L’imperatore del diritto

Sebastiano Maffettone

, da Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2013

La morte di Ronald, "Ronnie" per gli amici, Myles Dworkin avvenuta giovedì dopo una lunga malattia affrontata con estrema serenità è per chi scrive un grave lutto personale ed è una perdita intellettuale per tutti quelli che avevano accostato la sua opera nel tempo. L’avevo da poco incontrato per l’ultima volta a cena a Roma, in occasione del premio Balzan, e gli avevo chiesto se aveva voglia di venire a ritirare una laurea Honoris causa che il dipartimento di Scienze politiche alla Luiss avrebbe potuto conferirgli. Non dimenticherò mai la sua sorridente risposta: «Se farete in tempo prima che io muoia…». Non ci siamo riusciti.

Dworkin era uno dei più grandi filosofi del diritto e della politica mai esistiti. La sua tesi forse più nota è quella del libro del 1977 Taking Rights Seriously (traduzione italiana, il Mulino). Secondo questa tesi nei casi giuridici complessi (hard cases) c’è sempre una risposta giusta. Il diritto non ammette lacune. Ma la provocazione sta nel capire perché c’è sempre una risposta giusta. La ragione non è infatti quella – invocata dai cosiddetti positivisti giuridici – secondo cui il giudice deve comunque emettere un verdetto magari basandolo sulla sua personale interpretazione della legge.

La ragione è invece che il giudice – da Dworkin paragonato in seguito a Ercole in Law’s Empire del 1986 (traduzione italiana L’impero del diritto, il Saggiatore) – deve impegnarsi in un lavoro ulteriore. Questo supplemento intellettuale consiste nel fare appello alla migliore teoria etica e politica sul mercato delle idee, per poi "osare" (non vedo altra parola) leggere il caso complesso alla luce di questa teoria stessa.

Chiunque conosca l’ABC del diritto può immaginare l’urlo di dolore dei giuristi al cospetto di questa proposta: «Dworkin – dicevano – voleva sostituire le sue idee al diritto vigente!». Dworkin si manteneva tuttavia sulla solida scia di Rawls, e sulla convinzione che l’etica pubblica non è il dominio dell’arbitrarietà ma il campo in cui teorie di peso diverso si confrontano tra loro.

Nel citato Law’s Empire, Dworkin ribadirà questa tesi applicandola al dominio dell’ermeneutica giuridica. Il diritto, per il giudice-Ercole, non va interpretato all’interno del diritto ma alla luce di una visione più ampia della giustizia.
Questa audacia teorica anti-positivista nel campo di quella che in inglese si chiama jurisprudence (da noi teoria generale del diritto) trovava ampia corrispondenza nel Dworkin teorico politico liberal. Qui, come si evince da un enorme numero di saggi ma soprattutto da Matter of Principle del 1985 (traduzione italiana, il Saggiatore) e da Sovereign Virtue del 2000 (traduzione italiana, Feltrinelli), Dworkin sviluppava una teoria dell’eguaglianza liberale che – aggiungendo i beni primari naturali come la salute a quelli sociali – intendeva superare il liberalismo sociale di Rawls. Ma Dworkin non era solo un liberal di testa, lo era anche di cuore come testimoniano le sue battaglie contro il conservatorismo e l’ingiustizia sociale, molte di queste lette con immenso piacere intellettuale sulle pagine della «New York Review of Books».

Dworkin non amava (è un eufemismo…) il post-modernismo e il cosiddetto French Thought che riteneva ricettacolo di confusione intellettuale e causa di perdita di significato. Nel suo ultimo importante libro, Justice for Hedgehogs del 2011 (traduzione italiana, Feltrinelli, Giustizia per i ricci) Dworkin riformulava in maniera teoricamente elegante e convincente questa sua avversione. La tesi di fondo del libro è che la discussione sull’etica e la politica non può prescindere da un impegno fondamentale sulla verità e la giustizia. Cose non da poco nei nostri tempi, cose in cui credeva molto.

Ma tutto ciò non dice abbastanza sull’intelligenza e sul rigore dell’intellettuale più brillante con cui si potesse conversare. Dworkin amava l’Italia, Capri, la Toscana, le cravatte di Marinella e la pasta come si cucina da noi. «Ho sognato il Paradiso. Un luogo meraviglioso dove servivano splendidi Martini cocktail. Mentre si era lì, un angelo entrava e diceva a Voltaire e Rousseau: Tacete voi due, deve parlare Ronnie!». Me lo ha raccontato lui una mattina a Napoli tanti anni fa, e così lo immagino ora. Gli volevo bene. Mi e ci mancherà.

(18 febbraio 2013)



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