le imposte sul patrimonio. L’atteggiamento di Mussolini fu strumentale, ma le sue promesse agli industriali furono mantenute: il primo risultato fu la gigantesca privatizzazione delle linee telefoniche con un decreto del governo Mussolini del maggio del 1924.

D’altra pasta erano fatti gli Ernesto Rossi e i Luigi Einaudi, spesso sbrigativamente arruolati tra i sostenitori del laissez faire e che giustamente i due autori collocano nel capitolo intitolato Quando i liberisti erano seri. Per Rossi il giudizio è abbastanza semplice: il suo obiettivo non era lo Stato bensì i monopoli, tant’è che si batté per la nazionalizzazione dell’Enel. Quanto alla concezione del welfare basta sfogliare Abolire la miseria, stampato quasi clandestinamente nel 1946: Rossi concorda con il piano Beveridge, con l’assistenza medica e ospedaliera gratuita, e si spinge fino a prevedere la collettivizzazione, oltre che dei monopoli, anche di quelle imprese necessarie a soddisfare i bisogni essenziali dei cittadini che il libero gioco delle forze economiche lascerebbe altrimenti insoddisfatti. Alla produzione di questi beni dovrebbe provvedere l’esercito del lavoro: giovani uomini e donne che, una volta terminati gli studi, potrebbero dedicare due anni a questo servizio civile. Liberale sì, ma con il cuore!

E che dire di Luigi Einaudi e del suo omologo tedesco Wilhelm Röpke, il padre della Terza Via e del miracolo economico tedesco di Adenauer? Di Einaudi giovane, dei suoi reportage su “La Stampa” sulle lotte operaie a Biella, allora la Manchester d’Italia, e del suo occhio analitico e comprensivo, si sa già tutto. Ma forse è bene lasciare il giudizio di sintesi alle parole di Norberto Bobbio, che ricorda come Einaudi «rifiutò di essere chiamato liberista, se per liberismo doveva intendersi la tesi vulgata del “lasciar fare e lasciar passare”». Ribadì per tutta la vita l’importanza della politica sociale dello Stato fondata sulla lotta ai monopoli (e ai “trivellatori” delle risorse pubbliche) e sull’uguaglianza dei punti di partenza, con scuola pubblica e tasse di successione.

La storia recente del liberismo è forse la peggiore. Si tinge, e mai perderà quella patina, di una sinistra aria antipopolare, darwinista e muscolare, classica di quella parte peggiore e minoritaria della cultura americana. Il punto di partenza è la nascita nel 1947, insieme alla Guerra fredda, della Mont Pélerin Society, grazie al fiero nemico di Keynes, Friedrich von Hayek, e a Milton Friedman, che in futuro non esiterà a mettersi al servizio del dittatore cileno Augusto Pinochet. Ma il decollo del neoliberismo avviene negli anni Settanta, quando la crisi economica apre la strada alla rivincita conservatrice della scuola di Chicago. Allora, nel 1975, il presidente Ford promette a un pubblico di imprenditori, riuniti proprio a Chicago, di togliere i ceppi alle imprese e allontanare il più possibile il governo federale dalle loro vite e dai loro portafogli. Nello stesso anno viene fondata la Business Roundtable, attraverso la quale il mondo delle aziende comincia a mettersi in gioco a favore delle nuove teorie neoliberiste. Il principio è sempre lo stesso: meno Stato, più mercato. Assunto dimostrato “scientificamente”, come abbiamo visto all’inizio di questa breve rassegna, da Friedman e Lucas con la teoria delle aspettative razionali, in base alle quali gli operatori economici scontano ogni mossa dello Stato, di fatto vanificandola e rendendola inutile.

Questo clima spiana la strada all’avvento di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Alla metà degli anni Ottanta negli Stati Uniti l’aliquota delle tasse per i più ricchi scende dal 50 al 28%: il grande propagandista di questa politica sarà Arthur Laffer, secondo il quale il taglio delle tasse stimolerà la crescita economica. Sulla bontà di tale strategia resistono molti dubbi, dato che l’economia americana in quegli anni ha camminato grazie alle enormi spese militari. Le parole d’ordine sono “l’avidità è un bene”, “il rischio è uno stile di vita”. Alla guida della Federal Reserve, la più grande banca centrale del mondo, è nominato Alan Greenspan: profeta del libero mercato, da giovane ha frequentato il salotto di Ayn Rand, l’intellettuale newyorkese convinta che l’altruismo sia un danno per la società.

Con l’arrivo degli anni Novanta – il periodo della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati dei capitali – il neoliberismo incontra ancora meno ostacoli. Il mondo appare distratto da eventi epocali: la caduta del muro di Berlino, la dissoluzione del blocco sovietico, la prima guerra del Golfo, il conflitto nei Balcani fino all’attentato dell’11 settembre. A molti questi eventi sono s
embrati l’inevitabile e dolorosa “coda” della dissoluzione del vecchio mondo, mentre la globalizzazione si propone come la nuova ricetta di un futuro prospero e migliore.

Ora è la finanza il terreno dei tardi e sbrigativi epigoni del laissez faire e del Marchese d’Argenson. La deregolamentazione dei mercati finanziari e la riduzione dei requisiti di stabilità aumentano il tasso di rischio. I nuovi teorici del liberismo, oggi in posti di grande responsabilità come il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, spiegano che all’interno di un mercato in grado di autoregolamentarsi tutto è assicurabile. Ogni prestito, ogni mutuo, ogni attività può essere garantita da titoli, frammentati e dispersi sul mercato e a loro volta assicurati da altri titoli. Una montagna valutabile intorno a dieci volte il pil globale. C’è chi spiega che non solo tutto è assicurabile, ma che tutto è anche prevedibile: lo insegna l’algoritmo di Robert Merton e Myron Scholes. Ai due viene assegnato il premio Nobel nel 1997, e l’anno successivo l’hedge fund di cui sono soci fondatori fallisce in un pauroso crack. È stata solo una delle tante crisi che, al ritmo di una ogni tre anni, si sono abbattute regolarmente sull’economia del pianeta dal 1987 al biennio 2007-2008, quando in pochi mesi sono andati in fumo 50 trilioni di dollari, la crescita si è paurosamente contratta, banche e aziende hanno fallito e i tassi di disoccupazione sono cresciuti a dismisura.

Il liberismo è in crisi, ma non è morto. E i suoi tardi epigoni rischiano di lasciare un pessimo ricordo: come Gary Becker, vincitore di un premio Nobel, che teorizza l’estensione degli strumenti di analisi neoliberista a tutti gli aspetti della vita sociale, affetti, figli, matrimonio, rapporti con i vicini di casa. La domanda e l’offerta dell’anima. A tutto ciò si può rispondere in molti modi, con l’analisi storica, con argomenti tecnici, con resoconti fattuali. Ricordando che l’economia, come diceva Keynes, è una scienza morale. E tornando, come dicono i nostri due autori, «all’eleganza di una mente bene educata».

(23 febbraio 2010)

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