L’illusione di una destra senza B.
Franco Cordero
, da Repubblica, 6 maggio 2014
I semi del Ncd risalgono al tardo autunno 2011, quando B. cade male. Forza Italia, poi Pdl, era compagnia di ventura, assoldata dal plutocrate in pericolo nel naufragio del sistema Caf (Craxi, Andreotti, Forlani). Qualcuno forse sperava esperienze politiche nuove, presto disilluso. Nemmeno l’ombra d’una dialettica interna. Gli adepti forniscono lavoro mercenario e rendono un culto al padrone, la cui parola è imperativa: quando dica «gli asini volano», ripetono compunti le otto sillabe; e irradia trance mistica chi leva gli occhi sul santo viso (l’icona era Paolo Buonaiuti, ora transumante). In scena salmodiano frasi fornite ogni mattina dal laboratorio: ad esempio, che siano complotto eversivo i processi all’Unto, né basta dirlo; è richiesta l’emissione vocale ex abundantia cordis; torcendosi in smorfie convulse Maurizio Lupi dichiarava impensabile, oltre l’assurdo, una condanna nella causa Mediaset, luglio 2013. Dove trapelino segni d’un pensiero, scatta la macchina del sospetto. Vita faticosa ma grassa. C’è chi trova fortune insperate. Hanno un padrone esoso, cinico, lunatico, volgare, dedito ai gesti schernevoli: lo vedono narciso in forme ridicole, un poco meno temibile col passare degli anni; e giochi crudeli nel corridoio inveleniscono l’umore. Homo homini lupus.
Egualmente feroci e servizievoli, i falchi stridono, le colombe tubano; ma non pare cosa seria il dissenso sull’essere più o meno «moderati»: nessuno lo è; s’azzannano sulle lische di pesce concesse da chi comanda; comune l’obiettivo strategico (rendite comode e affari facili, implicanti una pieghevole giustizia classista). La faida intestina prende forma nel 2012, anno buio in Casa d’Arcore: siccome B. s’apparta, fosco e abulico, affiorano velleità d’una leadership alternativa; dignitari furiosi gli soffiano sulle midolla perché eclissandosi li oblitera (novant’anni fa gli squadristi pungolavano Mussolini indebolito dalla crisi Matteotti). L’inverno 2013 riaccende gli spiriti al Caimano e le urne confermano che a destra l’unico magnete sia lui. Sfuma ogni velleità d’autonomia: Angiolino Alfano gridava fedeltà assoluta, avendo buoni motivi, rinforzati in primavera dal coup de théatre tra Montecitorio e Quirinale. Giorgio Napolitano rieletto significa «larghe intese». Il Pdl rimette piede nel governo: mandarvi le colombe, più che mai dedite al culto d’Arcore, era ovvia mossa tattica (presumibilmente raccomandata o imposta); ringhiano i pasdaràn, milites Berlusconis; prima o poi saranno regolati i conti interni; e, visto lo squallido stato del Pd, il redivivo ha serie chances d’egemonia. In nemmeno venti mesi è risorto allungando le mani sull’Italia («il paese che amo»).
L’unico punto nero sta nel rischio giudiziario. Ha incassato condanne, una delle quali diventerebbe irrevocabile se a reato quasi prescritto (nel caso suo l’unica difesa possibile è perdere tempo), fosse respinto il ricorso in cassazione, e così avviene, con stupore degli interessati al regime consortile, la cui linea trasversale include settori Pd. Siccome esiste una sintassi giuridica, l’epilogo era scontato. Dio sa quanto lo temessero le colombe governative. Qui Re Lanterna commette degli errori, trascinato dall’Ego gonfio. Gli converrebbe starsene malinconicamente quatto, fingendo rispetto della res iudicata, candidato alla grazia (nient’affatto improbabile, racconta Gaetano Quagliarello, bene introdotto lassù, 27 novembre 2013); e verrebbe fuori ancora più forte, in spregio a Dike, qualificandosi trionfalmente diseguale davanti alla legge: l’anno da scontare rimane sulla carta; né la decadenza dal Senato preclude partite politiche fuori. Lo smisurato egomane s’infuria: pretendeva passi degni d’una monarchia caraibica; e muove guerra al governo esigendo le dimissioni dai ministri, suoi emissari. Sono pensabili influssi dal Quirinale nel fatto che restino in carica, «diversamente berlusconiani ».
Forse spiravano vecchi risentimenti ed era palpabile il rancore tra tiepidi e guerrieri, ma che sia una destra austera, legalitaria, liberale, europea, non lo direbbe nemmeno Monsieur Pangloss, strenuo ottimista. Misuriamo le persone: l’hanno servito vent’anni, gridando parole d’ordine; tra gl’innumerevoli documenti figura una lettera al «Corriere» 22 gennaio 2011, dove citando l’ Imitatio Christi , militanti d’alto rango mettono la mano nel fuoco a proposito delle serate fescennine d’Arcore. Resta l’eco d’assordanti anatemi contro l’«uso politico della giustizia», sul presupposto d’una innocenza congenita. L’attuale leader, ministro dell’Interno, professava fede venerdì 25 gennaio 2013 nella convention al Capranica: non esiste partito senza Berlusco Magnus; «sei tutti noi». Il grido dalle viscere era anche calcolo: l’agonista elettorale è demiurgo; tolto lui, scompare la destra politica in versione italiana. L’esangue Ncd può sopravvivere solo come appendice forzaitaliota: lo sanno e come tali agiscono, vigili sugl’interessi protetti dall’Impero. Ci vuol poco a capirlo. Pendono questioni capitali. L’Italia è dissanguata da una criminalità economica sinora vittoriosa. Se vuol combatterla, usi armi idonee, muovendo dalla prescrizione, nelle cui fauci finisce il grosso dei white collar’s crimes (vedi Penati, alto esponente Pd): è rovinosa l’impunità del falso in bilancio; idem la stretta sulle intercettazioni. Ora, supponiamo che Palazzo Chigi tenti un’inversione del corso lassistico. Cosa direbbero i «diversamente berlusconiani»? Veto assoluto. Scoppia la crociata pseudogarantista: stando al governo interdicono ogni misura che tocchi nervi scoperti; vengono dal Pdl, patrono del vampirismo in colletto bianco, e sarebbe suicidio cambiare campo. Appena Dominus chiami, ubbidiranno, in nome dell’Italia «moderata». L’illusione d’una destra indenne dall’Olonese è caduta due volte, lasciando perdenti Fini e Monti.
(6 maggio 2014)
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