Libertà contro il burqa
Guido Salvini
, Tribunale di Milano
In applicazione di un’ordinanza del sindaco leghista di Novara una donna tunisina è stata multata da un vigile perché circolava completamente coperta da un burqa e, incitata dal marito, ha rifiutato di farsi riconoscere.
Certo procedere così lascia dubbi. Ogni presunto diritto o divieto e i loro limiti dovrebbero avere una regolamentazione generale con una legge votata dal Parlamento e non possono dipendere da semplici ordinanze di Sindaci, per cui il burqa è vietato a Novara e permesso a Vercelli. Sembra poi che la sanzione abbia travalicato i limiti della stessa ordinanza poiché la donna non si trovava in un ufficio pubblico ma semplicemente in strada.
Detto questo, sono però favorevole ad una legge netta e chiara che, come sta per accadere in Francia, dichiari contrario ai valori della Repubblica indossarlo quantomeno nei luoghi pubblici come uffici, scuole, ospedali.
Il burqa non è solo un abito, per quanto funebre e sgradevole, ma un messaggio politico-religioso che esprime la sottomissione, l’asservimento della donna. Talvolta una schiavitù volontaria ma nel diritto italiano non è consentito essere schiavi nemmeno per propria scelta.
Qualcuno obietta che il sarcofago nero significa solo rispetto verso Dio. Non avremmo ragione di negarlo se anche gli uomini lo portassero ma, guarda caso, così non è e i mariti vestiti all’europea si limitano a controllare che le loro donne lo portino.
Così il rapporto di tante donne mussulmane con il mondo si riduce a uno spioncino. Tra persone che non si guardano in faccia non vi può essere empatia scambio di esperienze, mancano cioè le precondizioni minime per l’integrazione e per condividere gli stessi spazi sociali. Non a caso le donne con il burqa non escono quasi mai di casa, non lavorano, non studiano, vivono come proprietà dei loro mariti.
Qualcuno, anche in buona fede, cerca di aggirare il problema spiegando che il burqa non è imposto dal Corano e sperando così di riportare gli integralisti se non alla ragione almeno a credenze meno dogmatiche.
Forse questo approccio “teologico” può servire nei Paesi mussulmani, ove il burqa e le altre norme della sharia si sono nuovamente diffuse dopo periodi di laicizzazione, ma in Italia è decisamente un modo sbagliato di porre il problema.
Quanto dice o non dice il Corano o qualsiasi libro ritenuto sacro scritto in altri luoghi secoli fa, almeno sotto questo piano, non ci deve interessare.
Basta, come guida dei comportamenti pubblici, la Costituzione, il patto che stringe tutti coloro che decidono di vivere in Italia in cui è scritto, agli articoli 3 e 29, senza bisogno di interpretazioni, che uomo e donna sono uguali.
Non credo che l’argomento essenziale sia che sotto il burqa potrebbe agevolmente nascondersi un terrorista. Questo in Italia ben difficilmente potrebbe accadere.
Il problema non è di ordine pubblico ma culturale. Il burqa non è un travestimento né un gioco. E’ qualcosa di diverso e a molti sfugge il suo significato profondo, non solo di schiavitù della donna, ma di offesa sociale quando viene indossato in pubblico.
Non si discutono i riti e i paramenti, anche i più singolari, da certe processioni del sud alle sette varie e ai massoni compresi, che ciascuno ha il diritto di adottare in privato o nei suoi luoghi e nelle manifestazioni di culto.
Ma il burqa in pubblico è qualcosa di essenzialmente diverso. Chi lo porta o meglio chi costringe a portarlo mostra implicitamente di pensare che le strade e le città italiane siano luoghi popolati da orchi privi di ogni morale, pronti ad attentare al pudore di ogni donna, anche alla cassa di un negozio o in una coda ad un ufficio pubblico, esseri impuri da non guardare, da cui guardarsi e con i quali parlare il meno possibile.
Alla fine il burqa non esprime modestia o rispetto per nessuno né per Dio né per gli uomini, ma il contrario, un pregiudizio assoluto e anche un autentico razzismo religioso. I cittadini italiani e gli altri stranieri che vivono in Italia, non dimentichiamolo, non sono degli infetti da cui difendersi come con le mascherine che proteggono dallo smog.
Qualcuno poi sostiene che non val la pena di interessarsi del problema del burqa perché in fondo le donne che lo portano o che sono costrette a portarlo sono poche.
Anche questo è un punto di vista sbagliato. Quando si parla di diritti i numeri non influiscono, nessun arretramento è possibile, non si permette certo la tortura perché in fondo sarebbe applicata in pochi casi.
Anche gli attacchi alla libertà di espressione per fortuna sono rari. Non per questo bisogna abbassare la guardia e alleggerire le leggi in materia o fare eccezioni. Mi ha colpito, sia detto per inciso, il completo silenzio e la mancanza di coraggio degli intellettuali e del mondo della stampa dopo le aggressioni alla persona e all’abitazione del disegnatore danese Lark Vilks, “colpevole” di aver rappresentato Maometto con vignette satiriche non più corrosive di quelle che in tutto il mondo libero capita siano dedicate a Papa Ratzinger o alla Chiesa Apostolica Romana. L’autocensura è sempre un brutto segnale.
Quindi la verità è proprio l’opposto di quanto pensano coloro che ritengono di non affrontare il problema del burqa o altri problemi simili magari per non creare tensioni.
Una legge chiara e uguale per tutti, che mirasse comunque più a convincere che a punire, sarebbe l’occasione di un forte messaggio culturale: ricorderebbe che ci sono diritti non negoziabili, libertà delle donne e libertà di espressione, compreso il diritto di criticare il Corano, riaffermare i quali rende possibile discutere meglio di tutti gli altri, dalla casa al lavoro alla cittadinanza.
Qualche giorno fa ho avuto occasione di vedere seduta al tavolino di un lussuoso bar del centro di Milano, una coppia di ricchi turisti medio-orientali, probabilmente reduci dallo shopping, il marito vestito con abiti eleganti, la moglie con un burqa integrale nero. Quando il cameriere ha portato due tazze di tè il marito ha fatto segno con un cenno alla moglie che poteva sollevare leggermente il tessuto per sorbire la bevanda. Ho provato vergogna per quel cameriere e forse l’ha privata anche lui. La scena, visto lo status sociale della coppia, era anche più fastidiosa di quando si ha occasione di vedere al mercato il marito incedere compiaciuto davanti alla donna intabarrata e carica di pacchi.
Forse una legge pian piano impedirebbe di assistere a scene simili come già oggi impedisce di veder portare al guinzaglio una persona.
Dal canto suo il marito della donna tunisina multata a Novara ha replicato in una intervista a un quotidiano che per non dover pagare più multe non avrebbe fatto più uscire la moglie di casa.
Non c’è molto da aggiungere. L’esattezza di quanto detto sinora la ha confermata lui stesso.
(24 maggio 2010)
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