Limiti e potenzialità della nuova Europa

Michele Ruta

, www.imille.org

Con il nuovo anno è anche arrivato un nuovo accordo tra i governi europei per affrontare la crisi dei debiti sovrani. Sarà la volta buona? Non credo, ma l’Europa forse sta imboccando la strada giusta. Il punto è se riuscirà a percorrerla.
Il 31 gennaio i governi europei hanno firmato il trattato “su stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria”. L’accordo è spesso indicato come “fiscal compact”, che è il titolo del capitolo terzo. Non credo sia solo una questione di comunicazione: il compatto è l’anima del trattato. Il resto è per lo più un insieme di bla bla sulla cooperazione economica europea.

Quali sono le novità del trattato?
Il trattato introduce la regola che i bilanci nazionali siano sostanzialmente in pareggio (Art. 3.1). Le eccezioni a questa regola, seppur previste, sono decisamente limitate. Inoltre, è introdotto l’obbligo di ridurre debiti pubblici elevati ad una velocità prefissata dal trattato (Art.4).
Ora, tutti ricordiamo che, anche se meno rigide, regole su deficit e debito pubblico esistevano già nel cosiddetto patto di stabilità. Ma, non appena le vecchie regole sono entrate in contraddizione con gli interessi di grandi paesi come Francia e Germania, il testo si è trasformato in lettera morta. Quindi, dove è la vera novità?
Il fatto è che il nuovo accordo prevede due precisi percorsi legali per farne rispettare l’applicazione. Il primo è che le regole vengano incluse nelle leggi degli stati, preferibilmente a livello costituzionale (Art. 3.2). Il secondo percorso di applicazione è che eventuali infrazioni identificate dalla Commissione diano l’avvio ad una procedura presso la Corte Europea di Giustizia (Art. 8). La terza innovazione di rilievo riguarda le ratifiche nazionali. E’ stato finalmente abbandonato il principio del “o tutti o nessuno”. Niente notti insonni aspettando l’approvazione del trattato nel parlamento finlandese o i risultati del referendum olandese. L’accordo entra in vigore nel momento in cui almeno dodici dei venticinque firmatari lo abbiano ratificato (Art. 14.2).

Fine della crisi?
La domanda che ci si pone è, naturalmente, se il trattato riesca finalmente a chiudere la crisi dei debiti sovrani. La risposta dipende da ciò che noi pensiamo sia la causa dei problemi della zona euro. Coloro che ritengono che la crisi sia solo il risultato dell’incontinenza fiscale di alcuni paesi hanno di che rallegrarsi. Vincoli stringenti e meccanismi di controllo e applicazione interni ed esterni agli stati limitano comportamenti impropri e sembrano risolvere i problemi.
Ma per quanto corretta, questa è una visione parziale. La causa profonda della crisi risiede nell’architettura incompleta dell’unione economica e monetaria, nella “moneta senza stato” come l’aveva chiamata Tommaso Padoa-Schioppa, cioè nell’incoerenza che persiste tra integrazione economica e politica. Perché tutti capiscono che una politica fiscale comune non può essere intesa solo come un insieme di limiti e divieti e realizzarsi attraverso un meeting l’anno in più dei ministri delle finanze nazionali.
Se le istituzioni europee non smussano le tensioni create da shock che colpiscono questo o quel paese o l’area nel suo insieme, perché i mercati non dovrebbero dubitare della sostenibilità dell’euro nel lungo periodo? E se ne dubitano, perché gli “spread”, le differenze tra tassi d’interesse dei debiti dei vari paesi, dovrebbero sparire?

Allora, cosa c’e’ di positivo?
Due cose essenzialmente. Primo, le regole approvate, benché non sufficienti, appaiono come necessarie alla soluzione della crisi. I governi hanno una naturale tendenza a non considerare i costi delle loro azioni su chi non può votare per loro, siano essi cittadini stranieri o future generazioni. Le nuove regole ed i meccanismi di applicazione eliminano questi incentivi.
Secondo, il trattato non esclude che l’Europa si dia una politica fiscale comune. Una vera, intendo. In cui esiste un budget dell’unione con fonti di finanziamento autonome dai governi, che sia una Tobin o una carbon tax o altro. In cui gli shock che colpiscono i paesi sono in parte assorbiti da variazioni delle entrate e delle uscite del bilancio dell’unione, non solo dal movimento doloroso di prezzi e salari. Ma c’e’ di più. La storia è un processo dinamico guidato da contraddizioni, direbbe qualcuno. Sospetto che sarà proprio la rigidità della regola del pareggio di bilancio degli stati nazionali a creare una domanda per una politica fiscale europea. Gli shock non spariranno solo perché l’Europa ha adottato il compatto fiscale. Se i governi nazionali non potranno usare la politica fiscale, guarderanno (probabilmente per la prima volta) con favore all’espansione del bilancio dell’unione.

Come andare oltre al compatto?
Non è ovvio, purtroppo. Molto dipenderà dai tempi della crisi. Ma di una cosa sono convinto. Se nelle elezioni del 2014 i grandi partiti europei si decideranno finalmente a indicare i candidati alla presidenza della Commissione prima del voto, quella sarà l’occasione per avere un dibattito europeo sul bilancio dell’unione. E molto cambierà.

(12 febbraio 2012)

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