Lidia Ravera: “Seppelliamo la sinistra delle compatibilità”
Lidia Ravera
Lidia Ravera interviene nella discussione aperta dalla tavola rotonda "Dopo Berlusconi. Dopo il Pd" tra Paolo Flores d’Arcais, Nichi Vendola e Luigi De Magistris, pubblicata nel di MicroMega in edicola.
Ha ragione Paolo Flores: questo è un regime, non è un cattivo governo. Se fosse un cattivo governo ci sarebbe una opposizione. Buona o meno buona. Ma ci sarebbe. Poiché questo è un regime, l’opposizione ha da essere, per forza, fasulla. Se fosse opposizione vera, sarebbero tutti al confino, o in galera, o sulle montagne.
Ha ragione Nichi Vendola: la sinistra delle compatibilità è fallita. In tutto il mondo. La sinistra del “ma anche…” , dell’oscillazione fra imprenditori e lavoratori (a chi vuoi più bene? Al signor Fiat di turno o agli operai?), della mediazione continua, delle “fujtine” con il centro, della paura di dire che la crisi economica non è una catastrofe naturale ma un delitto e come tutti i delitti ha un colpevole… quella sinistra lì, è finita. Morta.
E quindi bisogna seppellirla.
Se penso al dopo-Berlusconi, penso a una destra decente (non buona, non affine, non sim-patica: decente) e ad una sinistra da re-inventare completamente.
Al centro non ci ho mai creduto. E’ un non-luogo. Come gli shopping center.
Una buona destra contiene anche un centro. Una buona sinistra sa dialogarci.
Una buona sinistra si coagula su una battaglia che è contemporaneamente politica, culturale, morale: la legalità. La legalità può bastare. Ha ragione Paolo Flores.
Una buona sinistra può non essere un partito, non nella forma che conosciamo: rigida, verticistica, professionale.
Può essere un movimento con una leadership leggera. Cioè: non intoccabile.
Con una leadership che risponda delle sue scelte, del suo operato, delle sue elaborazioni teoriche (e queste ultime, please, non fatecele mancare: sono necessarie) ad una vasta collettività, organizzata su base territoriale.
Le Fabbriche di Nichi possono essere le nostre fabbriche. Le fabbriche che edificano la nuova sinistra. Che scrivono “la buona novella” .
Si lavora e ci si unisce attorno a un’idea di società, ad un’analisi dello stato di cose presente, ad un progetto per il futuro. Attorno ad una critica puntuale e severa dell’attuale deriva e dei suoi trentennali antefatti (ha ragione Paolo Flores: “porco è bello”, l’eredità morale di Bettino craxi, è il calcio d’inizio della partita che stiamo perdendo). Non ci si unisce in base a pregresse appartenenze. Ci si unisce perché si vuole ottenere lo stesso risultato, lottare per lo stesso obbiettivo. Si smussano gli angoli delle rispettive soggettività, non si patteggia sulla sostanza.
Perché il calo di gradimento del centrodestra non corrisponde a una crescita di gradimento per i partiti di opposizione? Perché i partiti di opposizione parlano la stessa lingua (un dialetto ormai asfissiante, iniziatico) dei partiti di governo. Perché hanno perso, negli anni, la propria diversità. Perché sono, nella forma e nella sostanza, partiti.
Qui non si tratta di antipolitica, si tratta di ridare alla politica il suo senso.
Ha ragione Paolo Flores: diffidiamo dei professionisti.
Se la politica è una rendita, è troppo facile scivolare nell’opportunismo della carriera e finire come certi dirigenti di cui vogliamo liberarci.
Io propongo tre fasce: quattro leaders (due uomini e due donne?); una ventina di persone che garantiscano una continuità, almeno metà di provenienza società civile; le fabbriche che riuniscono tutti i cittadini (la società civile e anche i politici che hanno voglia davvero di cambiare musica) nutrono di VITA REALE il lavoro del movimento, e propongono, segnalano, controllano, elaborano, discutono, eccetera.
Il gruppo dei venti, si sacrifica per una legislatura.
E’ come regalare 5 anni al tuo Paese. Poi c’è il ricambio. I nuovi venti escono dalle Fabbriche.
Non so se la turnazione sia possibile anche per i quattro.
Ma nessuno deve sentirsi, mai, inamovibile, o al di sopra del giudizio degli altri.
D’accordo, sono sogni. Idee balzane. Da romanziera. Resta il fatto che la politica non può continuare a essere uno sbocco professionale. Nessuno deve saper fare “solo quello”, se no non sarà mai libero di lavorare per tutti e non per sé stesso.
(25 giugno 2010)
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