L’Idv perde il pelo e raddoppia il vizio
Giacomo Russo Spena
Nel partito dell’anticasta, democrazia e trasparenza interna restano un’utopia, congressi pilotati, tesseramenti farsa, presenza di riciclati democristiani e gestione familistica sono la dura realtà. Ma nella base dell’Idv monta la protesta: le uniche votazioni, le elezioni della coordinatrice donne e del coordinatore giovani, vengono perse dal leader maximo.
, da MicroMega 4/2010
«Tonino, Tonino», urla la platea dei delegati, in piedi per festeggiare la sua riconferma a presidente dell’Italia dei valori. È osannato. Quasi venerato. C’è chi chiede di farsi una foto con lui, chi si accontenta di una stretta di mano. Un gruppo di «armadi» con auricolare, assai diversi dai classici servizi d’ordine dei partiti democratici, improvvisa un cordone umano per assicurare una via d’uscita dalla sala ad Antonio Di Pietro. Il padrone del partito. Ora legittimato da un voto congressuale, il primo dal 2001, anno fondativo dell’Idv.
All’assise, tenutasi il 5, 6 e 7 febbraio, nessuno sfida il capo. Nemmeno Francesco Barbato che all’ultimo ritira la propria candidatura, ufficialmente, «per non dividere il nostro movimento». Mentre Luigi De Magistris, l’ex pm del mezzo milione di preferenze ottenute alle europee, si limita a chiedere più democrazia interna e maggior coraggio nel rinnovamento. Il suo intervento, anticipato per non fare ombra al «fondatore» al primo giorno del congresso, è salutato da un lunghissimo applauso della sala: «Non mi aspettavo un calore così grande», dice alla sua amica Sonia Alfano, appena sceso dal palco. Nulla in confronto alla standing ovation rivolta a Di Pietro, il giorno successivo, quando attacca «chi non ha la tessera e mette bocca sul partito» e apre al Pd e, soprattutto, al candidato in Campania Vincenzo De Luca.
La svolta di Salerno dell’ex pm di Mani Pulite lascia a bocca aperta i 3.600 delegati assiepati nella sala del Marriott Park Hotel, a Roma: «Se accettiamo solo il voto di pancia, rischiamo la diarrea politica», urla dal podio Tonino, «e poi l’olio di ricino, quando il governatore diventerà Caldoro e quindi Cosentino». «Ho chiamato De Luca», aggiunge Di Pietro. «Ce lo verrà a spiegare direttamente lui, la decisione sarà messa ai voti». Neanche una parola sui processi del candidato, insormontabile discriminante per l’Idv fino al giorno prima. Terminato l’intervento, Tonino si abbraccia con il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Pace fatta. «La piazza non basta più, d’ora in poi saremo una forza di governo responsabile», sussurra al segretario del Pd. Il popolo viola, la società civile e i movimenti possono attendere. All’improvviso Di Pietro risale sul palco per annunciare l’elezione del primo coordinatore nazionale giovani dell’Idv e invita i delegati a non lasciare la sala: «Ci sono tre candidati veri», afferma. «Questa è democrazia». Sarà effettivamente una competizione trasparente. Non a caso, perderà la ragazza sostenuta da Tonino: Paola Calorenne, accusata di esser stata designata dall’alto come traghettatrice dei giovani fino all’assise e già candidata alle scorse europee, prenderà 96 voti. Il pacchetto di preferenze garantito e il sistema elettorale, basato sulla maggioranza relativa, la vedevano favorita rispetta ai due outsider: Adele Conte e Rudi Russo. La prima, un’attivista della società civile, il secondo, un giovane di partito ma con forte spirito innovatore. C’è suspense tra i 500 delegati giovani accorsi al Marriott. Lo scrutinio segreto spariglia le carte in tavola. Conte arriva seconda con 166 preferenze, a trionfare è Russo, il venticinquenne di Prato, con 235 voti. I suoi sostenitori festeggiano, lui rimane impietrito per l’emozione. L’unico momento di democrazia non plebiscitaria del congresso segna dunque non già una sconfitta ma una vera e propria disfatta per la decisione di apparato voluta da Di Pietro in persona (anche se Russo rifiuta ogni etichetta di «eretico» o di contestatore).
In una sala accanto, le delegate si riuniscono per eleggere la coordinatrice nazionale donne: unica candidata la dipietrista, e senatrice, Patrizia Bugnano. Su 851 persone votano solo in 173: 91 schede nulle e 82 per Bugnano. «Il risultato ci segnala qualche problema, si è espresso solo il 20 per cento», si giustifica l’ex pm di Mani Pulite che annuncia una nuova elezione per mancanza di quorum. Le delegate accolgono con giubilo la decisione. Qualcuna urla: «Le coordinatrici locali sono state decise a tavolino, è tutto pilotato». La stessa Bugnano appare in difficoltà. «Molte hanno lamentato uno scarso livello di comunicazione», ammette dal microfono. «Invito le assemblee provinciali a dare più informazioni». Viene comunque, senza alcun voto, scelta come commissaria del coordinamento donne, in attesa di una nuova elezione.
Lo ‘sceriffo’ democratico
Alle tre e mezza arriva Vicenzo De Luca. Un comizio senza contraddittorio il suo, che porta di fatto a un’assoluzione della platea. Di Pietro, subito dopo, chiama l’acclamazione: «A questo punto siamo tutti d’accordo?». Un boato da stadio chiude la partita. E i processi in corso? E la pulizia delle istituzioni tanto cara al partito? Il primo cittadino di Salerno è stato rinviato a giudizio per concorso in truffa in un’indagine condotta dalla procura della sua città sulle irregolarità in merito alle varianti urbanistiche dell’area industriale della città. Si tratta del progetto di delocalizzazione della Mcm, la Manifatture cotoniere meridionali guidata dal presidente dell’Unione industriali di Napoli, Gianni Lettieri.
De Luca a dicembre 2008 è stato rinviato a giudizio anche per associazione a delinquere e concussione per un’altra vicenda che risale al 2003. Sul piatto sempre una variante. Quella per la conversione dei terreni ex Ideal Standard per costruire il Sea Park, un progetto che non è stato mai realizzato. Tutto svanito. Così come il voto democratico del congresso per eleggere il sindaco «sceriffo» che millanta di aver agito in difesa degli operai. «Una superballa» per il giornalista Marco Travaglio. «Quei lavoratori sono disoccupati», spiega sul Fatto Quotidiano del 9 febbraio scorso. «L’Ideal Standard fu chiusa, i dipendenti finirono in mobilità, i suoli industriali che valevano miliardi vennero ceduti a prezzi irrisori a un gruppo di speculatori-immobiliaristi dell’Emilia Romagna. Questi scesero a Salerno, finanziati da banche emiliane e venete e da una finanziaria di San Marino, per realizzare un’operazione fittizia e così strappare indebitamente la cassintegrazione e incamerare sontuosi finanziamenti pubblici». «Uno dei beneficiari dell’operazione», aggiunge il giornalista, «fu il costruttore Vincenzo Grieco, amico di De Luca e proprietario dei terreni sulla litoranea orientale, destinata al Sea Park da un’apposita variante urbanistica illegittima che trasformò i suoli da agricoli in turistici». Il gruppo emiliano andò, però, sul lastrico e gli subentrò un consorzio di società immobiliari e del ramo rifiuti, capeggiato dall’imprenditore Angelo Tiefenthaler. «De Luca», conclude Travaglio, «appoggia anche lui per un fantomatico programma di “riconversione industriale”, utilissimo per ottenere indebitamente le indennità di mobilità
e cassa straordinaria per gli ex lavoratori Ideal Standard».
Eppure il sindaco di Salerno trova il plauso di Di Pietro, consigliato dal suo feudatario campano Nello Formisano. I delegati accettano. Quasi nessuno ha il coraggio di criticare il leader, idolatrato come un eroe. Al pari di Berlusconi nel Pdl. È il personalismo trionfante della politica, figlia della «democrazia dell’applauso» per dirla alla Norberto Bobbio quando nel 1984 aprì una forte polemica con Bettino Craxi nel congresso socialista di Verona. Il volto pulito dell’Idv mastica amaro per la decisione di De Luca. Pancho Pardi sbotta: «Non c’è stato alcun dibattito e se si dice che una cosa la decide l’assemblea, bisogna votare». In serata la sua mozione sulla trasparenza, che chiede l’incompatibilità delle cariche tra ruoli politici e istituzionali, l’anagrafe degli eletti e boccia il familismo, è l’unica messa ai voti. Ma Di Pietro dal podio la modifica a parole. I delegati votano, non si capisce che testo. Anche i militanti della «base Idv», a cui si sono aggiunti i gruppi della protesta attiva Parole civili e Sos Italia dei valori, cento delegati pronti ad appoggiare Barbato, pretendono che venga messo ai voti il proprio testo che chiede maggiore trasparenza interna. L’ex pm di Mani Pulite si fa scappare un «mica possiamo votare tutte le mozioni».
«La base è stanca di questa situazione», spiega Giuseppe Vatinno ex responsabile nazionale Energia e ambiente del partito, e tra i più attivi a organizzare la ribellione interna. «Gli iscritti vogliono esprimersi sulla composizione delle liste. Non vogliamo politici riciclati o condannati».
Si critica la gestione dell’Idv a livello nazionale e locale. Migliaia di militanti (giovani, intellettuali, docenti) che non vogliono controllare pacchetti di voti e tessere fasulle o sistemare figli, mogli e amanti, ma che contestano un partito pieno di gente che fa politica alla ricerca di poltrone e indennità, che da anni ha una tesoriera, Silvana Mura, mai neppure eletta. È questa l’Idv che «si aggrappa» ai naufraghi della diaspora democristiana per ottenere voti in più. A dispetto del movimento anticasta e della moralità tanto proclamati. Di Pietro dal palco parla di «democratizzazione del partito» e di «rinnovamento»: si fa paladino di questa battaglia interna. Esempi? La candidatura alle regionali di Giulio Cavalli, in Lombardia, e di Benny Calasanzio, in Veneto, rappresentano il volto pulito del partito, una facciata per nascondere molti altri «impresentabili». «C’è una dicotomia tra il predicare e il razzolare», afferma De Magistris. «In questo congresso ha avuto il predominio la paura di rinnovarsi veramente. Così l’Idv è finita».
La mancata pulizia interna
Mettendo a soqquadro l’Italia si incontrano tanti piccoli Sergio De Gregorio. Invece di scappare, decidono di indossare la casacca dell’Italia dei valori. La storia è piena di esempi. Il futuro? Anche. Eppure dopo la prima inchiesta di MicroMega, del settembre scorso, Di Pietro aveva annunciato pulizia interna.
«Non voglio nascondermi dietro a un dito», scriveva sulle colonne del Fatto, «so bene che qua e là nel territorio non sempre le persone selezionate o “innestate” si sono dimostrate all’altezza del ruolo, ma sfido chiunque a fare quello che ha fatto Idv in appena 10 anni di vita. Siamo nati nel 2001 e oggi siamo la quarta forza politica presente nel paese e nelle istituzioni. A differenza di altri partiti, Idv non è stato costruito per “scomposizione e ricomposizione” di precedenti partiti e preesistenti smaliziate classi dirigenti. Abbiamo dovuto imparare a fare politica “cammin facendo”, trovando come compagni di strada quel che il territorio ci offriva: nella maggior parte dei casi persone per bene mosse da autentica passione civile, in qualche caso “finti buoni” se non addirittura “buoni a nulla”. Questi ultimi, man mano che ci accorgiamo delle loro incapacità o cattive intenzioni, li stiamo accantonando». Falso. Quei notabili della politica e della transumanza da un partito all’altro, in cerca di una poltrona o uno strapuntino da occupare, sono ancora ai propri posti. Anzi la situazione sta peggiorando. In compenso in molte regioni sono stati «epurati» gli attivisti storici, quelli che, nella prima ora, hanno lavorato sodo per far crescere questa forza politica.
Rosa Mastrosimone, ex vicepresidente Udeur, fedelissima di Clemente Mastella, consigliera regionale dell’Alleanza democratici di centro, sarà candidata alle prossime elezioni lucane per l’Idv. Una decisione presa dal colonnello Felice Belisario e osteggiata dalla base del partito. Non un caso isolato quello di Mastrosimone. L’Idv in Calabria e in Campania sta accogliendo i «mastelliani» con opulenti trattamenti che neppure al figliol prodigo. Tra i delegati in platea al congresso che più si spellavano le mani a ogni passaggio del discorso di Di Pietro troviamo il senatore Nello Di Nardo, ex Udeur, dentista di Castellammare di Stabia e cugino di Orazio Schiavone, il coordinatore provinciale di Foggia che è stato inquisito proprio per esercizio abusivo della professione odontoiatrica. Nella Campania del deputato Formisano le «stranezze» e le alleanze trasversali sono prassi quotidiana. A Torre del Greco i consiglieri dipietristi votano insieme al Pdl i provvedimenti della giunta del sindaco Borriello, ex Fi, poi Udeur, poi candidato dall’Idv nel 2008 e infine riavvicinatosi al Pdl. Mentre a Campobasso il consigliere regionale Idv, Nicandro Ottaviano, propone e fa approvare una sanatoria regionale per le abitazioni costruite su terreni agricoli utilizzando il piano casa di Berlusconi. Ottaviano è proprietario di una villa costruita a Venafro proprio su un terreno agricolo, non registrata al catasto, per la quale non paga tasse né al Comune né allo Stato (1). Il presidente del Consiglio provinciale di Reggio Calabria, Giuseppe Giordano, ha scelto invece di passare dal Movimento per le autonomie di Lombardo alla forza dipietrista. Un ritorno, il suo: dall’Idv era partito per transitare nel Pd e poi, appunto, nell’Mpa.
Ovunque, o quasi, commissariamenti e congressi finti. Anche quello nazionale, con i delegati non eletti dal basso sulla base di mozioni programmatiche differenziate, ma a parte alcune eccezioni, nominati dai circoli cittadini. È il coordinatore provinciale che stabilisce i delegati, preparando loro il modulo: le dieci firme necessarie per essere candidato. Nel passaggio manca trasparenza, con fenomeni di falso tesseramento molto diffusi. A quel punto le assemblee provinciali dovrebbero esprimersi, con un voto, su chi mandare al congresso nazionale. Il condizionale è d’obbligo: le persone vengono infatti troppo spesso direttamente nominate dall’alto. Chi non si adegua viene espulso.
Nel Lazio il segretario regionale nonché senatore, Stefano Pedica, ne sa qualcosa di radiazioni dal partito: i vecchi dirigenti locali sono stati spazzati via per fare posto ad amici e uomini di fiducia che accumulano cariche su cariche. In primis, Sergio Scicchitano: avvocato di Di Pietro, liquidatore della Federconsorzi, delegato dell’ex sindaco Veltroni per la tutela dei consumatori, presidente riconfermato di Lazio Service, membro del consiglio di amministrazione Anas e pigmalione dell’attuale assessore ai Lavori pubblici della Regione Vincenzo Maruccio, che è stato praticante legale dello studio Scicchitano. Nella sua segreteria Maruccio ha sistemato: la tesoriera Idv Lazio, la coordinatrice prov
inciale di Frosinone e la moglie di Enzo De Amicis, ex Udeur, e attuale segretario provinciale di Latina. Altro pezzo forte del Lazio è Giovanni Loreto Colagrossi: ex Dc, ex Margherita, sindaco della sua cittadina di San Gregorio di Sassola, segretario provinciale di Roma, consigliere regionale e capogruppo per due consiliature. Ezio Paluzzi, suo delfino, è assessore alla Protezione civile della provincia di Roma, non avendo un curriculum di spicco hanno giustificato la sua nomina perché «disoccupato».
Insomma, il recente successo dell’Idv – prima alle elezioni politiche del 2008 (dove ha raccolto il 4,4 per cento), poi a quelle europee del 2009 (dove ha quasi raddoppiato la percentuale, passando all’8) – lungi dal contribuire ad avviare un processo di rinnovamento interno ha favorito, in assenza di controlli e reali forme di garanzia e trasparenza, i comportamenti opportunistici del ceto politico locale in cerca di ricollocazione. Quando un partito non è ben strutturato e radicato sul territorio ma intercetta un considerevole voto d’opinione, quel voto d’opinione rappresenta un bacino di consenso e rendita elettorale ancora non «presidiato», una sorta di giacimento grezzo sul quale è possibile piantare la bandiera con pochi sforzi e massimo risultato; magari in vista della successiva tornata di elezioni amministrative, in preparazione delle quali chi si presenta con un dato «marchio» porta in dote ai propri eventuali alleati un cospicuo pacchetto di voti, proveniente da un elettorato evidentemente poco attento alle vicende locali (e alle personalità che ne sono protagoniste). Quell’elettorato che, ad esempio, vota il candidato alle comunali sostenuto dall’Italia dei valori non perché lo conosce personalmente ma perché apprezza la posizione dell’Idv a livello nazionale (l’intransigente opposizione di Antonio Di Pietro al governo Berlusconi).
Il travaso di voti dal livello nazionale al livello locale non è ovviamente automatico – e questa è anche la ragione che spiega la debolezza dell’Idv nelle elezioni amministrative – ma è comunque presente, ed è tanto più pronunciato nei territori ad alta «mobilità residenziale», come ad esempio le cinture extraurbane dove in molti si stanno trasferendo a causa del caro affitti nelle grandi città. Lì molti residenti, spesso pendolari verso centri maggiori dove si recano ogni mattina per studiare o lavorare, non hanno un reale rapporto con il territorio e non hanno possibilità di seguire le vicende politiche locali.
Un caso di scuola tra i molti che esemplifica bene queste dinamiche è quello di Morlupo, paese di circa 8 mila abitanti nella provincia nord di Roma. Qui non c’è mai stato un circolo dell’Idv fino a quando alle elezioni europee del 2009 il partito di Di Pietro ha raccolto 294 voti, pari all’8,13 per cento. Un bel gruzzolo. E allora, puntualmente, ecco pronti i politicanti della transumanza. Pochi giorni dopo le elezioni, al passante che transitava abitualmente lungo la via Flaminia, si è presentata una scena alquanto bizzarra. Dalla sede che già ospitava il circolo locale della Margherita spunta una bandiera dell’Idv. Il gruppo dei fondatori, animato dall’ex consigliere comunale Nicola Paoletti, è di fatto il gruppo dirigente della fu Margherita (la quale, peraltro, alle ultime elezioni comunali aveva appoggiato la lista civica legata ai partiti del centro-destra, risultata poi vittoriosa). I «margheritini» non hanno mai legato con l’anima ex Pci e ora non si lasciano scappare l’occasione, diventando in blocco Idv che a Morlupo non esisteva proprio. Una sorta di cambio dell’insegna operato da persone molto attive nei giri politici locali, ma mai segnalatesi in paese per iniziative culturali o sociali legate alle tematiche da sempre care ai movimenti della società civile para-dipietrista, né per la partecipazione ad altri gruppi della stessa galassia (meet-up di Beppe Grillo, nodi locali del popolo viola). La classica bandiera piantata sul giacimento grezzo. Fuori dalla sezione, campeggia ora un manifesto vergato a mano che invita a votare, alle prossime elezioni regionali, l’«avvocato Vincenzo Maruccio» (del quale si è detto sopra).
Beirut e la sfida di De Magistris
In tutto il paese cresce il malcontento tra la parte «sana» dell’Idv, quella che crede fino in fondo al partito dell’anticasta e della trasparenza. In molti decidono di abbandonare, delusi. «Esco da un’esperienza deludente con l’Italia dei valori: con degli amici avevamo creato un bel gruppo di ragazzi nuovi alla politica e con tanto entusiasmo, questo gruppo si è sciolto dato il trattamento che abbiamo ricevuto dal direttivo di La Spezia, dove succedono cose tristissime, non hanno il ben che minimo senso della democrazia», racconta uno di quei giovani che in blocco se ne sono andati.
Associazioni come «Sos Idv» e «Parole civili» si fanno portavoce di questo malessere diffuso a livello locale: per il 13 marzo hanno organizzato un «congresso ombra», in cui «realmente si discuterà e si voteranno le mozioni, tutte». Il familismo, denunciano, è un fenomeno dilagante. A Varese, per esempio, comanda il coordinatore Idv Alessandro Milani, prossimo candidato in Lombardia, un fervente dipietrista. Così fervente che la passione politica è dilagata anche in casa sua: la moglie, Vilma Borsotti, è stata candidata (ed eletta) al consiglio provinciale di Varese, mentre la figlia è diventata tesoriera dell’Idv in Emilia Romagna. In Liguria continua il regno di Giovanni Paladini, ex Ppi, parlamentare e coordinatore regionale, che ha imposto alle prossime regionali la candidatura della sua «amica» Marylin Fusco già piazzata come capogruppo al comune di Genova, e presentata lo scorso anno al parlamento europeo. Per lei si parla anche di un posto da vicepresidente della Regione promesso dopo l’accordo col Pd dal governatore uscente Burlando.
In Umbria serpeggia una deriva del tutto antidemocratica, autoritaria e indebita. Dal giugno dello scorso anno l’onorevole Leoluca Orlando è stato nominato garante per una fase congressuale che non ha mai avviato. Di fatto ha invece disposto del partito a sua discrezione, non come un garante ma come un proconsole, disponendo accordi, coalizioni, nomine, revoche. Ha proceduto anche a espulsioni e commissariamenti di circoli. Stesso clima in Sardegna e nell’Emilia Romagna gestita dalla tesoriera Mura. A Ravenna la coordinatrice delle donne Idv è stata rimossa non appena ha chiesto più trasparenza. Nella vicina Rimini Karen Visani, eletta in consiglio comunale a 23 anni, ha dovuto lasciare il partito dopo aver subito pressioni insopportabili (anche telefonate anonime) perché rinunciasse a fare l’assessore lasciando il posto, tra i tanti nomi fatti, alla figlia del consigliere regionale Paolo Nanni.
«Dopo aver letto lo statuto del partito, pensavamo di entrare nella Parigi della trasparenza e della legalità e invece ci siamo ritrovati a Beirut tra numerosi bombardamenti attuati da despoti, nepotisti, mastelliani che hanno saputo affondare bene le radici nel partito», si sfoga un iscritto marchigiano, Alessandro Lippo, raccontando di reclutamenti oscuri e repressione del dissenso. Come questo, tantissimi sono i messaggi di allarme. Sempre nelle Marche a gridare alla vergogna sono un gruppo di giovani, espulsi o commissariati, dopo l’arrivo del feudatario David Favia: il deputato dell’Idv porta avanti una gestione del partito del tutto privatistica e ha aperto la porta a una serie di riciclati
e inquisiti. Ovviamente, non c’è spazio per il dissenso interno, aumentato dopo la decisione improvvisa e calata dall’alto di sostenere una coalizione con l’Udc e senza le liste di sinistra sulla base di un programma molto «destro». «Sono fortemente contrario all’alleanza con il partito di Cuffaro», spiega Niccolò Di Bella, ex segretario provinciale di Pesaro. Stesso imbarazzo in Campania: per molti elettori Idv De Luca è veramente impresentabile.
Ne è consapevole De Magistris che si fa ora portavoce di quell’Idv che chiede trasparenza e coraggio. «Il congresso segna un passo indietro sia politicamente che sul versante della democrazia interna», ci dichiara. «Il Pd deve essere sicuramente un interlocutore ma l’obiettivo primo è quello di costruire una sinistra-centro. L’Idv è il punto di partenza della semplificazione della sinistra». Un progetto aperto a società civile, popolo viola, grillini, Vendola e, persino, al comunista Ferrero. In un quadro in cui il partito non deve venire meno ai princìpi di moralità. «Al congresso ha perso il rinnovamento, ha avuto la meglio chi si è spaventato. Solo due casi fanno eccezione», sottolinea De Magistris: «L’elezione dei giovani e la mancata nomina della coordinatrice nazionale donne. Segnali positivi da cui bisogna ripartire». L’ex pm è consapevole di essere il punto di riferimento del malessere generale. Non si tira indietro. È pronto a battagliare. «Ho una storia e una coerenza che mi permettono di portare avanti la sfida di cambiamento e svolta nell’Idv». Impresa ardua, Di Pietro e i suoi colonnelli sono comunque avvisati.
(12 ottobre 2012)
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