Libri e potere: a Torino la 5a edizione del FestivalStoria

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Diffusa è l’opinione che i libri siano oggetti destinati a scomparire. Che la tecnologia informatica li cancellerà dalle nostre biblioteche. Le quali, di conseguenza, diverranno di colpo inutili, realizzandosi così il sogno futurista di distruzione di quei luoghi “passatisti” per antonomasia. E magari l’avvenire, su questa scia, farà un altro regalo alla banda di scimmie urlatrici futuriste (come Antonio Gramsci chiamava Marinetti e i suoi sodali): la eliminazione dei professori. Tanto, sono perlopiù, a sentire le Gelmini e i Brunetta, “cattivi maestri”.

FestivalStoria (www.festivalstoria.org) di questa edizione (la quinta), azzarda una doppia scommessa: la prima è che il libro è insostituibile, perché è necessario; la seconda, che il libro oltre ad essere un oggetto è uno strumento, e uno strumento “politico”. Ossia, nei libri noi possiamo cercare mero intrattenimento (leggo “per passare il tempo”); oppure possiamo andare, tra le pagine, in caccia di emozioni, sogni, speranze, conforto; si può, poi, ai libri chiedere formazione e istruzione. Ma i libri sono armi. Armi per conquistare un potere, per difenderlo o espanderlo, o, all’opposto, armi per contrastare quel potere. In realtà, anche quando i leader politici hanno scarsa dimestichezza con la carta stampata, specie quella compattata in parallelepidi chiamati libri, di essi si servono, magari indirettamente, per raggiungere obiettivi squisitamente politici. Sono i libri scritti da loro (o più sovente da qualche ghostwriter), o libri che essi fanno propri, per costruire un meccanismo di propaganda. Sappiamo, ad esempio, che Adolf Hitler disprezzava i libri, ma ne scrisse uno, il famigerato Mein Kampf, un indigesto centone di scempiaggini, un repertorio di infamie, ma che ha avuto nella storia un peso tremendo. E dunque, ahinoi, esso rientra sicuramente tra quei titoli che hanno cambiato la mappa della Terra.

Hitler sosteneva che assai più della parola scritta, fosse la parola detta, magari urlata, o mormorata, in ambienti adatti (dopo attenti studi giunse alla conclusione che i momenti più propizi per influenzare gli spettatori erano le ore dopo il tramonto). Proprio nel Mein Kampf, egli osservò che non erano stati i testi di Marx ad animare il movimento socialista, ma i comizi, e le grandi manifestazioni di piazza. Il movimento hitleriano, preconizzava il futuro capo del Terzo Reich, sarebbe andato al potere non certo attraverso inerti parole affidate ai libri da “incorreggibili intellettuali”. In effetti, il nazismo, il fascismo, e tutti i totalitarismi, parlavano alle viscere e non al cervello delle persone. Miravano non a convincere, bensì a travolgere o trascinare. Il manganello e le cerimonie pubbliche, il salto nel cerchio di fuoco e i canti marziali, le divise e le parate…

Questi erano gli strumenti primi, ma erano forse i soli? Certamente no. Non a caso, il motto “Libro e moschetto, fascista perfetto” ci fa capire che appunto anche la cultura scritta, nei suoi mezzi canonici – i libri, appunto – poteva essere strumento di cattura dei popoli. Indottrinamento, formazione del consenso, imbonimento: sono tutte pratiche che si servono anche dei libri. Dunque, dietro i libri c’era il ceto dei colti, con le sue velleità di essere alla testa del processo di formazione della Nuova Italia, l’Italia mussoliniana, come, in Germania, il Terzo Reich.

Ma ai libri fanno ricorso, nella storia, anche i rivoluzionari, o i riformatori: si pensi al Risorgimento italiano, preparato dai testi di un Mazzini e di un Pellico, di un Giuseppe Ferrari o di un Massimo d’Azeglio, di un Cattaneo e di un Settembrini, testi che oggi sono entrati in tutte le nostre biblioteche e sono costitutivi della “identità italiana”, e che forse dovrebbero come alle scuole medie di tanti anni fa essere obbligatoriamente letti, anzi studiati, dalla classe politica, di governo e di opposizione, centrale o periferica.

Il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels è costituito da poche decine di paginette, eppure ha dato vita al più gigantesco movimento di massa della vicenda umana. Guardando più indietro, il classico dei classici testi politici, Il Principe di Machiavelli, è, analogamente, un libretto, come mole, che è stato usato quale manuale per l’esercizio del potere, anche da parte di coloro che dichiaravano di condannarlo; e, addirittura, all’inverso, è servito a rivelare di che lacrime e di che sangue, grondi il potere. E quel libro ha attratto ogni potente: tra gli italiani del XX secolo, Mussolini, Craxi, Berlusconi…

E che dire della biblioclastia? Il furore distruggitore che si accanisce contro i libri, e che trova nella notte del 10 maggio 1933 con il rogo dei libri organizzato dai nazisti, un punto di non ritorno; ma se pensiamo a cosa è accaduto nella primavera del 2003 a Baghdad con il saccheggio e la distruzione di gran parte del patrimonio della Biblioteca Nazionale Irachena, siamo percorsi da brividi di sdegno. Ma la lotta del potere contro il libro passa anche attraverso la censura o la proibizione: l’esempio più notevole è l’Indice dei Libri proibiti della Chiesa cattolica, strumento esecrabile del suo potere, che ha costituito sovente il mezzo per persecuzioni di chi li scriveva, quei libri, o di chi li leggeva.

Ci sono anche esempi di libri che sono serviti a rovesciare i tiranni o i regimi. Si pensi a Che cos’è il Terzo Stato?, un anonimo libello (poi ripubblicato col nome dell’autore, l’abate Sieyès) apparso nel fatidico anno 1789, oggi considerato un detonatore della Rivoluzione Francese, a sua volta preparata dai tanti libri degli illuministi, a cominciare da quell’opera straordinaria che fu l’Encyclopédie diretta da Diderot e D’Alambert. Si può anzi asserire che dietro ogni rivoluzione vi sia un libro, e, nel contempo, pure le controrivoluzioni hanno i loro testi, e i regimi autoritari e tirannici hanno sempre fatto ricorso a “incorreggibili intellettuali” pronti a sfornare libri che giustificavano i duci, in cambio di notorietà, potere, denaro.

FestivalStoria vuole riflettere sull’importanza del libro, ma anche sulla sua fragilità, che non è solo fisica, ma culturale. Dobbiamo difendere i (buoni) libri, contro lo strato potere assodato della televisione e quello nascente della Rete. Stabilire situazioni di equilibrio fra i media. Ma soprattutto dobbiamo difendere il diritto a scrivere, pubblicare, diffondere, discutere libri che siano fonti di sapere e di pensiero critico, ossia capaci di denunciare gli abusi e di disvelare le menzogne del potere, ma anche capaci di promuovere un contropotere dal basso. Che, sempre, comincia, dal piano culturale. Gramsci insegna.

Angelo d’Orsi

(21 ottobre 2009)

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