Lidia Ravera: Io, candidata renitente alla politica
Lidia Ravera
Dunque, a guardarla da fuori la politica è deludente: parolaia, astratta, rituale. Quando non disonesta, autoreferenziale, maneggina. Nel momento in cui tu, cioè io, anima bella come tutti crediamo di essere, ti ci trovi, in qualche modo, coinvolta, che devi fare? Credevi di saperlo. Ma poi ti accorgi che non è così.
Vorresti inaugurare un approccio diverso. Per esempio, studiare, chiedere, informarti, fare inchiesta, raccogliere dati, osservazioni, disagi e dolori. Immaginare mediazioni che consentano di risolvere almeno parzialmente problemi. Inventare soluzioni. Produrre alternative…
Da che parte incominciare? Organizzi 4/5 incontri, ad altri vieni invitata. Vorresti essere votata, ovviamente. La tua vocina interiore ti sfotte: brava, adesso ti ci metti anche tu, a corteggiare gli elettori. Sei in piedi nel negozio del tuo parrucchiere, Franco (un calabrese appassionato, partigianissimo, simpatico), attorno a te ci sono una ventina di persone. Le ha convocate lui, per te. Parli. Dici cose in cui credi. Ma appena le dici ti sembrano esercizi di retorica. Le parole sono importanti, le parole non sono niente.
Sgranocchi patatine, bevi prosecco e parli. Sei sincera, e sono sinceri quelli che ti rispondono, che parlano con te. Si sente un bisogno condiviso di crederci, che è ancora possibile fare qualcosa. Che si può fare politica, che si può affidarsi a uno/a che ti rappresenterà. E i dubbi? Bisogna lasciarli fuori? Quanti dubbi può sopportare la politica? Questa cura di ottimismo coatto ti farà bene o ti farà male? Certo, niente è peggio della rassegnazione.
(17 marzo 2010)
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